Necessario e ineludibile il risanamento dei siti contaminati

sentieri

Yes,’n’how many deaths will it take he knows 

That too many people have died?

Bob Dylan - Blowin’ in the wind

“Sì, quante morti ci vorranno prima che egli [l’uomo] capisca che troppa gente è morta?”.

Non sempre è possibile dare un significato compiuto ai testi delle canzoni di Bob Dylan, pertanto è difficile anche dare un senso alle motivazioni che hanno indotto i ricercatori del Gruppo di Lavoro che ha condotto lo Studio “SENTIERI”, di porre in epigrafe allo stesso il passo di una delle prime (1963) e più celebri canzoni di Bob Dylan. Divenuta negli anni ’60 l’inno dei movimenti pacifisti e per i diritti civili, la canzone che mette al centro della visionaria poeticità del settantenne cantautore folk la condizione umana e le capacità dell’uomo di porre fine alle ingiustizie, accompagnò Martin Luther King nei comizi e le marce di protesta degli anni sessanta negli Stati Uniti. Ci piace credere, tuttavia, che quei versi vogliano riassumere il senso del lavoro svolto, più di quanto non emerga esplicitamente dal testo.

Lo Studio, il cui acronimo sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, è stato presentato il 9 novembre 2011, in una sessione parallela del XXXV Congresso annuale dell’Associazione Italiana di Epidemiologia, svoltosi dal 7 al 9 novembre 2011 a Torino per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il cui logo (uno stivale incerottato) e l’interrogativo che l’accompagna (Più vicini o più lontani?) sono indicativi del dibattito che si è incentrato a chiarire quali e quante siano le differenze nella salute e nel sistema sanitario dopo un secolo e mezzo di storia nazionale.

Coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Università di Roma “La Sapienza”, il Centro Europeo Ambiente e Salute OMS, il Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio e l’Istituto di fisiologia clinica del CNR, nell’ambito del Programma Nazionale Strategico “Ambiente e Salute”, promosso dal Ministero della Salute, SENTIERI riporta i risultati dello studio, durato cinque anni, che ha analizzato il rischio per la salute della popolazione residente in prossimità di 44 dei 57 siti contaminati italiani, eufemisticamente conosciuti come Siti di Interesse Nazionale (SIN), localizzati 21 al Nord, 8 al Centro e 15 al Sud, e costituiti per lo più da zone industriali (attive o dimesse), porti, ex miniere, cave e discariche non a norma, compresi nel “Programma Nazionale di Bonifica”, per i quali si è proceduto ad una raccolta di dati di caratterizzazione e, successivamente, ad una loro sintesi.

Alcuni dati erano stati anticipati sia dal Rapporto “SIN Italy: la bonifica dei Siti di Interesse Nazionale”, presentato da Greenpeace il 7 ottobre 2011, sia dalla Dott.ssa Loredana Musumeci, Direttore del Dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto Superiore di Sanità, nel corso dell’Audizione alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, avvenuta il 20 ottobre 2011.
Pur, premettendo che in quella circostanza sul Progetto SENTIERI non poteva “rilasciare una documentazione in quanto la stiamo, appunto, per pubblicare. Si tratta di dati sensibili, anche in termini di comunicazione, per cui cerchiamo di andare contestualmente, regione per regione a spiegare il dato”, la Dott.ssa Musumeci forniva “in estrema sintesi le risultanze dello studio SENTIERI”.
(ndr: la pubblicazione, infatti, è avvenuta in occasione del Congresso di Torino, come Supplemento n.4 del n. 5-6, settembre-dicembre della Rivista Epidemiologia & Prevenzione).

La maggior parte dei dati raccolti proviene dai progetti di bonifica ipotizzati per i diversi siti, da cui si evince che oggetto di caratterizzazione e di valutazione del rischio sono state prevalentemente le aree private industriali, quelle, cioè, ritenute causa delle diverse tipologie di inquinamento (definite in SENTIERI, esposizioni ambientali); mentre le aree pubbliche cittadine e/o a verde pubblico e le aree agricole comprese all’interno dei SIN sono state poco investigate.
La mortalità è stata studiata per ogni sito, nel periodo 1995-2002, attraverso indicatori di mortalità calcolati per 63 cause singole o gruppi di cause, tenendo conto della letteratura scientifica internazionale e delle condizioni socio-economiche dei comuni in esame, mettendo a punto un metodo che tiene conto delle complessità e delle specificità ambientali.

“SENTIERI conferma i risultati di alcune precedenti indagini relative alla mortalità nelle aree ad elevato rischio di crisi ambientale, mostrando che lo stato di salute delle popolazioni residenti nei siti esaminati appare risentire di effetti avversi più marcati rispetto alle regioni di appartenenza - ha affermato Enrico Garaci, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità - Deve essere tuttavia sottolineato il fatto che le cause di morte studiate, con rare eccezioni, riconoscono una molteplicità di fattori causali, peraltro non tutti noti. La mortalità osservata nei siti contaminati è risultata del 15% più elevata di quella della media regionale per le cause di morte correlate al rischio ambientale, ma sarebbe fuorviante e scientificamente poco valido affermare che ogni incremento della mortalità osservato possa essere attribuito all’inquinamento in uno specifico sito. Per questa ragione, in molti casi, gli elementi emersi dallo studio hanno condotto i ricercatori a formulare raccomandazioni per ulteriori studi di approfondimento”.

Nel periodo 1995-2002 nell’insieme dei dodici siti contaminati da amianto (o di fibre asbestiformi) sono stati osservati un totale di 416 casi di tumore maligno della pleura, in eccesso rispetto alle attese.
In sei siti con presenza di altre sorgenti di inquinamento oltre all’amianto, la mortalità per tumore maligno della pleura è in eccesso in entrambi i generi.

“La correlazione è certa però solo nel caso del mesotelioma pleurico da amianto. Per le altre malattie l’ambiente è uno dei fattori che ha concorso all’insorgenza della patologia - ha spiegato Pietro Comba, Direttore del Reparto di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità, rilevando che “lo studio ha mostrato un eccesso di mortalità complessivo di circa 1.200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia Meridionale”.
Quando gli incrementi di mortalità riguardano patologie con eziologia multifattoriale, si legge nel Rapporto, e si è in presenza di siti industriali con molteplici ed eterogenee sorgenti emissive, talvolta anche adiacenti ad aree urbane a forte antropizzazione, rapportare il profilo di mortalità a fattori di rischio ambientali può risultare complesso. Tuttavia, in alcuni casi è stato possibile attribuire un ruolo eziologico all’esposizione ambientale associata alle emissioni di impianti specifici (raffinerie, poli petrolchimici e industrie metallurgiche).
“Nei poli petrolchimici si sono osservati eccessi di morte per tumore polmonare e per malattie respiratorie non tumorali. Per questo dato l’attribuzione alla contaminazione ambientale pur non essendo certa risulta probabile - ha spiegato ancora Comba - sulla base della conoscenza degli specifici siti considerati sono stati inoltre individuati incrementi localizzati di mortalità per malformazioni congenite, malattie renali, malattie neurologiche e oncologiche riconducibili, sempre con criteri probabilistici, alle specifiche emissioni considerate. Altri dati significativi riguardano l’incremento di mortalità per linfomi non Hodgkin nei siti contaminati da PCB, mentre nei siti contaminati da piombo, mercurio e solventi organoclorurati è stato osservato un aumento delle malattie neurologiche”.

Viene, inoltre, ricordato che la presenza di eccessi di mortalità può indicare un ruolo di esposizioni ambientali con un grado di persuasività scientifica che dipende dai diversi specifici contesti; invece, un quadro di mortalità che non si discosti da quello di riferimento potrebbe riflettere l’assenza di esposizioni rilevanti, ma anche l’inadeguatezza dell’indicatore sanitario utilizzato (mortalità invece di incidenza) rispetto al tipo di esposizioni presenti, o dalla finestra temporale nella quale si analizza la mortalità rispetto a quella rilevante da un punto di vista dell’esposizione. Un grado di approfondimento simile sul rischio per la salute all’esposizione ambientale è stato inoltre apprezzato anche a livello europeo.
“Questo studio ci ha consegnato uno strumento importantissimo per identificare le priorità sanitarie del risanamento ambientale, ed è molto significativo che questo progetto scientifico nasca da una strategia voluta dalle Istituzioni proprio a tutela della salute collettiva - ha affermato la Dott.ssa Musmeci - il nostro studio è risultato così innovativo, e così scientificamente rilevante che, anche a livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ritenuto di adottare l’approccio metodologico da noi scelto per applicarlo a livello europeo. È la prima volta, infatti, che riusciamo ad avere una conoscenza sistematica a livello nazionale della mortalità connessa alle esposizioni ambientali nei siti inquinati italiani”.

Senza essere allarmanti, i dati sono lì a testimoniare la necessità che quanto prima ed in modo efficace i SIN vengano bonificati, affinché, oltre a risanare l’ambiente dai danni subiti, si restituisca la tranquillità a quei 9 milioni di persone che vivono nei luoghi circostanti. Non vorremmo che la risposta continuasse solo a soffiare nel vento… Blowin’ in the wind!