Dal Rapporto dell’ISPRA sulla Qualità dell’ambiente urbano 2013 che ad ogni edizione si arricchisce di nuovi temi di carattere ambientali, confermandosi strumento indispensabile per amministratori e decision maker, la conferma che le città enfatizzano gli squilibri ambientali.

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È stato presentato a Roma l’11 ottobre 2013 nel corso del Convegno “Verso la Conferenza del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente”, l’annuale Rapporto “Qualità dell’ambiente urbano”, realizzato dal Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (ISPRA/ARPA/APPA) che ad ogni nuova edizione (siamo giunti alla IX edizione) amplia il suo territorio di indagine (quest’anno sono stati 60 i Comuni-capoluoghi indagati, per una superficie pari al 4% del totale nazionale dove risiede il 24,9% della popolazione italiana) e la qualità dei dati analizzati e messi a disposizione (il focus di approfondimento tematico “Acque e ambiente urbano”  dà spazio, oltre a contributi scientifici multidisciplinari, a tutte quelle esperienze orientate al superamento della settorializzazione tra servizi idrici, difesa idraulica e tutela delle acque.

Come noto, le città causano uno pressione antropica continua sull’ambiente e rappresentano i luoghi dove si concentrano maggiormente gli squilibri, con pesanti conseguenze sulla vita dei cittadini che percepiscono lo stato dell’ambiente come il fattore con il massimo impatto sulla qualità della vita.
Non casualmente, l’Unione europea ha più volte indicato fra le azioni strategiche prioritarie il miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente urbano.
Proprio qualche giorno fa, postando l’articolo dedicato al Rapporto  dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sulla “Qualità dell’Aria in Europa” abbiamo usato ironicamente l’antitesi che nel Medioevo “l’aria di città rendeva liberi” ora, invece, “fa ammalare, ed anche morire, i cittadini”.

Il Rapporto 2013 dell’ISPRA, come di consueto, affronta numerosi temi ambientali, alcuni dei quali oggetto d’indagine sin da 2004, anno della I edizione (rifiuti, acqua, emissioni e qualità dell’aria, biodiversità urbana, trasporti e mobilità, agenti fisici, sostenibilità locale, ecc.), altri che se ne sono aggiunti nelle successive edizioni (suolo, cambiamenti climatici, rischio industriale, ecc.) e ora vengono inseriti altri argomenti di grande interesse, come ad esempio forme di urbanizzazione e tipologia insediativa, le attività estrattive in area urbana, la connettività ecologica, le specie ornitiche alloctone, i pollini aerodispersi, il ruolo del verde per la rimozione degli inquinanti atmosferici in ambienti confinati, le buone pratiche per l’accessibilità nel settore turistico

Nonostante i dati mostrino una situazione di diminuzione generalizzata delle emissioni inquinanti nelle città, per ciò che riguarda le concentrazioni in atmosfera, in particolare per PM10 e biossido di azoto, pur registrando un trend in diminuzione, permangono criticità: si continuano infatti a registrare superamenti dei valori limite per questi due inquinanti, particolarmente nelle città del Centro-Nord, in Campania e Sicilia. 

Più diffuso il superamento dei valori soglia per l’ozono, per il quale non si rileva alcuna tendenza alla diminuzione delle concentrazioni in aria.

Le emissioni maggiori di PM10 (un mix di particelle emesso dai tubi di scappamento delle auto, dai camini delle caldaie e dei caminetti per il riscaldamento domestico, dai camini delle industrie), sono riferibili alle città di Roma, Taranto, Milano, Napoli e Torino, le minori a Campobasso e Aosta.

Non costituiscono più un problema le concentrazioni in atmosfera di  monossido di carbonio, benzene e biossido di zolfo, poiché da anni ormai non vengono superati i valori limite e il trend risulta in decrescita in tutte le città considerate.

Da elaborazione ISPRA su dati ACI 2006-2012, si conferma la tendenza alla diminuzione del numero di autovetture private nelle 8 città più grandi, con la sola rilevante eccezione di Roma che, inoltre, è la città con il maggior numero di autovetture private (quasi 1.600.000), seguita da Milano (quasi 600.000), Napoli (poco più di 500.000) e Torino (circa 450.000).

Sulla base di dati ISTAT, il valore medio del consumo di acqua per uso domestico diminuisce nel 2011 di circa il 14,5% rispetto al 2000. La più alta percentuale di riduzione dei consumi si registra a Monza seguita da Parma, Piacenza, Genova, Torino e Novara; nel 2011 delle 60 città solo Reggio Calabria, Palermo e Messina sono ricorse a dell’erogazione dell’acqua. 

Valle d’Aosta, Provincia autonoma di Trento, Abruzzo, Sicilia e Sardegna si contraddistinguono come le uniche regioni autosufficienti dal punto di vista idrico, ma le regioni del Centro-Sud si caratterizzano per i maggiori scambi di acqua: in particolare, la Puglia risulta la regione più dipendente: più del 60% della disponibilità complessiva da destinare all’utenza finale (circa 333,5 milioni di metri cubi di acqua ad uso potabile) proviene dalla Basilicata (per circa il 64%), dalla Campania (per circa il 36%) e in quantità residuali dal Molise. 

La Basilicata si caratterizza come la regione che, più delle altre, contribuisce alle richieste delle regioni vicine, attraverso l’esportazione di circa il 70% dei volumi prelevati sul proprio territorio (circa 217 milioni di metri cubi d’acqua).

Continua a crescere il consumo di suolo che rappresenta anche una delle maggiori criticità del nostro Paese. Le superfici artificiali e impermeabili dei 51 comuni oggetto di monitoraggio sono aumentate, con una cementificazione pari a quasi 5 ettari di territorio perso ogni giorno. In testa Napoli e Milano che hanno ormai consumato più del 60% del proprio territorio comunale.

La maggior parte dei Comuni indagati ha destinato a verde pubblico meno del 5% della propria superficie: a Messina, Cagliari e Venezia le più alte quote di aree naturali protette, fondamentali per la conservazione della biodiversità urbana.