Uno sbiancamento dei coralli senza precedenti, che allarma scienziati e ambientalisti, sta interessando la Grande Barriera Corallina Australiana, un vero tesoro di biodiversità che mostra un deciso deterioramento, il peggiore finora registrato, dovuto all’aumento delle temperature del mare. I ricercatori hanno comunicato la loro preoccupazione dopo l’esame aereo di circa 500 barriere coralline nella punta settentrionale del Queensland, nel tratto di costa compreso tra Cairns e lo Stretto di Torres.

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I vivaci colori che fanno della Grande Barriera Corallina una delle meraviglie del nostro Pianeta potrebbero spegnersi per sempre. I coralli dell’area protetta stanno subendo, infatti, un grave sbiancamento, sinora senza precedenti. Ad essere colpita è soprattutto la Grande Barriera Corallina Australiana, un vero tesoro di biodiversità che mostra un deciso deterioramento, il peggiore finora registrato, dovuto soprattutto all’aumento delle temperature del mare.

A lanciare l’allarme è l’ARC - Center of Excellence Coral reef Studies della James Cook University, in Australia. In uno studio diffuso dopo un’ampia campagna di monitoraggio aerea e sottomarina che ha coinvolto circa 500 barriere coralline nella punta settentrionale del Queensland, nel tratto di costa compreso tra Cairns e lo Stretto di Torres, gli studiosi affermano che, a causa del riscaldamento globale, il pericoloso fenomeno distruttivo dello sbiancamento ha colpito il 93% dell’area, cioè circa 2.000 chilometri su 2.300 totali, con una mortalità tra i coralli del 60/90%.

Secondo il biologo marino Terry Hughes dell’università australiana, il fenomeno cambierà per sempre la bellezza e la sopravvivenza dell’area in questione. “Stiamo constatando eccezionali livelli di sbiancamento nel migliaio di chilometri della porzione settentrionale della barriera - ha spiegato Hughes - Praticamente senza eccezioni ogni scogliera che abbiamo sorvolato mostrava alti valori di sbiancamento. Abbiamo volato per circa 4 mila chilometri sulle zone più incontaminate e osservato che solo quattro barriere non sono interessate dal fenomeno, che sembra molto più grave rispetto a quelli osservati nel 2002 e nel 1998. E la cosa peggiore è che non abbiamo ancora trovato il limite meridionale. L’unica speranza è il brutto tempo come l’arrivo di un ciclone”.

Lo sbiancamento rappresenta un evento distruttivo che colpisce le barriere coralline e i loro ecosistemi (la Grande Barriera Corallina è l’habitat di oltre 1.500 specie di pesci, di sei delle sette specie di tartarughe marine esistenti al mondo e di 30 specie di delfini e di balene). Il colore caratteristico dei diversi coralli è prodotto da un’alga e diventa più vivo secondo la concentrazione del microorganismo. A fronte di un’alterazione dell’ecosistema, i polipi del corallo espellono l’alga simbiotica, con il risultato di fornire alla struttura calcarea una colorazione sempre più pallida e sfumata sino ad arrivare, nei casi più gravi, allo sbiancamento vero e proprio. In pratica, è come se il corallo morisse di fame. Un segno tangibile della reazione a forme di stress, soprattutto dovute all’aumento della temperatura degli oceani. Sul banco degli imputati, infatti, oltre al cambiamento climatico, ovviamente c’è anche il surriscaldamento dell’acqua causato da El Niño. L’anno scorso l’Unesco non aveva incluso la grande barriera corallina nella lista dei siti in pericolo, ma ambientalisti e ricercatori spingono perché la decisione venga rivista al più presto.

Secondo David Wachenfeld, direttore del recupero della barriera alla Great Barrier Reef Marine Park Authority, esitare a prendere provvedimenti di fronte a un disastro ecologico del genere non è un’opzione sostenibile: “Immaginate di addormentarvi nella vostra auto, per poi svegliarvi e rendervi conto che state andando a 90, 100 chilometri orari dritti contro un muro di mattoni. Credete che pensereste ‘Mmmh, quanto dovrei spingere sul pedale del freno prima di colpire il muro?’ No, semplicemente frenereste con tutta la forza che avete”.