Se la sorte degli orsi polari interessa più di quella dei rifugiati ambientali

Se la sorte degli orsi polari interessa più di quella dei rifugiati ambientali

La bioetica sollecita a correlare la questione climatica ai rischi per la salute umana, piuttosto che alle conseguenze ambientali, sociali ed economiche, che generano "apatia" negli individui. 
Ma se non si passa ad una responsabilità morale di "gruppo" è difficile che le sorti dei rifugiati climatici possa interessare più di quella degli orsi polari.

global estimates 2015 people dispaced by disasters

Nel dare comunicazione che il Prof. Sean A. Valles del Dipartimento di Filosofia della Michigan State University aveva pubblicato sulla Rivista Bioethics lo studio "Bioethics and the Framing of Climate Change's Health Risks", l'articolo aveva il provocatorio titolo "Gli orsi polari non sono le sole vittime del cambiamento climatico".

Nello studio, infatti, il Prof. Valles afferma che "Quando si parla di cambiamenti climatici, non possiamo solo parlare di soldi, posti di lavoro e orsi polari. Perché ci concentriamo sugli orsi polari e non già sui bambini? I cambiamenti climatici non sono solo motivo per le persone di soffrire per gli orsi polari. È anche motivo di gente che soffre per altra gente".

L'assunto di Valles è che la gente è piuttosto apatica nei confronti del problema climatico, per cui sarebbe opportuno allontanarsi da messaggi del tipo "salviamo l'ambiente", per concentrarsi di più sui gravi rischi che il global warming prova sulla salute e sul benessere degli individui.

In merito porta l'esempio della questione della resistenza agli antibiotici.
"La gente, grazie anche al supporto dei bioeticisti, ha compreso che i 'superbatteri' sono pericolosi - ha sottolineato Valles - Lavorando nei team interdisciplinari e contribuendo alle discussioni politiche, i bioeticisti hanno contribuito a comunicare con successo i pericoli dei 'superbatteri' che si sono evoluti per resistere alla penicillina e agli altri antibiotici. Lo stesso potrebbe accadere con i cambiamenti climatici, se i bioeticisti potessero sedere al tavolo, comunicando quello che sanno far meglio: difendere il pubblico e collaborare con gli esperti di altre discipline. Inoltre, l'etica sarà sempre più in gioco nel dibattito destinato a perdurare sul clima che cambia, contribuendo a mitigare le tensioni che si accendono in proposito tra scettici ed esperti".
"Sarebbe una vittoria importante, se la gente parlasse un po' di più degli effetti sulla salute, o almeno cercasse di immaginare i rischi alla salute correlati al cambiamento climatico - ha concluso Valles - Ci sono alcune questioni importanti di giustizia in gioco, perché saranno le popolazioni più vulnerabili che sentiranno prima gli effetti del cambiamento climatico".

Non c’è dubbio che alcune delle considerazioni esposte da Valles sono condivisibili, tuttavia riteniamo che spesso il rischio percepito come reale provoca una reazione psicologica negativa che tende ad allontanare da sé eventuali responsabilità, assumendo proprio quegli atteggiamenti di apatia che il professore ritiene che debbano essere evitati.

Nei mesi scorsi abbiamo pubblicato un articolo che parlava degli orsi polari costretti a mangiare i delfini per "colpa" dei cambiamenti climatici, che ha avuto una certa diffusione e un buon numero di letture.
Il giorno seguente, un altro articolo che indicava anche nel global warming una delle cause che costringe a fuggire dai propri Paesi migliaia di disperati, verso le coste del Mediterraneo con la speranza di poterlo attraversare su pericolosi barconi, quest’ultimo non ha raggiunto nemmeno un quarto delle letture raggiunte dal precedente post.

Forse le questioni relative alla salute connesse ai cambiamenti climatici potrebbero interessare di più le persone rispetto a quelle economiche e sociali, pur ad essi correlate, ma se non riusciremo ad elaborare una responsabilità morale tale da far rendere conto che un gruppo di individui rischia di mettere in moto con i propri comportamenti dinamiche in grado di compromettere il futuro di un ben più ampio gruppo di individui, sarà difficile che la questione avrà un'alta priorità nell'agenda dei decisori politici, al di là degli annunci elettoralmente interessati.

"Il cambiamento climatico globale pone sfide senza precedenti ai nostri modi di concepire la morale e la politica - ha scritto Dale Jamieson, uno dei principali teorici dell'etica ambientale - Siamo abituati a vedere un problema morale in situazioni in cui un individuo chiaramente identificabile intenzionalmente ne danneggi un altro, a sua volta chiaramente identificabile; e in cui sia gli individui coinvolti, che il danno in questione, stiano fra loro in una relazione spazio-temporale di vicinanza. Il cambiamento climatico globale danneggerà senz'altro milioni di persone, ma secondo modalità completamente diverse da queste. Dal punto di vista politico, d'altro canto, l'intrattabilità del fenomeno è dovuta al fatto che siamo abituati a prendere decisioni pubbliche in base a preferenze momentanee, piuttosto che interessi a lungo termine e valori condivisi. Per affrontare il cambiamento climatico globale abbiamo dunque bisogno di riformare sia i nostri modi di concepire la problematicità morale, che il nostro stile di deliberazione politica. Per fare questo, è necessario partire dagli individui: fornendo una visione ideale di che tipo di carattere sia più adatto per vivere in un mondo globalizzato e altamente interconnesso come il nostro" ("Le sfide morali e politiche del cambiamento climatico", in "La Società degli Individui" (39), 2010).

Allora sì che la "sofferenza" per gli orsi polari costretti a mangiare i delfini troverebbe una sua giustificazione morale!

In copertina: Una tempesta di grandine si abbatte sul campo profughi di Kibabi, Massivi, Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo) (Fonte: Global Estimates 2015: People Dispaced by Disasters - Photo: IDMC/M. Kesmaecker-Wissing, March 2015).

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