Esperti internazionali della FAO sono al lavoro per affrontare e controllare le malattie infettive di origine animale come Ebola e MERS. L’obiettivo è promuovere un programma di ricerca integrata che attraverso una road map evidenzi le dinamiche di trasmissione e i modelli di ricaduta delle due principali epidemie.

malattie zoonotiche

Le malattie infettive trasmesse dagli animali, come l’Ebola e la Sindrome Respiratoria Mediorientale da Coronavirus (MERS-CoV), sono destinate a durare a lungo. E nuove epidemie nel prossimo futuro rischiano di divampare in tutto il Pianeta se non corriamo subito ai ripari. Questo l’allarme lanciato dalla FAO durante una serie di incontri tecnici organizzati a Roma in collaborazione con l’Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dedicati alle epidemie di Ebola e MERS, a cui hanno partecipato ricercatori e responsabili politici di tutto il mondo.

Secondo l’organizzazione dell’ONU è fondamentale valutare e gestire meglio tali malattie, ed i governi hanno il compito e il dovere di promuovere un programma di ricerca integrata attraverso l’adozione di una mappatura o road map che evidenzi le dinamiche di trasmissione e i modelli di ricaduta delle due infezioni, oltre a favorire la collaborazione e la creazione di reti diagnostiche e di sorveglianza più efficienti.

Abbiamo ancora alcune lacune in merito alla trasmissione di queste malattie, sia verso gli esseri umani che verso potenziali specie animali - ha dichiarato Juan Lubroth, veterinario capo della FAO - così come alla loro epidemiologia e al rischio che rappresentano per la sicurezza alimentare e sanitaria delle popolazioni che dipendono dal bestiame o dalla caccia”.

Gli incontri, che hanno avuto luogo tra gennaio e febbraio, hanno analizzato questioni importanti come nuovi metodi diagnostici di laboratorio, l’epidemiologia delle infezioni, gli studi comportamentali e le catene di approvvigionamento. I partecipanti hanno contribuito alla realizzazione della mappa integrata o road map delle attività in corso e di quelle in programma nel campo della ricerca di laboratorio, dello sviluppo di test, della sorveglianza, della formazione, delle pratiche a rischio per la comprensione e l’identificazione delle misure preventive.

La ricerca è la chiave per mitigare il rischio dell’emergere di malattie infettive negli animali e nell’uomo - ha affermato Andrew Clements, consulente tecnico senior del Bureau for Global Health dell’USAID - Una parte fondamentale per la comprensione del pericolo sta nel coordinamento della diagnostica e nella relativa sorveglianza, e allo stesso tempo nella capacità di individuare le catene di valore aggiunto della produzione come contributo alla trasmissione dagli animali agli esseri umani”.

Occorre rafforzare l’intenzione dei singoli paesi di prevenire, accertare e reagire alle minacce delle infezioni - ha concluso Clements, facendo riferimento alla risposta all’influenza aviaria H5N1 in Asia - Nel corso degli ultimi 10 anni la FAO e l’USAID hanno lavorato insieme con successo per condurre questo tipo di attività. Il Servizio di Salute Animale è da sempre impegnato a promuovere uno sforzo concertato per identificare esattamente quali animali fungono da serbatoi o ospiti intermedi di un virus, la loro distribuzione geografica, i comportamenti umani e animali che favoriscono la trasmissione, così come i meccanismi del contagio virale, i fattori ecologici e sociali che sostengono o attenuano i focolai. Questa collaborazione è fondamentale per permettere la sopravvivenza di molte popolazioni a rischio. Basta pensare che a Kolahun City, in Liberia, la paura di Ebola ha portato allo spopolamento dei mercati e messo a dura prova la sicurezza alimentare locale per molto tempo”.

Il virus Ebola
Secondo l’OMS l’epidemia da virus Ebola (EBOV) del 2014-15 in Africa occidentale ha causato la morte di più di 11.000 persone e ne ha infettato più del doppio. Se è ormai assodato che l’aumento dei focolai sin dal 1994 è correlato a un maggiore contatto tra persone e animali selvatici infetti nello sconfinamento in parti boscose dell’Africa, rimane però aperta la questione del cambiamento dell’ecologia del virus nel contesto dell’urbanizzazione e delle politiche di uso del territorio.
Non è stato ancora accertato se gli animali domestici possono essere infettati con il virus. Studi sperimentali hanno dimostrato che suini infetti da EBOV possono trasmettere la malattia ad altri e a primati, mentre è noto che i cani nelle zone colpite da epidemie sono in grado di sviluppare una reazione immunitaria, anche se il loro ruolo nelle reti di contagio non è mai stato dimostrato.
Attraverso un importante programma sul campo, la FAO sta analizzando in modo approfondito le dinamiche di sviluppo della malattia a livello di interfaccia tra persone, animali e ambiente condiviso - compresa la fauna selvatica, dal momento che le attività di caccia sono ormai ampiamente considerate un fattore rilevante poiché la carne di animali selvatici è un importante fonte di alimentazione di qualità per milioni di comunità.

La Sindrome respiratoria mediorientale da Coronavirus (MERS-CoV)
La Sindrome respiratoria mediorientale da Coronavirus (MERS-CoV), un’emergente minaccia per la salute pubblica globale che provoca una grave polmonite virale negli esseri umani, è stata per la prima volta diagnosticata in Arabia Saudita nel 2012. Più di 500 persone sono da allora morte a causa della malattia e ad oggi si sono triplicati i casi umani confermati, da ultimo un cittadino dell’Oman in visita in Tailandia.
Diversi studi hanno indicato nei dromedari e nei loro prodotti la via principale per le trasmissioni delle infezioni agli esseri umani sebbene - come con l’EBOV - i pipistrelli non possono essere esclusi come ulteriori possibili serbatoi.
La MERS-CoV ha colpito principalmente in Arabia Saudita, ma anche nel vicino Qatar, in Giordania, in Oman e in Yemen. Casi sono stati segnalati anche in Europa, Asia e Nord-America, in persone che avevano viaggiato in Medio Oriente. Tuttavia, è motivo di grande preoccupazione il legame potenziale del virus con i cammelli, le cui più grandi popolazioni si trovano in Somalia, Sudan, Kenya e Niger dove rappresentano importanti specie domestiche per i mezzi di sostentamento, per la cultura e per lo stile di vita.
Agli incontri tecnici di Roma, la FAO e l’USAID in collaborazione con l’Organizzazione mondiale per la Salute Animale (OIE) hanno deciso di proseguire gli studi comparativi in Africa e in Medio Oriente con l’obiettivo di capire il motivo per cui ancora non sono stati segnalati casi umani di MERS proprio in Africa, nonostante la presenza di cammelli trovati positivi al virus. E’ stato, inoltre, concordato di promuovere una più attiva sorveglianza del settore al fine di analizzare i modelli di trasmissione della malattia, la durata dell’immunità, la varietà dei possibili ospiti del virus e i modi in cui i cammelli vengono allevati e coinvolti nelle catene commerciali e di valore aggiunto. Infine, attraverso la creazione di un network scientifico e tecnico sulla MERS, si è deciso di istituire bio-banche per contenere più tipi di campioni, sviluppare nuovi strumenti molecolari come test sierologici e infezioni sperimentali con vari ceppi al fine di determinare i fenotipi, e al tempo stesso migliorare l’assistenza sanitaria e le regolamentazioni commerciali in generale.