Seppure le dichiarazioni enfatizzano i "positivi sviluppi" per un Accordo ambizioso alla Conferenza sul Clima, non si evidenziano risultati concreti in merito all'obbligatorietà dei tagli alle emissioni, a cui mancherebbero anche i supporti giuridici per sanzionare i Paesi che non rispettasero gli impegni sottoscritti.

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A chiusura della riunione informale ministeriale pre-COP21, svoltasi a Parigi (8-10 novembre 2015), il Ministro degli Esteri francese, nonché prossimo Presidente della Conferenza ONU sul Clima, Laurent Fabius che ha fermamente voluto questo incontro a cui hanno partecipato oltre 70 Paesi, tra cui 60 a livello di Ministri, ha dichiarato che “Sono stati fatti passi importanti per raggiungere un Accordo, ma il compito rimane considerevole”.

La sensazione è che l’ottimismo di facciata voglia enfatizzare i risultati piuttosto esigui, rispetto all’ultima tornata dei Colloqui di Bonn che si erano conclusi senza proposte concrete per superare le divisioni emerse sulle questioni più controverse e che erano state messe correttamente in risalto il 6 novembre dallo stesso Fabius nella Conferenza stampa di presentazione della pre-COP:
- il livello di ambizione dell’Accordo;
- l’equità dell’Accordo;
- le azioni concrete da intraprendere entro il 2020;
- i finanziamenti necessari per il dopo 2020.

Nel frattempo si sono aggiunte altre voci autorevoli sulla situazione delle emissioni in atmosfera e sulla necessità di elevare il livello di ambizione degli impegni nazionali per la loro riduzione.

L’Organizzazione Meteorologica  Mondiale (WMO) ha pubblicato il 9 novembre 2015 l’ultimo Bollettino sulle concentrazioni di gas ad effetto serra, da cui emerge che nel 2014 è proseguita la crescita della CO2 in atmosfera, raggiungendo la media globale di 397,7 parti per milione, ma nell’emisfero nord nel corso dell’anno si era superata la soglia simbolica di 400 ppm, concentrazione che la Terra aveva raggiunto nel Pliocene (4 milioni di anni fa, quando in Alaska c’era la giungla!)

Ogni anno segnaliamo un nuovo record delle concentrazioni di gas serra - ha sottolineato nel corso della presentazione dei dati, il Direttore WMO, Michel Jarraud - Ogni anno dobbiamo dire che non abbiamo tempo. Dobbiamo agire ora per ridurre queste emissioni abbiamo ancora una possibilità di contenere entro un livello ragionevole l'aumento delle temperature”.

Anche il metano (CH4) è stato presente in atmosfera  con un livello record di 1833 parti per miliardo e il protossido di azoto (NO2) ha raggiunto la concentrazione di 327,1 ppb: gas responsabili della distruzione dello strato di ozono.
Il forging radiativo, secondo la WMO, è in aumento tra il 1990 e il 2014 del 36%, con conseguente aumento del vapore acqueo che amplifica il global warming.

In precedenza, il 6 novembre 2015 l’UNEP (Agenzia Ambiente delle Nazioni Unite) aveva pubblicato l’annuale Rapporto che ha lo scopo di monitorare se gli impegni assunti dai Paesi alla Conferenza di Copenhagen (2009) di mantenere entro i +2 °C il riscaldamento globale entro la fine del secolo, sono nella giusta traiettoria per cogliere il bersaglio. Secondo quanto emerge da “Emissions Gap Report 2015”, stilato da 38 eminenti scienziati provenienti da 22 Gruppi di ricerca di 14 Paesi, che hanno preso in esame gli INDCs presentati alla Segreteria dell’UNFCCC al 1° ottobre 2015 da 146 Paesi (compresi quelli che fanno parte dell’UE considerati in blocco) e che rappresentano l’88% delle emissioni globali di gas ad effetto serra, con una probabilità superiore al 66% si raggiungerebbe alla fine del secolo una temperatura media globale di 3,5 °C.

Non può essere sottaciuto il valore simbolico e promozionale per conseguire un Accordo sul Clima delle decisioni assunte di recente da Barack Obama di bloccare le trivellazioni in Artico e di respingere il Progetto del gasdotto XLKeystone che avrebbe dovuto attraversare gli USA, trasportando il petrolio “sporco” delle sabbie bituminose dal Canada alle raffinerie sul Golfo del Messico.

In questo quadro, ci si aspettava che la pre-COP avesse potuto costituire un salto di qualità verso la Conferenza vera e propria di Parigi per non dover prendere decisioni affrettate dell’ultimo momento.

Nessuna schiarita è emersa sul fronte dei finanziamenti per i danni subiti dai Paesi poveri per gli effetti del global warming che le economie avanzate sono disponibili a versare solo quali prestiti o tramite partnership pubblico-private.

L’unico elemento di novità registrato è l’accordo sul meccanismo di revisione ogni 5 anni degli INDCs, per implementare gli impegni, qualora fosse necessario per rimanere nella giusta traiettoria verso l’obiettivo prefissato di + 2°C.

A tal riguardo si deve registrare che a margine della pre-COP, durante una Conferenza tenutasi presso l’Ambasciata italiana a Parigi, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Gian Luca Galletti ha dichiarato che “Con la COP21 si comincia un percorso e tutti dobbiamo essere disponibili a proseguirlo uniti, con obiettivi monitorati e controllati, che possono essere rivisti e migliorati nel corso del tempo. Oggi la scelta di fissare l’innalzamento della temperatura globale sotto i 2 °C è sufficiente, ma qui alla pre-COP21 stiamo discutendo per inserire nel documento anche un riferimento a 1,5 °C, perché non è poi certo che la soglia dei 2 °C nel tempo sarà sufficiente a scongiurare i cambiamenti climatici”.
Continuiamo ad insistere - ha proseguito Galletti - affinché nell’accordo finale ci siano elementi quantitativi, il taglio di emissioni del 50% entro il 2050 e la neutralità delle emissioni entro fine secolo”.

Resta il fatto che il Segretario di Stato Usa, John Kerry ha affermato, all’indomani della pre-COP che a Parigi “non ci sarà alcun trattato come quello di Kyoto tale da imporre ai Paesi tagli vincolanti alle emissioni”.

E quand’anche si raggiungesse l’obiettivo di meccanismi cogenti, quali strumenti giuridici possono essere messi in atto per sanzionare i Paesi che non ottemperassero agli impegni sottoscritti?