Il 5° Rapporto di Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare, oltre a rilevare che il fenomeno ha aumentato il suo business con il falso Made in Italy, con l'etichetta che richiami la denominazione di nostri prodotti e del reinvestimento dei capitali illeciti nelle attività di ristorazione, evidenzia la sua diffusione dalle province del Meridione d'Italia a quelle del Nord, confermando quanto preconizzato dallo scrittore Leonardo Sciascia che "La palma va al nord".

Dal 5° Rapporto #Agromafie2017 sui crimini agroalimentari in Italia, elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare, e presentato il 14 marzo 2017, emerge che il volume d'affari complessivo annuale dell'agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell'ultimo anno.

Tale stima rimane, con tutta probabilità, ancora largamente approssimativa per difetto, perché restano inevitabilmente fuori i proventi derivanti da operazioni condotte "estero su estero" dalle organizzazioni criminali, gli investimenti effettuati in diverse parti del mondo, le attività speculative poste in essere attraverso la creazione di fondi di investimento operanti nelle diverse piazze finanziarie, il trasferimento formalmente legale di fondi attraverso i money transfer in collaborazione con fiduciarie anonime e la cosiddetta banca di "tramitazione", che veicola il denaro verso la sua destinazione finale.
"Il Rapporto di quest'anno segnala un'evoluzione delle mafie 3.0 - ha dichiarato Gian Maria Fara, Presidente Eurispes - Nel Rapporto segnaliamo, inoltre, il riciclaggio on line, la nuova frontiera degli scambi di borsa ad altissima velocità, operazioni speculative. Le attività delle forze dell'ordine e della magistratura raccontano degli intrecci delle mafie che fanno conseguire enormi guadagni. Riescono a gestire i vantaggi della globalizzazione delle economie, operando con straordinaria capacità di mimetizzarsi e riuscendo a tessere, così, quella rete di interessi che consente loro di espandersi".

La filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche per attirare l'interesse di organizzazioni che via via abbandonano l'abito "militare" per vestire il "doppiopetto" e il "colletto bianco", come si diceva un tempo, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell'economia e della finanza. Le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l'onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l'esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all'estero di centrali di produzione dell'Italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto.
Nel 2016 si è registrata un'impennata di fenomeni criminali che colpiscono e indeboliscono il settore agricolo nostrano dove quasi quotidianamente ci sono furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti (dai limoni alle nocciole, dall'olio al vino) e animali con un ritorno prepotente dell'abigeato. Non si tratta più soltanto di "ladri di polli", quanto di veri criminali che organizzano raid capaci di mettere in ginocchio un'azienda, specie se di dimensioni medie o piccole, con furti di interi carichi di olio o frutta, depositi di vino o altri prodotti come file di alveari, intere mandrie o trattori caricati su rimorchi di grandi dimensioni.
"Le agromafie vanno contrastate nei terreni agricoli, nelle segrete stanze in cui si determinano in prezzi, nell'opacità della burocrazia, nella fase della distribuzione di prodotti che percorrono centinaia e migliaia di chilometri prima di giungere al consumatore finale, ma soprattutto con la trasparenza e l'informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto che arriva nel piatto - ha sottolineato il Presidente della Col diretti, Roberto Moncalvo - Per l'alimentare occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l'uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l'illegalità o lo sfruttamento".

Tra tutti i settori "agromafiosi", quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d'Italia e anche all'estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali. Il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5.000 locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città. Attività "pulite" che si affiancano a quelle "sporche", avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti andamenti del mercato e alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza con la disponibilità di liquidità e la possibilità di espandere gli affari sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare.

"Vale per le agromafie il discorso dal campo alla tavola […] non si negano nulla - ha commentato Giancarlo Caselli, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare - Come è sempre stato nella natura delle organizzazioni mafiose che si sono spostate lì dove si concentrava la ricchezza, perché il segreto di queste grandi organizzazioni criminali e la capacità di adattarsi. Quindi, se da una parte si allentano le tradizionali intimidazioni eclatanti ed evidenti, dall'altro aumenta il dominio e il controllo economico. Questa evoluzione criminale deve essere contrastata da quella non solo giudiziaria, ma legislativa".

Se anche quest'anno la graduatoria delle province italiane dove è più diffuso il fenomeno conferma la concentrazione nel Sud Italia, tuttavia fra le prime 10 provinciali ne entrano alcune del Nord: Genova (contraffazione e adulterazione nella filiera dell'olio; prodotti agricoli esteri vietati o adulterati) e Verona (importazione di suini dal Nord Europa e poi marchiati come italiani; adulterazione di bevande alcoliche e superalcolici come nel caso della rinomata grappa locale), città che si trovano rispettivamente al secondo ed al terzo posto in classifica dopo Reggio Calabria, primati dovuti al ricco traffico del falso Made in Italy.
Fra queste città dal triste primato anche Catanzaro, Palermo, Caltanissetta, Catania, Caserta, Napoli. Al 10° la provincia di Bari (sofisticazione di ortofrutta e olio). Non fra le prime dieci, ma situazione critica nelle nordiche Padova (dodicesima) e Treviso (diciassettesima). Ancona, nelle Marche, è solo 32.ma, ma lì il fenomeno Agromafia è in forte salita.
Problemi simili fra Calabria, che detiene il primato e Sicilia, quindi controllo delle produzioni agricole, della pastorizia e relativo indotto occupazionale, incendi boschivi, adulterazione di oli, formaggi e vini. Cresce l'abigeato, il furto di bestiame. In Sicilia la mafia è fortemente infiltrata nel mercato ortofrutticolo, dagli agrumi alla frutta fino agli ortaggi a foglia e nel settore della pesca con primato a Caltanissetta.
Ma, come viene fatto risaltare, a taroccare il prodotto italiano e a venderlo sono anche le nazioni emergenti dove dominano fenomeni mafiosi tipici, ma anche e tanto, paesi ricchi come gli Stati Uniti.

Intervenendo alla presentazione del Rapporto, insieme agli altri colleghi Ministri Maurizio Martina (Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) e Marco Minniti (Interni), il Ministro della Giustizia Andrea Orlando si è augurato che la legge sulle agromafie sia presto approvata, anche se servono norme europee: "Noi non ci siamo dotati e quando dico noi non parlo dell'Italia ma parlo dell'Europa, di uno strumento che sia in grado di vigilare in modo tempestivo ed efficace su questo tipo di fenomeni. C'è bisogno di una procura europea. L'Italia è in prima linea in questa battaglia anche se purtroppo questo sforzo è uno sforzo non assecondato da tutti i Paesi europei perché resistono a molti particolarismi, molte paure che impediscono di avere una giurisdizione almeno su questo punto che sia sopranazionale".

Per l'occasione è stata apparecchiata la "Tavola delle cosche" con i prodotti frutto dei business specifici dei più noti clan mafiosi, camorristici e 'ndranghetisti, e un focus particolare è stato riservato al "Caporalato nel piatto", con l'esposizione degli alimenti più a rischio presenti sugli scaffali dei supermercati.