Rischi e Distruzioni non sono inevitabili

Rischi e Distruzioni non sono inevitabili

Rapporto dell’Ufficio Governativo della Scienza della Gran Bretagna sottolinea la necessità di un cambiamento culturale per aumentare la resilienza ai rischi dei disastri naturali.

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“Dobbiamo comprendere che morte e distruzione non sono le inevitabili conseguenze dei rischi naturali - dichiara Sir John Beddington, Consulente Scientifico Capo del Governo britannico nella presentazione al Rapporto “Reducing Risks of Future Disasters: Priorities for Decision Makers” redatto da Foresight, il programma britannico che supporta il Governo a prendere decisioni per il futuro, su incarico dell’Ufficio Governativo per la Scienza che garantisce, a sua volta, la correttezza scientifica dei dati messi a disposizione dei governanti e di cui Beddington è a capo.

“La scienza è già in grado di spiegare perché accadono i disastri, dove sono i rischi maggiori e, qualche volta, anche quando - prosegue Beddington - La riduzione del rischio di catastrofi in futuro deve essere fermamente radicato nei modelli scientifici di alta qualità, in modo che possano essere assunte le decisioni migliori in merito a quali azioni potranno essere intraprese”.

“La riduzione dei rischi di future catastrofi: priorità per i responsabili decisionali” è stato presentato, non casualmente, nei giorni di svolgimento della Conferenza UNFCCC di Doha, senza che abbia avuto riflessi positivi sull’andamento dei lavori, avendo trovato interesse e suscitato preoccupazioni solo tra i Paesi in via di sviluppo, che ne hanno diffuso i contenuti attraverso i media nazionali.
Eppure, nel Rapporto si indica in che modo la minaccia di disastri futuri derivanti dai rischi naturali può essere stabilizzata, qualora i decisori politici facessero un uso migliore degli sviluppi tecnologici e dei metodi esistenti di valutazione dei rischi, che potrebbero far risparmiare, oltre a vite, mezzi di sussistenza e risorse, i costi dei disastri, che hanno superato l’investimento totale degli aiuti internazionali negli ultimi 20 anni e i 2 trilioni di dollari di danni.

Nel Rapporto, a cui hanno contribuito oltre 200 esperti e scienziati di tutto il mondo, si afferma che “Le catastrofi, con gravi effetti capitano molto raramente [... ] Ciò significa che una percentuale molto maggiore del rischio è associata a eventi vari […] I sistemi di allerta rapidi e la prontezza di risposta sono perciò elementi determinanti”.


Al momento, i disastri che possono essere previsti con affidabilità e con qualche giorno di anticipo sono i fenomeni atmosferici estremi i cui avvisi, se si interviene velocemente, sono assai utili per salvare vite umane, come ha testimoniato l’uragano Sandy che si è abbattuto sulla costa orientale degli USA, provocando danni, ma grazie al sistema di allarme rapido il numero delle vittime è risultato abbastanza ridotto.

Se gli scienziati sono ancora impotenti a prevedere quando si verificheranno i terremoti, viceversa sono in grado di affermare quali sono i driver dei rischi per altri futuri disastri.

Secondo il Rapporto, che prende in esame un orizzonte temporale al 2040, dovremmo approntare misure di resilienza per 2 fenomeni in particolare: i cambiamenti ambientali globali e la dinamica demografica.

I cambiamenti climatici per effetto del global warming continueranno ad aumentare nei prossimi decenni, con incremento delle temperature medie e diversa distribuzione delle precipitazioni, innalzamento del livello dei mari e maggior forza dei cicloni tropicali, fenomeni tutti che esporranno a pericoli e rischi come siccità, alluvioni, tempeste che si verificheranno con modalità diverse nelle varie regioni, anche se a farne le spese saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo.

Rischi di disastri non meno pesanti per i prossimi 30 anni vengono associati all’aumento della popolazione globale. Tra oggi e il 2025 ci sarà un altro miliardo di persone sul pianeta e la maggior parte di tale aumento si concentrerà nelle aree urbane dei Paesi in via di sviluppo, dove 8 su 10 delle città più popolose sono a rischio di essere colpite da terremoti e 6 su 10 sono vulnerabili a inondazioni e tsunami.

Inoltre, c’è da considerare che la fascia di popolazione oltre i 65 anni di età, quella maggiormente vulnerabile a tali rischi, è destinata a triplicarsi nei prossimi 30 anni.

Eppure la mitigazione del rischio è possibile, costruendo infrastrutture in grado di offrire maggior resistenza ad eventi disastrosi, senza presupporre aumento dei costi, soprattutto se paragonati a quelli necessari per far fronte alle emergenze.

Ad esempio, con risorse limitate è possibile ristrutturare gli edifici, mentre sarebbero enormi quelle necessarie per la ricostruzione dopo il disastro. Inoltre, in tale valutazione deve essere presa in considerazione la potenziale perdita di vite e il valore delle vite salvate.

“Quello di cui c’è necessità - si legge nel Report - è un cambiamento culturale, non solo di coloro che lavorano sui rischi dei disastri, ma anche da parte di tutti quelli che sono interessati allo sviluppo sostenibile dei Paesi industrializzati. I responsabili politici, le imprese investitrici, i finanziatori degli aiuti allo sviluppo devono assumersi la responsabilità per le conseguenze delle proprie decisioni in merito ai rischi da catastrofi. La nuova cultura affermatasi dovrebbe utilizzare i migliori dati disponibili per offrire informazioni sulle decisioni da intraprendere su una vasta gamma di questioni. Se questo non viene fatto, i benefici dello sviluppo, sia in termini di posti di lavoro creati o di ospedali costruiti, rischierebbero di essere distrutti dalle calamità future”.


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