Presentato al “Festival Internazionale del Giornalismo” di Perugia, un studio commissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che evidenzia come, nonostante l’anno trascorso sia stato il più caldo di sempre e la sicurezza alimentare di 60 milioni di individui sia a rischio, il global warming continui a non avere il dovuto risalto sui principali quotidiani e reti televisive.

rapportoifad cambiamento climatico

A Perugia, dove è in corso di svolgimento il Festival Internazionale del Giornalismo, nel corso dell’evento “Cambiamenti climatici e migrazione: la storia non raccontata” è stato presentato l’8 aprile 2016 un Rapporto, commissionato dall’IFAD (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo), un’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite che investe sulle popolazioni rurali, mettendole in condizione di ridurre la povertà, aumentare la sicurezza alimentare, migliorare la qualità dell’alimentazione e rafforzare la loro capacità di resilienza, che mette in evidenza come, nonostante le gravi minacce sulla sicurezza alimentare di molti individui, i cambiamenti climatici non godano di adeguata copertura mediatica da parte dei principali organi di informazione europei e statunitensi.

Proprio nei giorni scorsi a Roma presso la sede della FAO, le Nazioni Unite hanno riunito le 4 principali Agenzie coinvolte (FAO, IFAD, OCHA e WFP) per valutare la situazione dopo un anno di forti impatti climatici, enfatizzati dal fenomeno di El Niño particolarmente prolungato, che stanno mettendo a rischio la sicurezza alimentare di 60 milioni individui.
El Niño, reso ancor più micidiale dai cambiamenti climatici, ha causato eventi estremi con temperature molto elevate, siccità e inondazioni - ha dichiarato nell’occasione il Presidente IFAD, Kanayo F. Nwanze - a pagarne il prezzo sono soprattutto le comunità più povere che vivono di agricoltura e allevamento, senza mezzi per fronteggiare shock di questa portata. Tutti gli sforzi della comunità internazionale, adesso, devono concentrarsi nel fornire un’ancora di salvezza alle persone colpite dall’emergenza, almeno fino a quando i raccolti e i fragili pascoli delle zone semiaride non miglioreranno”.

Lo Studio “La storia non raccontata: il cambiamento climatico non fa notizia”, condotto da Sam Dubberley, capo ricercatore e co-fondatore di Eyewitness Media Hub, una organizzazione non-profit che supporta la creazione, la scoperta, la verifica e la pubblicazione delle notizie, che è intervenuto al Festival, presenziando la presentazione, con la collaborazione di altri due ricercatori: Vincent Goubet e Haluk Mert Bal, analizza la quantità di articoli sui cambiamenti climatici in due periodi distinti: 2 mesi prima della COP21 di Parigi sui Cambiamenti Climatici e 2 mesi dopo.

In particolare, si è constatato che nel periodo precedente alla COP21 e nei mesi immediatamente successivi, il numero di articoli correlati ai cambiamenti climatici all’argomento è stato basso in tutti i principali organi di informazione analizzati, solo in occasione dell’Accordo raggiunto al termine della Conferenza sono apparsi titoli sulle prime pagine e nei titoli di apertura di giornali e telegiornali di tutto il mondo.
La verifica se eventi che colleghino tra loro cambiamenti climatici, sicurezza alimentare, agricoltura e migrazioni siano apparsi nei titoli di testa e di apertura di giornali e telegiornali e, nel caso, quale rilievo sia stato dato a queste notizie, ha dato risultati drasticamente scarsi. Né miglior sorte hanno avuto le voci e le dichiarazioni dei migranti ed agricoltori o i pareri degli esperti.

Inoltre, il Rapporto ha preso in esame quello che i lettori comprendono sulle migrazioni causate da scarsità di cibo e problemi climatici e quali siano le loro impressioni sulla copertura mediatica fornita riguardo a queste notizie.
È incredibile che in un anno in cui abbiamo registrato temperature record, 32 gravi siccità e perdite di raccolti di entità straordinaria i media non mettano le notizie sul cambiamento climatico in prima pagina - ha osservato Nwanze - ll cambiamento climatico è la sfida più grande che oggi il nostro mondo si trovi ad affrontare e il modo in cui i media lo descrivono è di vitale importanza per prevenire crisi future”.

I risultati della ricerca sono ricavati da un’analisi dei contenuti delle notizie pubblicate e trasmesse da alcuni tra gli organi di informazione più diffusi e autorevoli: TF1 e France 2 in Francia, RAI e LA7 in Italia, BBC e Channel 4 nel Regno Unito e CBS e NBC negli Stati Uniti, oltre alle prime pagine delle edizioni cartacee di “Le Monde” e “Libération” in Francia, “Corriere della Sera” e “La Repubblica” in Italia, “The Guardian” e “Daily Mail” nel Regno Unito e “New York Times” e “USA Today” negli Stati Uniti.

Una volta raccolte, le informazioni sono state analizzate in base a criteri predefiniti, mirati a comprendere quante notizie su cambiamenti climatici, migrazioni e agricoltura fossero state riportate, quali voci professionalmente qualificate fossero state sentite, se fosse stato dato spazio anche alle opinioni di gente comune o solo a quelle di persone autorevoli e se fossero state affrontate questioni relative a cambiamento climatico, migranti e sicurezza alimentare. L’analisi è stata condotta al fine di tracciare un quadro generale della copertura giornalistica relativa agli argomenti su cui era incentrato lo studio.

Contemporaneamente, sono stati tenuti incontri con otto gruppi campione, quattro in Francia e quattro nel Regno Unito per verificare se i fruitori di giornali e telegiornali dei gruppi campione ritenevano che i principali organi di informazione li aiutassero a comprendere i cambiamenti climatici e, in particolare, il fatto che esista una connessione tra cambiamenti climatici e questioni quali, perdita dei raccolti agricoli, insicurezza alimentare, conflitto e migrazioni dai Paesi in via di sviluppo. Quando è stato loro chiesto, molti fruitori hanno dichiarato di non sapere dove altro andare a cercarle.
Lo studio dimostra che in media il pubblico di fruitori abituali dell’informazione vuole sentire notizie costruttive che diano risalto a possibili soluzioni alla questione del cambiamento climatico - ha spiegato Sam Dubberley - mentre è proprio questo che manca nei notiziari dei principali organi di stampa e di informazione televisiva”.

I fruitori delle notizie ritengono, inoltre, che i fenomeni legati ai cambiamenti climatici debbano essere presi più seriamente in considerazione dagli organi di informazione e che vada data loro una maggiore rilevanza.
Nel corso delle interviste ai gruppi campione, è emersa la richiesta quasi unanime che gli organi di stampa e di informazione televisiva diano maggiore risalto alle questioni legate ai cambiamenti climatici e propongano articoli che illustrino possibili soluzioni al problema, cosa che al momento non accade. A loro parere, i reportage sui cambiamenti climatici sono troppo melodrammatici, oppure noiosi, e non mirano ad aiutare il pubblico a contribuire alla soluzione dei problemi.

C’è da osservare, al riguardo, che è quasi inevitabile che i media siano più inclini a trattare l’argomento con sensazionalismo, piuttosto che con una corretta informazione scientifica, perché non hanno interesse (o meglio, i loro editori) ad accelerare un cambiamento culturale in grado di far rendere conto che un gruppo di individui rischia di mettere in moto con i propri comportamenti dinamiche in grado di compromettere il futuro di un ben più ampio gruppo di individui.
Credo che il maggior ostacolo sia il ruolo del denaro nella politica, l’interferenza indebita degli interessi privati […] gran parte di quello che i politici stanno facendo è puro greenwashing e anche se le loro proposte sembrano buone stanno ingannando voi e se stessi. I politici pensano che se un problema appare di difficile soluzione, il compromesso sia un buon approccio. Sfortunatamente, la natura e le leggi della fisica non scendono a compromessi […] dobbiamo riconoscere fin d’ora l’urgenza di un cambio di direzione. È la nostra ultima possibilità”.
Così scrive in “Storms of My Grandchildren”, tradotto in italiano con il titolo “Tempeste. Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti, l’urgenza di agire” (Ed. Ambiente), James Hansen, Climatologo di fama internazionale, già Direttore del Goddard Institute for Space della NASA, unanimemente considerato il “padrino” del riscaldamento globale per averne segnalato per primo i pericoli in un Rapporto del 1988 e per questo sottoposto a ritorsioni e attacchi politici.