Semi antichi contro cambiamenti climatici e intolleranze alimentari

Semi antichi contro cambiamenti climatici e intolleranze alimentari

Una ricerca promossa dall’Università di Firenze, Regione Marche, Navdanya International e Firab ha trovato nel patrimonio genetico agricolo alcune varietà di semi resistenti al cambiamento climatico e di conseguenza capaci di ridurre le intolleranze alimentari.

semi

Ormai è sotto gli occhi di tutti: i repentini cambiamenti climatici, come i periodi di siccità che si alternano a quelli di piogge torrenziali, sono una delle principali cause dell’aumento delle intolleranze alimentari che costringono sempre più persone a compiere rinunce e sacrifici a tavola.

Una possibile risoluzione a questo duplice e pressante problema potrebbe venire dalla qualità del nostro patrimonio genetico agricolo, o meglio, dalle specie vegetali antiche che sembrano capaci di resistere più adeguatamente ai mutamenti del clima grazie ad un corredo ereditario in costante evoluzione.

A questo proposito è stato presentato, durante la tappa ad Arezzo del Treno Verde di Legambiente e Ferrovie, il progetto LIFE SEMENte parTEcipata promosso da Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente dell’Università di Firenze, Navdanya International (l’associazione fiorentina senza fini di lucro che promuove l’agricoltura sostenibile), FIRAB (Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica), Provincia di Grosseto e Regione Marche.

LIFE SEMENte parTEcipata mira a ottenere varietà vegetali capaci di affrontare meglio il cambiamento climatico grazie al proprio pool genetico “più forte”, che necessita di minori cure e quindi è in grado di fronteggiare con più efficacia gli estremi meteo che si vanno intensificando di anno in anno. Inoltre, molti dei semi antichi richiedono minori input energetici e aiutano a mantenere la fertilità del suolo, stabilizzando le produzioni nel tempo.

La selezione delle sementi sarà fatta assieme agli agricoltori - ha spiegato Mariagrazia Mammuccini, vicepresidente di Navdanya International - che potranno poi mantenere e riprodurre autonomamente i semi, diventando così custodi attivi della biodiversità. Queste innovazioni incideranno positivamente sul loro reddito perché i costi diminuiranno e aumenterà il valore dei prodotti ottenuti da una filiera integrata locale”.

D’altra parte, non è nuovo il concetto della panificazione fatta con metodo bio e con farine provenienti da grani antichi, cioè quei grani le cui caratteristiche nutrizionali possono andare incontro alle esigenze di coloro che soffrono di intolleranze. Questa metodologia è stata sottoposta alla valutazione dei consumatori in un test organolettico dei semi organizzato da AIAB (Associazione italiana Agricoltura biologica) sul Treno Verde, durante una successiva tappa a Perugia. Le tipologie di pani presentate sono state realizzate con farro Monococco, grano del Faraone (Khorasan) e con i frumenti teneri più utilizzati in Umbria prima dell’industrializzazione dell’agricoltura: Abbondanza, Gentil Rosso, Verna, Biancola, S. Pastore.

Occorre prestare attenzione però - ha concluso Mammuccini - perché questo prezioso patrimonio nel corso degli ultimi decenni non se l’è passata benissimo, considerando che delle 10mila specie di semi usate per produrre cibo e mangimi, oggi ne utilizziamo soltanto 12, per fornire complessivamente l’80% del cibo di origine vegetale. Ma nonostante tutto è ancora disponibile”.

Che la futura salvezza “alimentare” dell’Italia e degli italiani passi davvero dal nostro passato?

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