Prepariamoci all'imprevisto

Prepariamoci all'imprevisto

Pubblicato il Rapporto KPMG che sollecita imprese e politica alla resilienza


kpmg

Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ora Global advisor per la sostenibilità e il climate change di KPMG,Network globale di società di servizi professionali e di consulenza alle imprese, è stato il coordinatore dello Studio “Expect the Unexpected: Building Business Value in a Changing World” (Prepariamoci all’imprevisto: costruire valore di business in un mondo che cambia), pubblicato il giorno in cui si è aperto il Summit sul punto di vista delle imprese in merito alla crescita sostenibile in preparazione di RIO + 20 (New York, 14-16 febbraio 2012), evento promosso da KPMG International in collaborazione con United Nations Global Compact (UNGC), World Business Council for Sustainable Development (WBCSD) e United Nations Environment Programme (UNEP).

Nel Rapporto, dove le aziende vengono sollecitate ad intensificare gli sforzi per essere resilienti alla diminuzione delle risorse mondiali e, al contempo, si chiede ai responsabili politici di collaborare proficuamente per ridurre i rischi e cogliere le opportunità, vengono individuate “10 megaforces” che potrebbero scompigliare i piani di crescita delle imprese nei prossimi due decenni, calcolando i costi ambientali che, purtroppo, non vengono indicati nei bilanci. Infatti, sono sia i singoli individui che la società più in generale a sopportarne i costi, difficili da monetizzare e quantificare in termini valutari , anche se recenti studi, quali il TEEB (The Economics of Ecosystem & Biodiversity), hanno determinato la perdita economica in termini di PIL della diminuzione dei servizi ecosistemici (cfr: “Mettere al centro l’economia della natura”, in Regioni&Ambiente, n. 11, novembre 2010, pagg. 51 e segg.).
La ricerca KPMG ritiene che i costi esterni ambientali di 11 settori industriali chiave siano aumentati di circa il 50%, balzando da 566 a 846 miliardi di dollari in 8 anni (2002 al 2010), con una media di raddoppio di questi costi ogni 14 anni. Se le aziende avessero dovuto pagare i costi ambientali della loro produzione, avrebbero perso 41 centesimi per ogni dollaro guadagnato. “Le proiezioni tendenziali individuali preparate senza considerare l’intero sistema di sostenibilità delle megaforces non forniscono più una base adeguata per le decisioni aziendali strategiche o per le politiche governative.

Il mondo è troppo incerto e troppo complesso per poter fare affidamento su previsioni lineari, quindi, imprenditori e politici devono prepararsi all’imprevisto. Ciò significa imparare a guardare il mondo in un modo nuovo che tenga conto delle megaforces interconnesse a livello globale, i rapporti causali tra megaforces, i cicli di feedback, gli aspetti su cui intervenire con efficacia e gli scenari complessi”.
Per questo Studio sono state analizzate più di due dozzine di previsioni da parte delle Agenzie internazionali, Think-Tanks globali, Agenzie nazionali e sono stati osservati scenari futuri, nel tentativo di individuare i cambiamenti che potrebbero avere i maggiori impatti sul business.

Il team di KMPG ha messo in risalto, inoltre, la disponibilità di proiezioni numeriche di qualità, le pressioni principali che causano problemi ambientali globali e sociali e le conseguenze più significative di tali impatti sulla sicurezza della natura e dell’uomo. KPMG ha sviluppato per lo Studio un approccio di 3 interazioni (Nexus), tutte correlate ai cambiamenti climatici, già utilizzato dal World Economic Forum, dal Governo federale tedesco e da altri, per rappresentare le sfide per la crescita sostenibile:
1. il Footprint Nexus, costituito dalle forze che accentuano la crescente “impronta” del genere umano sul pianeta;
2. l’Erosion Nexus, con le conseguenti modifiche dei sistemi naturali dai quali dipendiamo;
3. l’Innovation Nexus, ovvero l’opportunità di affrontare le sfide della sostenibilità attraverso l’innovazione di impresa.

Di seguito riportiamo le “10 megaforces” di sostenibilità globale, individuate da KPMG, che possono influire sulle attività delle imprese nei prossimi anni.
• Cambiamenti climatici. Questa “megaforza” secondo lo Studio potrebbe risultare quella che incide direttamente su tutte le altre, con previsioni di perdite annuali dell’1%, se sarà intrapresa un’azione vigorosa e tempestiva, di oltre il 5%, se i politici non riusciranno ad agire adeguatamente. Ci sono 6 tipi principali di rischi per le imprese derivanti dai cambiamenti climatici, secondo KPMG: fisico, normativo, di immagine, competitivo, sociale e di contenziosità.

• Energia e Carburanti. I mercati dei combustibili fossili sono destinati a diventare sempre più volatili e imprevedibili a causa: della maggiore domanda globale di energia e dei cambiamenti nel modello geografico di consumo; delle incertezze di approvvigionamento e produzione; dell’aumento degli interventi di regolamentazione per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. Tutte le aziende, indipendentemente dal settore, dalla dimensione o localizzazione, avranno difficoltà a pianificare e gestire i costi energetici, in particolare quelli relativi all’utilizzo dei combustibili fossili.

• Scarsità delle risorse. Dato che nei Paesi in via di sviluppo in rapida industrializzazione, la domanda globale di risorse materiali aumenterà in modo significativo, tanto che al 2030 si prevede che circa 83 miliardi di tonnellate di minerali, metalli e biomasse saranno estratti dalla terra (il 55% in più rispetto al 2010). In tale contesto è probabile che le imprese siano soggette a restrizioni commerciali crescenti e ad un’intensa competizione globale per una vasta gamma di risorse materiali che diventano meno facilmente disponibili.

• Carenza idrica. La scarsità d’acqua per molte aziende può essere un grave rischio per la crescita e lo sviluppo. Si prevede che entro il 2030, la domanda globale di acqua dolce supererà l’offerta del 40%. Le aziende possono essere vulnerabili alla scarsità d’acqua, al calo della sua qualità, alla volatilità dei relativi prezzi e alle sfide connesse alla reputazione.

• Crescita della popolazione. La popolazione mondiale è destinata a crescere fino a 8,4 miliardi entro il 2032. Questo incremento demografico determinerà forti impatti sugli ecosistemi e sulla fornitura di risorse naturali come il cibo, l’acqua, l’energia e le risorse materiali. Se questo fenomeno costituirà una minaccia per le imprese, ci sono anche opportunità di crescita commerciale, di creazione di posti di lavoro e di innovazione per rispondere alle esigenze di crescita della popolazione per l’agricoltura, l’igiene, l’istruzione, la tecnologia, la finanza e la salute.

• Ricchezza. Si prevede che la classe media globale (definita dall’OCSE come gruppo di individui con reddito disponibile tra i 10 e i 100 dollari per ciascuno al giorno) crescerà del 172% tra il 2010 e il 2030. La sfida per le aziende sarà quella di servire questo mercato in un momento in cui le risorse saranno più scarse e più volatili i prezzi. I vantaggi di cui molte imprese hanno goduto negli ultimi due decenni con “manodopera a basso costo” nei Paesi in via di sviluppo rischiano di essere erosi dalla crescita e dal potere della classe media globale.

• Urbanizzazione. Nel 2009, per la prima volta, si è registrato il dato del maggior numero di persone che risiedono nelle città rispetto a qeullo che vive in campagna. Entro il 2030 tutte le regioni in via di sviluppo, tra cui l’Asia e l’Africa, avranno la maggior parte della popolazione insediata nelle aree urbane: praticamente tutta la crescita della popolazione nei prossimi 30 anni avverrà in città che richiederanno ampi miglioramenti nelle infrastrutture, tra cui l’edilizia, le reti idriche, sanitarie ed elettriche, la gestione dei rifiuti, i trasporti, la sanità e sicurezza pubblica, la connettività ad internet e per i telefoni cellulari.

• Sicurezza alimentare. Nei prossimi due decenni, il sistema globale di produzione alimentare sarà sempre più sotto la pressione delle altre “megaforze”, in particolare dalla crescita della popolazione, da scarsità d’acqua e dalla deforestazione. I prezzi alimentari a livello mondiale sono stimati in aumento 70-90% entro il 2030. A causa delle carenze idriche di alcune regioni, i produttori agricoli dovranno competere per le forniture di acqua con le industrie ad alta intensità di consumo, quali le utenze elettriche, minerarie e con quelle dei consumatori. Peraltro, c’è la necessità di invertire le crescenti carenze alimentari localizzate (il numero di persone cronicamente sotto-nutrite è passato da 842 milioni durante la fine del 1990 ad oltre un miliardo nel 2009).

• Declino ecosistemico. Storicamente, il principale rischio per la caduta di immagine delle imprese è stata la perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici. Tuttavia, come gli ecosistemi globali mostrano segni sempre maggiori di alterazione e stress, sempre più aziende si stanno rendendo conto di come le loro attività compromettano i servizi offerti dagli ecosistemi, il cui declino rende le risorse naturali scarse, più costose e meno diversificate, i costi dell’acqua crescenti e aumentano anche i danni causati dalle specie invasive nei vari settori tra cui l’agricoltura, la pesca, il cibo e le bevande, i prodotti farmaceutici e il turismo.

• Deforestazione. I prodotti dal legno hanno contribuito all’economia globale per 100 miliardi di dollari all’anno dal 2003 al 2007 e il valore dei prodotti non legnosi forestali, per lo più alimentari, è stato stimato in circa 18,5 miliardi di dollari nel 2005. Eppure, secondo le previsioni dell’OCSE, il manto forestale a livello mondiale scenderà del 13% dal 2005 al 2030, principalmente in Asia meridionale e Africa. L’industria del legno e le industrie a valle della filiera, come quelle della carta e cellulosa sono vulnerabili di fronte alla possibilità di una regolamentazione che rallenti o inverta il trend di deforestazione. Inoltre, le aziende possono anche trovarsi sempre più sotto pressione da parte dei clienti per dimostrare che i loro prodotti sono sostenibili attraverso l’utilizzo di standard di certificazione.

Le opportunità di business possono derivare dallo sviluppo di meccanismi di mercato e incentivi economici per ridurre il tasso di deforestazione. Senza voler sminuire il grande valore dello Studio condotto dal team di KPMG, 30 anni fa Hazel Henderson, aveva elaborato la teoria di un “de-coupling”, concetto diffusa mente dibattuto durante il Forum Mondiale delle Risorse di Davos, 19-21 settembre 2011 (cfr. “Ineludibile un’innovazione economica, sociale, tecnologica e… politica”, in Regioni&Ambiente, n. 10 ottobre 2011, pp. 62-63) e inserito dalla Commissione UE nella “Roadmap for a Resource Efficent Europe” (2001). In poche parole, il disaccoppiamento si prefigge l’obiettivo di ridurre a livelli sostenibili l’utilizzo comprensivo delle risorse e l’impatto di tale uso da parte delle attività economiche. Scrittrice ed editorialista, nonché avvocato e consulente per le imprese che volessero fare investimenti nello sviluppo sostenibile, prima di divenire a tempo pieno produttrice televisiva di Ethical Markets, denominazione mutuata dal titolo del suo libro più famoso (Ethical Markets: Growing the Green Economy, 2006) che le è valso l’attribuzione di premi internazionali, la Henderson, tuttora considerata uno dei 100 pensatori più influenti del mondo, aveva già teorizzato la necessità di un uso efficiente e innovativo delle risorse per ridurre gli impatti sul capitale naturale. L’esempio famoso che apportò fu quello della torta a strati, costituiti rispettivamente dalla Natura, dall’Economia di amorosa cura (non monetizzabile in termini di produzione), dall’Economia sommersa, da quella del settore pubblico e da quello privato (produzione monetizzabile che incide sul PIL). La glassa in sommità, rappresenta la condizione di benessere che non può essere raggiunta se vengono danneggiati gli strati inferiori, con il rischio che crolli l’intera “torta”.

 

Commenta