"L'umanità può e deve fare di più con meno"

"L'umanità può e deve fare di più con meno"

Disaccoppiare il tasso di consumo delle risorse dal tasso di crescita economica

unep decoupling

“Nel 2050, l’umanità rischia di divorare circa 140 miliardi di tonnellate di minerali, combustibili fossili e biomasse all’anno: tre volte la quantità che sta consumando attualmente”. 

È questo l’avvertimento contenuto nel Rapporto “Decoupling natural resource use and environmental impacts from economic growth”, presentato dal Programma Ambiente delle Nazioni Unite nel corso dell’annuale incontro a New York della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, e redatto dal Gruppo internazionale per la Gestione Sostenibile delle Risorse. Tale Gruppo, istituito nel 2007 all’interno dell’UNEP con lo scopo di fornire una consulenza scientifica indipendente sull’uso delle risorse e sui relativi impatti ambientali, disaccoppiando (decoupling) crescita economica e degrado ambientale, si avvale del coordinamento di due illustri co- Presidenti: Ashok Khosla, Presidente della IUNC (International Union for Conservation of Nature) e del Club di Roma e di Ernst Ulrich von Weizsäcker, fondatore del Wuppertal Institute ed ex Presidente del Comitato per l’Ambiente del Parlamento Federale tedesco.

I cittadini dei Paesi sviluppati consumano una media di 16 tonnellate pro capite di quelle quattro risorse chiave (che arrivano fino a 40 o più di tonnellate per persona in alcuni Paesi ricchi), mentre in India ogni persona ne consuma mediamente 4 tonnellate.
Con la crescita della popolazione mondiale e l’incremento dei consumi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, la prospettiva di un consumo maggiore di risorse “è ben lontana dall’essere sostenibile”, si afferma nel Rapporto.


Già oggi il mondo è a corto di risorse a basso costo e di alta qualità, quali petrolio, rame e oro, per i quali approvvigionamenti è richiesta una sempre più crescente quantità di combustibili fossili e utilizzo di acqua dolce.
“Dobbiamo renderci conto che la prosperità e il benessere non dipendono dal consumo sempre maggiore di risorse - scrive Weizsäcker nella prefazione - Il disaccoppiamento non significa far arrestare la crescita. Si tratta di fare di più con meno. Il consumo globale delle risorse sta esplodendo. Questa tendenza non è in alcun modo sostenibile”.
L’obiettivo, di migliorare il tasso di produttività delle risorse più velocemente del tasso di crescita economica, tuttavia, richiede un urgente ripensamento dei legami tra uso delle risorse e prosperità economica, che sia sostenuto da un massiccio investimento nell’innovazione tecnologica, finanziaria e sociale, per congelare almeno il consumo pro capite nei Paesi ricchi e aiutare le nazioni in via di sviluppo a seguire un percorso più sostenibile.
La tendenza attuale verso la crescita dell’urbanizzazione potrebbe aiutare in tal senso, fanno notare gli esperti, dal momento che le città permettono economie di scala e maggiore efficienza nell’approvvigionamento dei servizi. I luoghi densamente popolati consumano meno risorse pro capite di quelli a bassa densità di popolazione, in virtù di politiche volte alla distribuzione dell’acqua, agli alloggi, alla gestione e riciclaggio dei rifiuti, al riciclaggio, all’impiego di energia e ai trasporti.

“Il disaccoppiamento è una soluzione valida su tutti i fronti: economico, sociale e ambientale - ha dichiarato il Direttore esecutivo dell’UNEP, Achim Steiner, alla presentazione del Rapporto, presenti i due principali autori (Mark Swilling dell’Istituto di Sostenibilità presso l’Università di Stellenbosch - Sudafrica e Marina Fischer-Kowalski, Direttore dell’Istituto di Ecologia Sociale dell’Alpen Adria Universität di Klagenfurt - Austria) - La gente crede che il danno ambientale sia il prezzo che si deve pagare per i benefici economici. Tuttavia, non si può e non si deve continuare ad agire come se questo compromesso fosse inevitabile”.
“Il disaccoppiamento è parte di una transizione verso una Green Economy basata su basse emissioni di carbonio ed uso efficiente delle risorse, al fine di stimolare la crescita, generare posti di lavoro decenti e sradicare la povertà, in modo che l’impronta ecologica dell’umanità, si mantenga all’interno dei confini del Pianeta - ha proseguito Steiner - L’anno prossimo la Conferenza Rio+20 rappresenterà un’opportunità per accelerare ed incrementare questi Germogli Verdi di una green economy che stanno emergendo sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo mondiale”.

Sebbene la relazione non offra soluzioni politiche ed opzionitecnologiche, che saranno l’oggetto di successivi rapporti, tuttavia, si afferma che le tecnologie che hanno aiutato l’umanità ad estrarre quantità sempre maggiori di risorse naturali devono essere re-indirizzate verso forme più efficienti di utilizzo. Il tasso globale annuo pro capite di consumo di risorse nel 2000 è stato di 8-10 tonnellate, circa il doppio di quello del 1900. Nel 2000, il tasso medio nei Paesi industrializzati (circa 1/5 della popolazione mondiale) è stato circa il doppio della media mondiale e quattro o cinque volte superiore a quello dei Paesi più poveri in via di sviluppo (i tassi globali e nazionali di consumo pro capite sono calcolati dividendo la quantità mondiale e nazionale di consumo di minerali, metalli, combustibili fossili e biomasse per la popolazione mondiale e nazionale).

Comunque, gli autori fanno osservare che la rapida espansione dei commerci internazionali nasconde la vera responsabilità del consumo di risorse e dei relativi impatti ambientali. Durante il secolo passato, i controlli sull’inquinamento e le altre misure hanno ridotto l’impatto ambientale della crescita economica, e, grazie alle innovazioni nella fabbricazione, nella progettazione dei prodotti e nell’utilizzo di energia - con il contributo di un numero crescente di persone che vivono in città e che hanno adottato stili di vita più efficienti - l’economia globale è cresciuta più velocemente del consumo di risorse. Eppure, quei miglioramenti sono stati relativi. In termini assoluti - con una popolazione in crescita, continuando gli alti livelli di consumo nei Paesi industrializzati, e l’aumento della domanda di beni materiali, in particolare in Cina, India, Brasile e nelle altre economie emergenti - l’uso totale delle risorse è cresciuto di otto volte, passando dai 6 miliardi di tonnellate nel 1.900 ai 49 miliardi nel 2000, mentre attualmente si stima che si aggiri attorno ai 59 miliardi.

Il disaccoppiamento sta avvenendo, ma “ad un tasso che è insufficiente a soddisfare le esigenze di una società equa e sostenibile”. Tra il 1980 e il 2002, per 1.000 dollari (US) di output economico, il consumo di risorse è sceso da 2,1 a 1,6 tonnellate. 
“Il consumo di risorse è esploso fin dai tempi dei nostri bisnonni, determinato in parte dalla ricerca dei benefici economici e dalla conseguente riduzione dei prezzi delle risorse. Con l’attuale aumento significativo di cibo, metalli rari, energia e altre risorse, ci sono le pre-condizioni per compiere sforzi maggiori di quanto non siano stati fatti finora per il disaccoppiamento - scrive Koshla - Disaccoppiare la crescita degli impatti e dei consumi è un passo in avanti estremamente importante, un modo per sbloccare l’impasse determinato dalla convinzione che sussiste una correlazione negativa tra sviluppo economico e ambiente.
I Paesi in via di sviluppo potrebbero cambiare la loro idea di ciò che significa sviluppo in un mondo scarso di risorse”.

Nel Report si mettono in evidenza i progressi compiuti da 4 Paesi in cui il disaccoppiamento viene sostenuto dalle politiche dei Governi.
* La Germania, ha fissato gli obiettivi per l’energia e la produttività delle risorse, intende raddoppiarli entrambi entro il 2020. Sono stati posti ambiziosi obiettivi al 2020 anche per il riscaldamento, l’elettricità ed altri necessità energetiche, facendo ricorso a fonti rinnovabili, con un taglio del 30% delle emissioni di biossido di carbonio entro la stessa data.
* Il Giappone è impegnato a diventare una “Società Sostenibile” puntando sulle basse emissioni di carbonio, sulla riduzione, sul riuso e riciclaggio dei materiali, e sull’armonia con la natura. Il flusso di materiali viene attentamente monitorato. Le misure messe in atto dal Giappone “sono probabilmente gli esempi più avanzati di come si possa aumentare la produttività delle risorse, riducendo al minimo gli impatti negativi sull’ambiente”, si afferma nel Rapporto.
* In Sudafrica, la cui Costituzione prevede “lo sviluppo e l’uso delle risorse naturali in modo ecologicamente sostenibile”, le scelte politiche richiamano in modo esplicito “di disaccoppiare risorse e impatti” e prevedono di tagliare del 30-40% le emissioni dei gas ad effetto serra entro il 2050. Il progresso, però, è minato da una crescente dipendenza dalle esportazioni di carbone e altri minerali. L’intensità di carbonio del Paese è tra le più elevate del mondo e le emissioni pro capite sono il doppio della media globale.
* La Cina mira a costruire una “civiltà ecologica”, inserendo tra le priorità politiche le preoccupazioni per risorse e ambiente tra le priorità. Sono stati definiti indicatori di disaccoppiamento e fissati obiettivi obbligatori, tra cui una riduzione del 20% di intensità energetica e sono in corso programmi di risparmio energetico e di riduzione dell’inquinamento. Un Piano d’Azione Nazionale per contrastare i cambiamenti climatici prevede obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 40-45% entro il 2020. In particolare, la Cina costituisce un caso di test globale “perché vuole continuare la sua rapida crescita economica, ma con un uso più sostenibile delle risorse - si afferma nel Rapporto - Le misure che la Cina propone per conciliare questi obiettivi saranno di fondamentale importanza per qualsivoglia altro Paese in via di sviluppo che abbia intenzioni politiche simili”.

Nella relazione si sottolinea, inoltre, che il taglio del tasso di consumo delle risorse e la riduzione degli impatti è possibile, in teoria, purché il miglioramento economico nazionale sia definito in termini diversi da quelli di una crescita fisica.
“È tempo di riconoscere i limiti di disponibilità delle risorse naturali disponibili per sostenere lo sviluppo umano e la crescita economica - affermano gli autori - Il disaccoppiamento richiederà cambiamenti significativi nelle politiche governative, aziendali e l’assunzione di modelli di comportamento da parte del pubblico... Sarà necessaria l’innovazione, anche radicale”.

Il Rapporto descrive, poi, tre scenari secondo cui i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo possono giungere ad un consumo equo delle risorse: “Convergenza entro il 2050”.
Scenario 1: Continuare al solito modo (business as usual) nei Paesi sviluppati, con graduale convergenza da parte degli altri.
Il consumo pro capite di risorse nei Paesi industrializzati rimarrebbe stabile, come negli ultimi tre decenni, e il resto del mondo continuerebbe secondo l’attuale trend di crescita. Questa ipotesi comporterebbe al 2050 un consumo annuo totale di 140 miliardi di tonnellate di risorse, tra minerali, combustibili fossili e biomasse, circa 16 tonnellate pro capite per una popolazione di 9 miliardi di individui. Il rapporto afferma che tale scenario “è insostenibile sia per quanto concerne l’utilizzo delle risorse che per la gestione delle emissioni, probabilmente al di fuori di ogni possibilità di disponibilità di risorse e di valutazione dei limiti alla capacità di assorbimento degli impatti”.
Scenario 2: Moderata contrazione del consumo di risorse nei Paesi sviluppati, con graduale convergenza da parte degli altri.
I Paesi industrializzati dimezzerebbero il consumo medio pro capite di risorse a 8 tonnellate e gli altri Paesi convergerebbero progressivamente verso tali livelli. “Questo scenario - si indica nel rapporto - presuppone la sostanziale modifica strutturale che contempli un nuovo modello di produzione e consumo da parte dell’industria che sarebbe del tutto diverso da quello tradizionale ad alta intensità di risorse, qual è il modello industriale dell’Occidente”. Tale contesto comporterebbe un consumo globale di 70 miliardi di tonnellate al 2050, circa il 40% in più di risorse estratte nel 2000. Le emissioni medie di biossido di carbonio pro capite aumenterebbero quasi del 50%, portandosi a 1,6 tonnellate pro capite, e le emissioni globali di CO2 raddoppierebbero. I tagli assoluti dei consumi dello scenario 2, ben al di sotto della scala necessaria, si verificherebbero in appena una manciata di Paesi e, in alcuni casi, soltanto perché hanno abbassato il loro tasso di consumo pro capite, importando risorse da altre aree.
Scenario 3: Decisa contrazione del consumo di risorse nei Paesi sviluppati, con convergenza da parte degli altri. I Paesi industrializzati ridurrebbero il consumo pro capite di 2/3 e le altre nazioni rimarrebbero ferme ai tassi attuali, con un conseguente tasso di consumo mondiale pro capite di 6 tonnellate e consumo totale mondiale di circa 50 miliardi di tonnellate, lo stesso che nel 2000. Questo scenario sarebbe così restrittivo, da essere poco attraente per i politici, tal che gli stessi autori ammettono che “può difficilmente essere affrontato come un possibile obiettivo strategico”. Tuttavia, tali misure, anche dure, manterrebbero il consumo globale a livelli che la maggior parte degli scienziati considera ancora insostenibile. Le emissioni medie di CO2 sarebbero ridotte di circa il 40% ovvero a 0,75 tonnellate pro capite e le emissioni globali dovrebbero rimanere costanti ai livelli del 2000.

“Questi scenari sfidano il nostro attuale modo di pensare attuale e le ipotesi circa lo sviluppo - sottolinea il Rapporto - Se gli investimenti nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo fossero fatti oggi che l’umanità è chiusa entro il modello business as usual o volta moderatamente verso percorsi di sviluppo a ridotta intensità di risorse, i rischi di incorrere in vincoli ecologici aumenteranno”.
“Questo risultato ha spinto l’International Resource Panel a concentrare l’attenzione dei futuri rapporti su come migliorare la produttività delle risorse e trovare valide alternative per i responsabili politici”.

Sono quindi elencate le sfide che ci attendono:
* I decisori politici e il pubblico in generale non sono ancora convinti dei limiti fisici della disponibilità di risorse per uso umano.
* Le notevoli differenze nel consumo medio pro capite presuppongono differenti livelli di azione. Le nazioni più povere, probabilmente le prime a risentire degli effetti della carenza di risorse, devono avere la possibilità di migliorare le condizioni di vita. Se emulassero il dissoluto stile di sviluppo del mondo occidentale, non solo esporrebbero le loro economie ai vincoli di una ridotta disponibilità, ma la “banca” delle risorse del pianeta andrebbe in un ben più profondo “rosso”.
* I più utilizzati e accessibili minerali, metalli e combustibili fossili sono in via di esaurimento. Nuove fonti sono generalmente più remote e di qualità inferiore. La loro ricerca ed estrazione richiede maggior consumo di energia e aumento degli impatti ambientali. Per estrarre i minerali deve essere rimossa una quantità di materiali tre volte superiore a quella di un secolo fa, con conseguente aumento del dissesto del suolo, degli stress idrici e di consumi energetici.
* L’estrazione delle risorse avviene sempre più in Paesi che hanno normative legali ed ambientali ridotte, con la conseguenza che “gli impatti ambientali per unità di materiale estratto possono diventare più gravi”.
* Con l’espansione dei commerci, diventa più difficile attribuire la responsabilità per il consumo delle risorse, tuttavia è fondamentale che a ciascun Paese sia richiesto di limitare il consumo pro capite. La riduzione delle attività minerarie e delle sue conseguenze, per esempio, è responsabilità del Paese dove avviene l’estrazione o di quello in cui il minerale viene trasformato in un prodotto finito oppure quello in cui viene consumato il prodotto?
* Un “effetto rimbalzo” spesso comporta maggiore consumo di energia in seguito o i beni prodotti sono più efficienti qualora i consumatori traggono vantaggi dai risparmi per acquistare qualco’saltro o per usare più spesso un dispositivo (per esempio: fare più chilometri con un’auto più efficiente in consumo di carburante). Secondo il Rapporto, ci sono motivazioni che spingono all’ottimismo:
* La certezza che la carenza di risorse finirà per accantonare il business as usual, assicurando che qualsiasi Paese “che voglia stare al gioco” dovrà investire in innovazione se “vorrà raccoglierne i frutti allorché le pressioni costringeranno gli altri ad un cambio repentino”.
* I Paesi in via di sviluppo, gravati dall’assenza di tecnologie, possono oltrepassare i processi e i beni ad alta intensità di risorse, come fa gran parte dell’Africa, ad esempio, bypassando i servizi telefonici fissi per giungere direttamente al wireless.
* Il costo crescente di molte risorse crea un imperativo economico per risparmiare, anche se, allo stesso tempo, un aumento dei prezzi potrebbe consentire lo sfruttamento di fonti più costose e ambientalmente più pericolose come il petrolio dell’Artico.
* L’urbanizzazione è in grado di ridurre il tasso di consumo della popolazione fin tanto che offre servizi più efficienti e “concentra la conoscenza e le risorse finanziarie, sociali e istituzionali necessarie per le innovazioni orientate alla sostenibilità”. Comunque, i numeri dei consumi per le città possono essere artificialmente bassi, se l’area urbana dipende per energia e risorse dalle campagne circostanti. Inoltre, gli abitanti delle città consumano di più a mano a mano che l’economia cresce. “Ciò costituisce il punto di svolta delle città verso la sostenibilità - avverte il rapporto - Esse possono essere il vettore dell’uso insostenibile delle risorse, ma hanno anche la maggior potenzialità che esista per le innovazioni orientate alla sostenibilità”.
* Già oggi, vi è una grande differenza nel tasso di utilizzo delle risorse tra i Paesi, anche tra quelli con lo stesso PIL pro capite. Questo indica che è possibile per i Paesi incrementare la produttività delle risorse e far crescere ancora.

Fermo restando che deve essere ben accolto ogni sforzo per un modello possibile di economia sostenibile della prosperità, resta il fatto, peraltro ammesso dagli autori del Rapporto, che da quando è stato teorizzato, non c’è stato finora alcun significativo “disaccoppiamento” tra crescita dell’economia, flusso di materia e impatto ambientale, come ha ben sintetizzato Gianfranco Bologna: “sino ad ora il decoupling non ha dato i risultati necessari. Non si prevede che ci riuscirà nell’immediato futuro e, per rispettare i limiti ecologici sempre più chiari e palesi, sarebbe necessario un decoupling su scala così vasta che è persino difficile da immaginare. In poche parole, come scrive Jackson, non possiamo che mettere in dubbio la crescita”. (“Dall’economia della crescita all’economia della sostenibilità”, in Tim Jackson “Prosperità senza crescita”, Edizioni Ambiente, 2011).

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