Una Ricerca, erroneamente diffusa nei risultati, chiarisce le relazioni tra i frammenti di plastica scaricati in mare e la biologia marina

halobates

“Penso che sia fantastico che tanti gruppi e semplici cittadini si appassionino a quel che sta succedendo in una remota parte dell’Oceano a più di 1.000 miglia dalla terra. Ma il rovescio della medaglia di questo interesse è che il sano dibattito scientifico diviene più pubblicizzato del solito. In realtà, ciò non è un male perché così per il mondo scientifico si apre una grande finestra. Questo dibattito alla fine risulterà fondamentale per trovare una soluzione fattibile per l’inquinamento da plastiche sia che riguardi il suolo e il mare o le modifiche normative” 

Così si esprimeva la biologa oceanografica Miriam Goldstein in un intervento dal titolo “Esiste la Great Pacific Garbage Patch?” postato lo scorso anno sul sito di SEAPLEX (Scripps Environmental Accumulation of Plastic Expedition), progetto di ricerca, a cui lei stessa ha preso parte, volto a verificare la quantità di plastiche effettivamente accumulatesi per effetto delle correnti oceaniche in una zona dell’Oceano Pacifico settentrionale e in che modo può danneggiare la vita marina, dopo che si era diffusa la notizia di un’enorme isola galleggiante di rifiuti (cfr: “Tra isole coralline che scompaiono e quelle di rifiuti che si formano”, in Regioni&Ambiente, n. 3 marzo 2007, pagg. 8-12).

A giudicare dalla copertura mediatica che ha avuto la pubblicazione dei risultati di tale ricerca (Miriam C. Glodstein, Marci Rosenberg and Lanna Cheng: “Increased oceanic microplastic enhances oviposition in an endemic pelagic insect”, Biology Letters, published online before print, May 9, 2012, doi:10.1098/ rsbl.2012.0298) si deve riconoscere che l’obiettivo di dare risonanza ad un nuovo e pressante problema ambientale è stato raggiunto, ma altrettanto indubbio è il rischio di una sua banalizzazione in termini sensazionalisti: “Forte aumento di rifiuti di plastica nel Pacifico settentrionale”, “Un mare di plastica: in 40 anni aumentata di 100 volte”, “La spazzatura oceanica è un salvagente per gli insetti”, “Il Pacifico… un mare di plastica: studio agghiacciante”, per citare alcuni dei titoli di giornali e riviste che hanno commentato la pubblicazione dello studio.

In realtà, l’articolo aveva per oggetto, come ben evidenziato nel titolo, la correlazione tra l’aumento dei micro detriti plastici e quello delle uova depositatevi dall’Halobates sericeus (Heteroptera: Gerridae), un insetto pelagico diffuso nella sezione orientale del Nord Pacifico, che può muoversi liberamente sia in aria che in mare sul quale pattina (chiamato appunto sea skater), nutrendosi di plancton, ed essendo a sua volta preda di pesci e uccelli marini e la cui riproduzione avviene tramite la deposizione di uova su substrati duri, quindi limitata alla disponibilità di materiali galleggianti.
La ricerca ha scoperto, pertanto, che i “pattinatori del mare” hanno imparato a sfruttare l’enorme afflusso di rifiuti plastici come nuove superfici per depositare le uova, come risulta dalla maggior concentrazione di uova (questa sì 100 volte superiore!) rispetto ai pezzettini galleggianti raccolti tra il 1972 e il 1973. L’aumento della popolazione di Halobates può avere ripercussioni, secondo lo studio, su tutta la catena alimentare marina, costituendo un facile bersaglio per specie predatrici, come il Planes minutus, un granchio epipelagico che vive sugli oggetti galleggianti, alcuni cirripedi che vivono aderendo a substrati, ed anche certi pesci che prediligono vivere sotto materiali galleggianti.

“Il rapporto dimostra un drammatico aumento dei detriti di plastica in un periodo di tempo relativamente breve e l’effetto che sta avendo su un comune invertebrato - ha spiegato la Goldstein - In questo insetto marino si stanno verificando cambiamenti che possono essere direttamente attribuibili alla plastica. Visto che finora non siamo stati molto bravi ad impedire che la plastica arrivasse nell’oceano, speriamo che in futuro facciamo di meglio”.

Al di là dell’inadeguata divulgazione scientifica fatta dai media, resta il positivo riscontro dell’opportunità creatasi di una maggiore informazione dei gravi problemi ambientali che possono derivare dall’incontrollato abbandono e dal confluire nei mari dei rifiuti in plastica.
Gli scienziati sono preoccupati non solo per il danno diretto alla fauna, ma anche per la potenziale tossicità dei microplastics di misura inferiore ai 5 mm di lunghezza (quelli su cui l’Halobates depone le uova), scaricati come pellets da parte dell’industria o formatesi come conseguenza della suddivisione di pezzi di plastica più grandi, come per esempio avviene per l’azione del moto ondoso e della luce solare.
La quantità esatta di materie plastiche, anche abbandonata da navi da trasporto e da pesca, che entra o che forma negli oceani isole di scarichi è ancora poco studiata, seppur si conosce dove si ammassa. Ben vengano, quindi, studi che possano colmare le attuali lacune. C’è il timore, infatti, che al di là dei danni e delle morti causati agli animali, rimasti imbrigliati nelle plastiche abbandonate, la fauna selvatica possa mangiare la plastica scambiandola erroneamente per cibo, come capita di osservare nelle carcasse degli albatros ritrovate sulle spiagge di isolotti del Pacifico, o nello stomaco del 9% dei pesci catturati, appunto, durante la missione SEAPLEX.

I pezzi di piccola e piccolissima taglia di plastica rilasciano una vasta gamma di prodotti chimici, dai bisfenoli policlorurati ai pesticidi DDT, che vengono assorbiti e si concentrano nell’acqua e nei sedimenti marini. Alcuni scienziati sono allarmati che questi contaminanti persistenti possano alla fine finire nella catena alimentare, anche se vi è ancora grande incertezza circa il grado di minaccia per la salute dell’uomo e dell’ecosistema.
C’è la necessità, quindi, di sensibilizzare i consumatori a migliorare e modificare i propri comportamenti per rendere più efficienti la raccolta, il riciclaggio e il riutilizzo dei rifiuti di plastiche, dato che persistono lacune circa il destino finale di questi materiali.
“Se la plastica fosse trattata come una risorsa preziosa - ha concluso l’UNEP nell’analisi delle questioni emergenti del suo ultimo Year Book - non già come un prodotto di scarto, qualsiasi opportunità per dare un valore secondario ai materiali offrirebbe incentivi economici per la loro raccolta e il loro riutilizzo”.

Come in occasione del precedente articolo sull’argomento avevamo citato in apertura il dialogo di un film famoso, ci piace chiudere questo intervento con la conversazione tra due personaggi del “Il laureato” (The Graduate), pellicola cult di Mike Nichols del 1967, con cui vinse l’Oscar per la miglior regia. Il Sig. Mc Guire (interpretato dal Walter Brooke) consiglia al giovane Benjamin “Ben” Braddock (Dustin Hoffman ) la carriera da intraprendere:
Mc Guire: Io voglio dirti una sola parola. Proprio una sola parola.
Ben: Sì signore.
Mc Guire: Mi stai ascoltando?
Ben: Sì, l’ascolto.
Mc Guire: Plastica!
Ben: Che cosa intende, signore?
Mc Guire: C’è un grande futuro nella plastica. Pensaci. Ci penserai?
Ben: Sì, lo farò.
McGuire: Shh! Ho parlato abbastanza.

Questo è un affare. Questo business, però, che ha avuto ed ha tuttora un ruolo così importante nell’offerta di prodotti e servizi, viene oggi “demonizzato” per l’irresponsabilità dei comportamenti umani!