L’irresistibile aumento del fenomeno di acquisire e condividere beni e servizi tramite internet, app e dispositivi mobile, ha sollecitato anche la società leader di analisi di mercato Nielsen ad individuare le motivazioni che spingono verso questa tendenza, le propensioni per fasce di età e la diffusione per aree geografiche.

sharing economy

La sharing economy è un nuovo modello economico basato sull’accesso a beni e prodotti tramite la condivisione, il baratto, il prestito, il cambio e lo scambio, la locazione, la donazione e il noleggio anzichè sul loro possesso in esclusiva.

Nel 2011, la sharing economy o economia di condivisione era stata indicata da Time come una delle 10 idee che avrebbero cambiato il mondo. Dopo alcuni anni il fenomeno è in tale espansione che la Nielsen, Società leader mondiale per le analisi di mercato sugli acquisti di famiglie e consumatori ha ritenuto di effettuare in merito un’indagine che ha visto coinvolti 30.000 intervistati di 60 Paesi.

Il Report “Is Sharing the New Buying?”, individua le motivazioni che spingono gli utenti di queste community alla “condivisione”, per quali prodotti e servizi (sono maggiormente disponibili), dove il fenomeno è (più) diffuso e presenta margini di ampliamento.
"Le comunità di condivisione hanno dato vita a una rivoluzione economica che non può essere sottovalutata - ha dichiarato John Burbank, Presidente Iniziative strategiche di Nielsen - Il collegamento ad internet per attività come lo shopping, la gestione delle risorse finanziarie, la conduzione di ricerche e guardare i video sono diventati parte integrante della routine quotidiana per molti. Vi è ora un livello di comfort definito che ha aperto la porta alla condivisione di beni personali via internet che sarebbe stata incomprensibile anche solo pochi anni fa”.

Se è vero che le nuove tecnologie multimediali hanno avuto un ruolo determinante nella diffusione del fenomeno, e la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2007, e tuttora in corso, ha spinto i consumatori a connettersi con i cosiddetti mercati peer-to-peer che trasformano risorse non utilizzate in occasioni di reddito e posti di lavoro, si deve riconoscere che, al di là dell’esplosione delle tecnologie digitali e della crisi, è in atto un cambiamento culturale che può riassumersi nella formula “Cradle to Cradle”, per mutuare il titolo del libro (2002) di William McDonough e Michael Brangart, tradotto anche in Italia (“Dalla culla alla culla. Come conciliare tutela dell'ambiente, equità sociale e sviluppo”), intesa come efficienza delle risorse e assenza di rifiuti, quella che ora l’UE chiama “economia circolare”.

Non è facile, comunque, circoscrivere in una formula la “sharing economy”, come ha riconosciuto di recente anche Rachel Botsman, co-autrice del libro “What’s Mine Is Yours: The Rise Of Collaborative Consumption” (2010), che ha ispirato l’omonima community (Collaborative Consumption), dal momento che nel frattempo il fenomeno è diventato così dirompente da avere delle modificazioni, come peraltro è inevitabile.

Per i fautori “puri” del “consumo collaborativo”, come altrimenti viene denominata la sharing economy, è dirimente la presenza di una “transazione finanziaria” che, viceversa, costituisce la motivazione principale (68% degli intervistati) della condivisione dei beni, secondo il rapporto Nielsen, anche se il 66% si dice disponibile a prendere a prestito prodotti da altri consumatori.

nielsen global average things people will share

Ma cosa sono disposti a condividere?
Più di un quarto degli intervistati a livello mondiale (28%) dice di essere disposto a condividere o noleggiare dispositivi elettronici, forse per la loro portabilità e la natura non personale. Seguono poi gli utensili elettrici (23%), biciclette (22%), abbigliamento (22%), articoli per la casa (22%), attrezzature sportive (22%) e automobili (21%). Elementi di condivisione meno popolari includono l’abbigliamento outdoor da campeggio (18%), i mobili (17%), la casa (15%) e la moto (13%).
Non solo beni materiali, dal momento che più di un quarto degli intervistati a livello mondiale (26%) è desideroso di condividere la propria proprietà intellettuale, sotto forma di lezioni o servizi.
 
Il consumo condiviso, almeno nelle intenzioni, è più diffuso nei Paesi emergenti e in quelli asiatici rispetto a quelli del Nord America e dell’Europa.
Sono soprattutto i più giovani, quelli di età compresa tra i 18 e i 34 anni, i più propensi alla condivisione.

Per quanto riguarda gli italiani, si evidenzia che il 71% degli italiani è disposto a condividere la propria auto, percentuale che si abbassa al 37% per gli strumenti elettronici, al 33% per gli abiti per occasioni particolari.
L’idea di condividere non implica necessariamente la presenza fisica di un oggetto, basti pensare che il 43% dei nostri connazionali è desideroso di condividere il proprio sapere via internet, attraverso corsi di lingua o lezioni di musica, che richiedono semplicemente capacità e tempo.

Sia le grandi che le piccole aziende si trovano in difficoltà a posizionarsi all’interno di questo panorama, mentre le start-up, soprattutto quelle che sviluppano questo tipo di interazioni, sono già predisposte a questo modello collaborativo e a loro le aziende tradizionali potrebbero approcciarsi per accedere a tali mercati.

Di certo la sharing economy non soppianterà l’economia tradizionale, ma a queste innovazioni bisognerà apprestare grande attenzione, anche se non è facile intercettare i consumatori collaborativi, ed alcune aziende si muovono nella direzione on demand ovvero dell’offerta su richiesta. Le resistenze delle lobby, tuttavia, cercheranno di bloccare tali servizi, come ha dimostrato quanto accaduto a Milano, dove l’amministrazione comunale si è mossa nel tentativo di limitare l’attività della Uber, l’azienda di San Francisco diventata famosa per offrire un servizio di auto a noleggio con conducente, attraverso una applicazione per cellulare.

È certo, comunque, che il consumatore è sempre meno disposto ad assumere un comportamento passivo e non disdegna di fare l’imprenditore.