Presentato uno Studio EFC sulle misure da intraprendere per tagliare le emissioni
decarbonizzare economia

Le nazioni dell’Unione europea dovranno quasi raddoppiare gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio, decuplicando al contempo la capacità produttiva delle proprie centrali elettriche per poter transitare verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio entro il 2050.

È quanto prevede lo Studio “Power Perspectives 2030”, presentato il 7 novembre 2011 dall’European Climate Foundation (ECF), think-tank istituito all’inizio del 2008 come iniziativa filantropica per promuovere le politiche climatiche ed energetiche al fine di ridurre notevolmente le emissioni di gas a effetto serra dell’Europa e per aiutarla a svolgere un ruolo più forte di leadership internazionale per mitigare il cambiamento climatico.
Il documento rappresenta un contributo rivolto all’UE e agli Stati membri per incentivare la realizzazione delle iniziative promosse lo scorso marzo dalla Commissione europea nella Roadmap “Per una transizione verso un’economia competitiva a basse emissioni entro il 2050” (cfr: Regioni&Ambiente, n. 4 aprile 2011, pp. 17-19), quale strumento per raggiungere un taglio del 80-95% delle emissioni di carbonio, assumendo come riferimento i livelli del 1990, necessario a quella data per allontanare i nefasti effetti del riscaldamento globale.
Questa transizione può essere messa in atto attraverso l’adozione di un quadro normativo comune, basato sugli obiettivi intermedi fissati nella roadmap. La Commissione ha infatti stabilito che entro il 2030 le emissioni inquinanti dovranno essere ridotte del 54-68%, affinché possa essere raggiunto l’obiettivo definitivo, ossia la riduzione dell’80-95% entro il 2050.

“L’Unione europea ha bisogno di stabilire un quadro politico credibile e adeguato per garantire l’attuazione dei piani attuali e guidare la decarbonizzazione del settore energetico dopo il 2020”, si legge nel Report.
Già, per soddisfare gli obiettivi al 2020 di tagliare del 20% le emissioni di carbonio e aumentare fino al 20% la quota di energia rinnovabile, gli Stati membri dovrebbero aumentare le reti di trasmissione del 14% o di 42 mila km, per una spesa di 628 miliardi di euro nel corso di questo decennio.
Una parte sostanziosa di tale somma sarà assorbita dalle centrali elettriche per la produzione “mista” di energia, che includerà per il 50% risorse rinnovabili. Circa 68 milioni di euro dovranno essere investiti per accrescere almeno di 109 GW la capacità di trasmissione delle centrali, il doppio rispetto alla capacità odierna. Perfezionare la rete è cruciale per ottimizzare la disponibilità di energia rinnovabile, che tende a concentrarsi ai margini geografici dell’Europa.
Per i successivi 10 anni, il costo salirà a 1.200 miliardi, si afferma nella relazione della ECF, allorché è stato previsto un mix di produzione energetica, il 50% della quale costituita da rinnovabili. Meno urgente, invece, è la situazione relativa alla produzione di gas, i cui consumi rimarranno stabili nel prossimo ventennio, secondo le previsioni, per cui gli impianti potranno essere adeguati con più calma, fino al 2040. “Per mantenere l’opzione di riduzione delle emissioni tramite il Carbon Capture and Storage (CCS), sia per gli impianti a carbone che per quelli a gas - si legge nel rapporto - c’è ancora molto da fare per guidarne lo sviluppo tecnologico”.
La transizione verso un’economia a bassi consumi energetici, hanno concluso i ricercatori, dovrà fondarsi in primis su nuovi investimenti che possano coinvolgere tutti gli attori presenti sul mercato, dalle imprese alle organizzazioni non governative. Questo passaggio dovrà essere accompagnato dall’adozione, da parte degli attori coinvolti, di due elementi fondamentali: trasparenza e informazione, tanto in campo politico.
“Ciò che questo rapporto rileva è che la rete è il collante che terrà insieme il nostro sistema energetico decarbonizzato - ha dichiarato l’Amministratore delegato di ECF, Johannes Meier - Dobbiamo essere più efficienti per conseguire ciò nel modo più efficace, la rete ha bisogno di divenire intelligente. Solo impostando una chiara direzione politica al 2030 sarà possibile raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione”.

Tra i Paesi europei che dovranno necessariamente investire nelle infrastrutture energetiche c’è l’Italia la cui rete non riesce a sostenere l’energia prodotto dalle fonti rinnovabili, come denunciato dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG). Nella sua ultima Relazione Parlamento l’Authority ha lanciato l’allarme sulla inadeguatezza delle rete nazionale a prelevare e distribuire l’elettricità prodotta dalle fonti rinnovabili. “Il forte sviluppo delle fonti rinnovabili non programmabili sta comportando il manifestarsi di problematiche di carattere tecnico ed economico. Da attribuire all’aleatorietà della produzione da fonti rinnovabili non programmabili e accentuate dalle carenze infrastrutturali delle aree in cui tali fonti sono prevalentemente localizzate”.
Lo sviluppo del settore si concentra prevalentemente al Sud e nelle Isole dove la debolezza infrastrutturale e la discontinuità di produzione rischiano di compromettere l’utilizzo dell’energia prodotta.
“Gli impianti eolici e fotovoltaici, per lo più collocati nelle regioni del sud, sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni. Anche oltre le previsioni, spinti anche dal livello degli incentivi e dal miglioramento delle tecnologie, con una crescita che solo due anni fa era impensabile. Al punto che già l’anno prossimo le fonti rinnovabili saranno in grado di soddisfare tutta la domanda di energia delle regioni meridionali. Il che comporta, però, dei seri problemi dovuti al fatto che le rinnovabili non producono energia in modo continuativo”.

Osservando che il contributo alle fonti rinnovabili che pesa sulle bollette dei consumatori viene emarginato in base all’energia prodotta, non già a quella effettivamente utilizzata, vien da pensare che oltre al danno si subisce anche la beffa!