"Comunque sia andata…è stata un successo!"

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Deludenti conclusioni alla Conferenza sul Clima di Durban

conferenza durban

A leggere i commenti dei maggiori media e le dichiarazioni dei decision maker in merito ai lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Durban (28 novembre - 11 dicembre 2011) viene alla mente il tormentone con cui il conduttore televisivo Piero Chiambretti chiudeva a tarda serata la trasmissione “Il dopo-festival”, dedicata alla kermesse canora Sanremese: “Comunque vada, sarà un successo”. 

In realtà, guardando i risultati non c’è molto di cui rallegrarsi. Se poi si ritiene che l’impegno preso di definire entro il 2015 un Accordo sui limiti obbligatori di emissioni per contenere il global warming entro i 2° C, che entrerà in funzione solo nel 2020, debba essere considerato con favore, ciò potrebbe essere valido per i tempi della politica, che sono regolati sulle tornate elettorali, non già su quelli della scienza.

Gli esperti hanno messo in guardia come ogni anno che passa senza porre un freno alle emissioni globali che stanno aumentando nonostante la crisi economica, sia un ulteriore passo verso la catastrofica previsione di un incremento di 4° della temperatura alla fine del secolo.


Il fatto, poi, che la Conferenza si sia protratta di altri due giorni rispetto al previsto (pare a seguito di un “ordine” della Presidente sudafricana della Conferenza, Maite Nkoana Mashabane) la dice lunga sulle difficoltà di trovare un punto di mediazione che potesse sortire ad un risultato accettabile per i 194 rappresentanti dei Paesi. Tant’è, che dopo sole 48 ore dalla chiusura del Summit, il Canada ha annunciato di uscire dal Protocollo di Kyoto.
“Sono dispiaciuta che il Canada abbia annunciato che si ritira e, soprattutto, sono stupefatta per la scelta del momento di questo annuncio - ha dichiarato risentita la segretaria esecutiva UNFCCC, Christiana Figueres - Che il Canada ritiri o meno la firma al Protocollo di Kyoto, nondimeno ha un obbligo legale, conformemente alla Convenzione, di ridurre le sue emissioni, ed un obbligo morale, di fronte al Paese e alle future generazioni, di assumere un ruolo di primo piano”.

Il riferimento alle penali che il Canada dovrebbe pagare per il mancato target al 2012 è evidente, ma il Ministro dell’Ambiente canadese Peter Kent ha ribattuto che “Il Canada non vuole assolutamente far pagare ai suoi cittadini 1.600 dollari per famiglia, questo è il costo di Kyoto per i Canadesi, che è l’eredità di un governo liberale incompetente”.

Questo nuovo strumento giuridico, raggiunto tramite la mediazione della delegazione UE, guidata dalla Commissaria per il Clima, Connie Hedegaard, spalleggiata soprattutto dai rappresentanti dei piccoli Stati dell’AOSIS e di alcuni dell’Africa, avrà il compito di far aumentare i livelli di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, al fine di colmare il divario tra gli impegni al 2020 presi dai Paesi sulla base dei Los Acuerdos de Cancún e quel che sarebbe necessario fare per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 °C entro la fine del secolo, come è stato evidenziato dall’ultimo Rapporto UNEP “Bridging the emission gap”, condotto da 55 scienziati ed esperti di 28 centri di ricerca di 15 Paesi (cfr: “A Durban con la finestra che si sta socchiudendo”, in Regioni&Ambiente, n.11-12 Novembre-Dicembre 2011, pagg. 6-8).

Anche il Green Climate Fund (il Fondo Verde per il Clima di 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, istituito a Cancún, per aiutare i Paesi poveri ad azioni di adattamento per lottare contro il global warming) non ha fatto grandi progressi, relativamente alla necessità di trovare una fonte di finanziamento che sembrava essere stata individuata nel settore privato, che per la decisione presa di mantenere il Fondo sotto il controllo UNFCCC potrebbe defilarsi.

Neppure in materia di REED+ ossia sui progetti volti a ridurre le emissioni conseguenti alle attività di deforestazione e degrado del patrimonio forestale, si sono fatti significativi passi. L’approccio basato sul mercato delle emissioni con cui si è concluso il tema non rassicura che verranno poste le necessarie misure di salvaguardia del sistema e delle popolazioni indigene che vi abitano, con il rischio che le imprese abbiano la facoltà di disporre di un bene che nella tradizione indigena non può essere posseduto.

Viceversa, progressi si sono registrati in altri settori previsti all’ordine del giorno, per rendere più trasparenti gli impegni volontari sottoscritti dai Paesi in via di sviluppo per la riduzione delle emissioni, per il trasferimento delle tecnologie, per il prosieguo di validità dei meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto (CDM, JI, ET), a cui è stato aggiunto il CCS, i crediti derivanti dai risparmi ottenuti dalla cattura e stoccaggio del carbonio. Come annunciato durante i lavori di Durban, sarà il Qatar, ad ospitare, probabilmente nella capitale Doha, dal 26 novembre al 7 dicembre 2012, la 18a Conferenza UNFCCC, preferito all’altro pretendente del Continente asiatico a cui spetta tale compito per il 2012, la Corea del Sud.
Il Paese ospitante attualmente emette pro-capite più anidride carbonica di qualsivoglia altro Stato (3 volte più di quelle di uno statunitense e 10 volte quelle di un cinese), ma il Governo ha investito miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo di clean technologies e molti altri ne ha promessi per aiutare i piccoli Stati insulari a far fronte alle inondazioni e siccità conseguenti i cambiamenti climatici.

Qualche giorno dopo è stata la volta dell’India, il 3° più grande emettitore mondiale di gas serra, che ha confermato, come aveva fato intendere alla Conferenza di Durban, cercando di boicottare ogni possibile accordo, di non poter sottoscrivere alcun documento che possa limitare il suo diritto alla crescita economica:
“A questo punto del nostro sviluppo non possiamo permetterci di firmare un accordo vincolante - ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente indiano, Jayanthi Natarajan, riferendo dei risultati di Durban alla Camera Alta del Parlamento - Le nostre emissioni sono destinate a crescere, dal momento che dobbiamo garantirci lo sviluppo sociale ed economico per soddisfare l’impegno di sradicare la povertà”.

Stante la situazione, non vorremmo che fra qualche anno si debba concludere amaramente che il “Durban Package” era stato “scritto sull’acqua”, per mutuare l’epitaffio sulla tomba del celebre poeta inglese John Keats: “Here lies one whose name was written in water”. Le posizioni dei due Paesi ricalcano perfettamente gli schieramenti che si sono contrapposti a Durban: - i Paesi ricchi non sono in grado di fare investimenti adeguati per tagliare drasticamente le loro emissioni, anche per paura delle ripercussioni negative su un’economia in recessione; - i Paesi in via di sviluppo, quelli più industrialmente avanzati, non ritengono di dover compromettere la loro crescita.

Tra i due gruppi, si collocano i Paesi più vulnerabili ai disastri dovuti ai cambiamenti climatici, che stanno già subendo, e l’Unione europea che a Durban si è ritagliata un ruolo, non fosse altro per essere riuscita a sbloccare l’impasse causata dall’intransigente India, che rischiava di far concludere la Conferenza senza alcun Accordo. Vediamo cosa prevede la “Durban Platform”, come è stata altresì ribattezzata.

La fase 2 del Protocollo di Kyoto, proseguirà alla scadenza di Kyoto 1 (2012), impegnando i Paesi industrializzati sottoscrittori ed escludendo oltre gli USA quelli che hanno già annunciato o che riterranno di volerne uscire (Canada, Russia, Giappone).
Questo periodo di transizione durerà fino al 2017 e costituirà un processo verso l’Accordo globale che sarà definito entro il 2015, ma diverrà operativo a partire dal 2020. Se si vuole individuare una positività nelle conclusioni della Conferenza di Durban, è che per la prima volta si è deciso di dare il via ad un Accordo globale che coinvolgerà tutti i Paesi della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici e la cui forma (nuovo protocollo; un altro strumento giuridico; un concordato: sono queste le opzioni sul tappeto) e i cui vincoli dovranno essere definiti attraverso i lavori di un apposito Gruppo di lavoro che inizierà a lavorare fin dal 2012.

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