Rapporto Greenpeace: sostanze tossiche nell’abbigliamento sportivo

Rapporto Greenpeace: sostanze tossiche nell’abbigliamento sportivo

Abbigliamento ma anche scarpe, tende, zaini, corde e perfino sacchi a pelo hanno rivelato elevate concentrazioni di acido perfluoroottanoico (PFOA), un composto perfluorurato (PFC) a catena lunga collegato a numerose patologie e malattie gravi come il cancro. A puntare il dito contro questo agente altamente inquinante presente in molti prodotti per lo sport all’aperto è Greenpeace.

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Lo sport fa bene alla salute” oppure “Stare all’aria aperta è la migliore medicina”. Da sempre sentiamo ripetere frasi di questi genere e ci crediamo pure perché tutti siamo consapevoli che l’esposizione alla luce solare e all’aria fresca dà al nostro corpo notevoli benefici. Eppure, secondo l’ultimo rapporto di Greenpeace, l’aria che respiriamo mentre facciamo trekking in montagna o campeggio fuori porta è altamente tossica, addirittura cancerogena.

Sostanze chimiche dannose per l’ambiente, infatti, sono state trovate nei prodotti dei maggiori marchi per la vita e lo sport all’aperto. Si parla di capi di abbigliamento ma anche di scarpe, tende, zaini, corde e perfino sacchi a pelo che hanno rivelato un’elevata presenza di acido perfluoroottanoico (PFOA), un composto perfluorurato (PFC) a catena lunga collegato a numerose patologie e malattie gravi tra cui il cancro.

Nel report dal titolo “Tracce nascoste nell’outdoor”, presentato all’IPSO di Monaco (la più importante fiera del settore outdoor in Europa che si è svolta dal 24 al 27 gennaio scorso), Greenpeace denuncia il fatto che la stragrande maggioranza dell’abbigliamento per lo sport all’aperto contiene sostanze pericolose per la salute. Ne avevamo già parlato a settembre, ma l’associazione ambientalista è andata avanti con le sue attività e questa volta ha fatto analizzare dal proprio laboratorio un campione di 40 indumenti sportivi di varie tipologie (giacche, tende, guanti, ecc. acquistati sia online sia nei negozi di diciannove Paesi diversi, tra cui l’Italia), constatando la presenza di composti polifluorati e prefluororati, sostanze sintetiche usate per impermeabilizzare i tessuti, in trentasei casi (90%). Solo in 4 prodotti (10%) non sono stati rilevati PFC.

“Tali sostanze - afferma Giuseppe Ungherese della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia - sono già state sottoposte a severe limitazioni in Norvegia. I PFC sono, infatti, composti chimici persistenti e altamente volatili che non esistono in natura. Una volta rilasciati nell’ambiente si degradano molto lentamente ed entrano nella catena alimentare, causando una contaminazione pressoché irreversibile. Sono stati trovati perfino nelle aree più remote del Pianeta, in animali come delfini e orsi polari e nel sangue umano”.

Tra i principali marchi di settore coinvolti - prosegue Ungherese - figurano The North Face, Patagonia, Mammut, Salewa e Columbia che continuano a usare PFC per impermeabilizzare i loro prodotti nonostante si dichiarino a parole sostenibili e amanti della natura. Abbiamo usato senza remore i loghi di The North Face e Mammut nella grafica per promuovere il Progetto Detox Outdoor sul nostro sito e su quello dedicato alla campagna”.

Negli ultimi anni molti marchi dell’outdoor hanno abbandonato i PFC a catena lunga a favore di quelli a catena corta, sostenendo che fossero un’alternativa meno dannosa. Eppure, recentemente, più di 200 scienziati da 38 Paesi hanno firmato la Dichiarazione di Madrid sull’ambiente e la sicurezza che raccomanda di evitare l’uso di tutti i PFC, inclusi quelli a catena corta, nella produzione dei beni di consumo.

Greenpeace ha ufficialmente sfidato le aziende produttrici ad eliminare completamente i PFC dai propri articoli, aprendo anche una raccolta firme a riguardo. Il primo marchio del settore outdoor ad annunciare ufficialmente l’impegno a prendere parte al Progetto Detox è stato Paramo Directional Clothing che si unisce agli altri 34 marchi internazionali della moda che hanno già aderito. L’azienda svedese Fjällräven, invece, ha dichiarato alla stessa Greenpeace di non utilizzare più PCF dal 2015, ma altri materiali alternativi. Sono ancora molte però le industrie “dubbiose” al riguardo, e molte di esse pensano che saranno necessari più di cinque anni per raggiungere il risultato auspicato dagli ambientalisti. A noi non resta che rispondere che intanto è meglio cominciare: ci impiegheremo magari alcuni anni, ma almeno potremo tornare ad andare a fare una bella passeggiata all’aria aperta senza rischiare la salute.

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