Un monito ad investire per prevedere un ipotetico, ma non improbabile, tsunami nel Mediterraneo

prevenzione rischi

Vedendo le drammatiche immagini televisive della devastante potenza del maremoto che si è riversato per qualche chilometro sulla terraferma con onde alte 10 metri, potrebbe sembrare beffarda l’affermazione che il sistema di allerta “tsunami” (termine giapponese che letteralmente vuol dire “l’onda sul porto”), scattato in occasione del terremoto di eccezionale magnitudo che ha investito la regione nordorientale dell’isola giapponese di Honshū (secondo solo a quello che colpì il Cile nel 1960), ha funzionato. 

Ovviamente, non per gli abitanti di Sendai e Miyagi, dal momento che l’intervallo di alcune decine di minuti tra la scossa di terremoto e lo tsunami non poteva permettere di mettersi in salvo, bensì per gli abitanti degli altri 20 Paesi dell’area circumpacifica coinvolti.

Rammentiamo bene le decine di migliaia di vittime causate dal maremoto che si verificò nell’oceano Indiano, dopo l’altrettanto disastroso terremoto del dicembre 2004, con ipocentro al largo dell’isola di Sumatra, che si è abbattuto dopo qualche ora sulle coste thailandesi, cingalesi ed indiane, per poi concludere la sua corsa sulle coste della Somalia, in Africa. Gli unici abitanti dell’oceano Indiano che sono quasi tutti scampati alla furia distruttiva dello tsunami sono risultati gli indigeni delle isole Andamane, nel golfo del Bengala, che, grazie alla loro millenaria simbiosi con la natura dei luoghi (vi abitano da circa 65.000 anni) e alla loro profonda conoscenza dei fenomeni naturali, si erano già messi in salvo sulle alture assieme agli animali, come loro messi in guardia dall’insolito ritrarsi della marea.



In questa occasione, l’allerta lanciato dal Pacific Tsunami Warming Centre ha evitato che le vittime aumentassero (si sono segnalati altrove solo 2 morti: un pescatore a Papua - Indonesia e un altro sulle coste della California, che tentava di riprendere le immagini del fenomeno), anche se gli effetti sono risultati inferiori a quelli paventati.
È italiano uno dei massimi esperti di tsunami: Nevio Zitellini, Direttore dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISMAR-CNR) di Bologna.
“La condizione essenziale perché si crei uno tsunami - ha dichiarato Zitellini, intervistato subito dopo l’evento giapponese - è che ci sia un forte terremoto in mare, in una zona con fondali tra le prime decine di chilometri [quello dell’11 marzo è stato di magnitudo 9.0 della scala Richter, con ipocentro a 24,4 km. di profondità ed epicentro a 130 km. di distanza dalla costa] Il fondale si sposta di qualche metro e in verticale si sposta in contemporanea una colonna d’acqua che, dovendo poi tornare in equilibrio, genera un’onda”.
“L’onda dello tsunami - ha continuato il Direttore ISMARCNR - normalmente ha una frequenza bassissima e molto lunga, di centinaia di chilometri: si propaga su distanze molto grandi ed è anche molto veloce in pieno oceano. Più il mare è profondo, più è veloce; nel Pacifico, ad esempio, va alla velocità di un jet, a 700-800 km/h. Chi è lontano dall’ipocentro ha il tempo di spostarsi, ma chi è vicino può essere investito dall’onda. Per questo i giapponesi hanno investito moltissimo sulla prevenzione degli tsunami con sensori in mare in grado di prevedere l’arrivo dell’onda e attivare tutti i sistemi di allerta”.
“L’ampiezza dell’onda è enorme e l’altezza è piccolissima - ha spiegato Zitellini - ma avvicinandosi alle coste la profondità dell’acqua diminuisce e per la compressione l’onda diventa altissima, da qualche decina di centimetri, diventa metri”.

Dopo il 2004, l’ONU e l’UE, tramite l’UNESCO e l’ESA (European Space Agency), hanno messo in piedi un sistema di allarme per il rischio tsunami nell’Atlantico Nord-orientale e nel Mediterraneo (NEAMTWS). Non bisogna dimenticare, infatti, che tali fenomeni in passato hanno interessato anche queste aree marine. Basti ricordare il maremoto che si abbatté con onde alte 15 m. sulla città di Lisbona, conseguente al terremoto che distrusse la città nel 1795, causando migliaia di vittime che si erano ammassate sulle rive del fiume Tago, quando sono state investite dallo tsunami che è risalito lungo l’estuario.
Nel Mediterraneo, l’ultimo devastante maremoto è avvenuto nel 1908, seguente il terremoto che distrusse gran parte delle costruzioni nelle città di Messina e Reggio Calabria.
Lo tsunami si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate, a seconda delle località, da 6 m a 12 m di altezza, provocando decine di migliaia di vittime, fra i sopravvissuti che si erano ammassati sulla riva del mare, alla ricerca di un’ingannevole protezione.
Il più antico tsunami nel Mediterraneo, di cui si ha testimonianza tramite la descrizione tramandataci dallo storico dell’Impero romano Ammiano Marcellino, è quello verificatosi nel 365 d. C., a seguito di un terremoto nel Mediterraneo orientale, che distrusse Alessandria d’Egitto, ma che provocò devastazioni anche sulla costa della Grecia, della Sicilia e delle regioni Adriatiche, fino all’odierna città croata di Dubrovnik ((cfr: “Evento di Tunguska: Cigno Nero del XX secolo”, in Regioni&Ambiente, n. 9 settembre 2008, pag. 35 e segg).
La conformazione geomorfologia dell’Italia è, peraltro, tale che un maremoto nel Mediterraneo, investirebbe le nostre coste, per la vicinanza ad un ipotetico ipocentro, con l’aggravante, in più, che sono fortemente abitate. Per questo è stata installata a 3.000 m. di profondità nel Golfo di Cadice, dove si trovano le principali strutture sismotettoniche che potrebbero causare un terremoto tsunamigenico, una stazione di rilevamento, uno “tsunamometro”, appositamente progettato e costruito per inviare messaggi automatici di allerta, nell’ambito del Progetto NEAREST (Integrated observations from NEAR shore sourcES of Tsunamis: toward an early warming system), finanziato dalla Commissione UE con il VI Programma quadro “Cambiamento Globale ed Ecosistemi” e coordinato proprio dall’ISMAR-CNR (cfr: “Tsunamometro made in Italy”, in Regioni&Ambiente, n. 10 ottobre, pag 85 e segg.).