Pesca: molte le novità nella proposta della commissione UE

Pesca: molte le novità nella proposta della commissione UE

Recuperare gusti e sapori delle specie “povere” se si vuol ridurre l’eccessiva pressione su quelle più commercializzate

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I Ministri della Pesca dell’UE hanno discusso nel Consiglio del 14-15 maggio 2012 il futuro della Politica Comune della Pesca (PCP), sulla base delle proposte di riforma presentate dalla Commissione UE nel luglio 2011.

Quella che entrerà in vigore nel 2013 sarà la terza riforma da quando nel 1982 venne istituita la PCP, evidenziando così che con le precedenti non si è riusciti a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Peraltro, il Libro Verde pubblicato il 22 aprile 2009 (COM(2009)163 def.) con cui è stato avviata una procedura di consultazione pubblica per la PCP, riconosceva in modo inequivocabile che gli obiettivi posti dall’ultima riforma (2002) non erano stati conseguiti. In particolare, si individuavano alcune cause strutturali, tra le quali spiccavano l’eccessiva flottiglia peschereccia (overcapacity), uno sfruttamento eccessivo (overfishing) e un quadro normativo di breve periodo che non responsabilizza il settore, già poco incline al rispetto delle norme.

Gli obiettivi dichiarati della nuova riforma sono di :
proteggere e conservare le risorse acquatiche viventi e garantirne uno sfruttamento sostenibile;
dar vita ad un’industria della pesca e dell’acquacoltura economicamente redditizia e competitiva;
assicurare un tenore di vita equo per coloro che dipendono dalle attività di pesca;
tener conto degli interessi dei consumatori.

A fronte di tali condivisibili e ambiziosi obiettivi, mancano tuttavia meccanismi precisi per raggiungerli, come pure di una loro gerarchia che possa indicare una priorità tra quelli di sostenibilità e quelli socio-economici. Se non si dice chiaramente che gli obiettivi di sostenibilità ambientale costituiscono il presupposto affinché dalle attività di pesca ed acquacoltura possano derivare benefici economici e sociali, c’è il rischio di una generalizzazione che non permetterà, ancora una volta, di rispondere alla domanda sul come e quando si conseguirà una pesca sostenibile in Europa.

La scarsa attenzione al potenziamento della ricerca in mare, inoltre, sottrae fondamento scientifico all’attività di pesca che, viceversa, abbisogna di aggiornamento continuo di dati che permettano di rapportarsi alla situazione esistente.

Se è apprezzabile l’impegno della Commissione UE a ripristinare entro il 2015 gli stock ittici per mantenerli al di sopra dei livelli di rendimento massimo sostenibile (Maximum Sustainable Yield), come è possibile raggiungere in pratica questo obiettivo senza un’adeguata raccolta di dati scientifici?

Ne è pensabile che questo limite possa essere ricostituito con l’imposizione di un sistema obbligatorio di concessioni di pesca trasferibili (Transferable Fishing Concessions), un meccanismo di scambio nazionale delle quote di pesca, che concede agli operatori per almeno 15 anni un “bene comune” e rischia di concentrare le licenze di pesca nelle mani di pochi, senza fare distinzioni tra i pescatori di merluzzo scozzesi e quelli di pesce spada siciliani, con barche e culture diverse, che difficilmente si adegueranno a tali poco chiari meccanismi di mercato.

Se l’intento è di ridurre l’overcapacity, l’eventuale espulsione dal mercato della piccola pesca si tradurrebbe in una riduzione della capacità solo quantitativa e non qualitativa. Sarebbe meglio introdurre premialità per sistemi di pesca più selettivi e sulla base di criteri di sostenibilità, mettendo al bando una volta per tutte quelli che usano attrezzi e pratiche di pesca distruttive dell’ambiente marino.

Alla proposta della Commissione di rivedere i meccanismi di sussidio, stante i numerosi Rapporti scientifici che li hanno indicati come strumenti che hanno alimentato la pesca eccessiva, ben 14 Stati membri (tra cui l’Italia) hanno richiesto che siano mantenuti almeno ai livelli del periodo 2007-2013. Evidentemente non c’è ancora la condivisione che tutti i portatori di interessi, siano essi pescatori che consumatori, hanno comuni responsabilità, così come non c’è ancora la consapevolezza della gravità della situazione, visto che nel corso del Consiglio di cui in premessa alcuni Stati membri hanno contestato il rispetto dei requisiti ambientali, proposti dalla Commissione, e richiesto che l’obiettivo del MSY al 2015, considerato troppo ravvicinato, sia posposto al 2020, anche per evitare adeguamenti troppo bruschi nel settore.
Ci si è dimenticato che la data del 2015 è un obbligo che l’UE ha sottoscritto a livello internazionale?

Delle altre proposte della Commissione per la nuova PCP merita segnalazione la messa al bando graduale delle catture indesiderate e dei rigetti in mare (Discards) e il conseguente obbligo di sbarcare tutto il pescato. La pratica del rigetto in mare è dettata da motivi legati ai contingenti e alle taglie minime, ma anche da considerazioni di ordine commerciale, perché vengono buttate via le specie “povere” ovvero quelle che, pur mangiabili, non hanno mercato. In un rapporto della FAO si stima che 7.3 milioni di tonnellate di pesce catturato, pari all’8% delle catture totali, venga rigettato in mare, ma secondo la Commissaria UE per gli Affari marittimi e la Pesca, Maria Damanaki, metà delle catture UE di pesce bianco viene rigettata in mare, e per il pesce piatto si arriva addirittura al 70%.

Voglio che sia chiaro: considero gli scarti immorali, una perdita di risorse naturali e uno spreco dello sforzo dei pescatori - ha dichiarato la Damanaki - senza contare la brutta immagine del settore di fronte ai consumatori”.

La proposta della Commissione è quella di adottare un approccio graduale, cominciando dalla pesca pelagica, fino a coinvolgere la pesca a strascico, e ampliando di anno in anno le specie soggette al bando dello scarto. Il rischio, insito in questa proposta il cui obiettivo è del tutto condivisibile, è che venga pescato e venduto pesce sotto taglia. Ancora una volta ci si affida di più al mercato, rispetto alle indicazioni scientifiche e all’adozione di metodi e strumenti di pesca più selettivi (vedi in merito l’articolo “Un Prelievo ittico equilibrato”, in Regioni&Ambiente, n. 3-4 marzo-aprile 2012, pag. 85).

Se si riflette che solo il 10% delle specie commestibili viene commercializzato, si capisce pure perché le specie più conosciute siano sottoposte ad un sovrasfruttamento degli stock, con il risultato che di questi si fa più catture di quante siano le nascite, con il conseguente spopolamento dei nostri mari.
Al fine di sensibilizzare i consumatori e stimolarne il cambiamento delle abitudini alimentari è stato finanziato all’interno del Programma UE “Life +” il Progetto “Pesce ritrovato by Fish Scale”, supportato dalla Regione Liguria e coordinato dall’Acquario di Genova.

Lo scopo del progetto è di aumentare l’informazione e l’apprezzamento di 18 specie ittiche tipiche dei nostri mari, ma usualmente trascurate (dall’aguglia alla sardina, dalla boga al sugarello, ecc.), contribuendo alla riduzione degli scarti e alla diminuzione della pressione sulle specie oggi sovrasfruttate.
Il progetto, di durata triennale, include tutti gli operatori del settore: dal singolo pescatore alle coperative di pesca, dai venditori al dettaglio alla grande distribuzione, dai ristoratori alle catene di alberghi, fino a coinvolgere operatori turistici che propongano itinerari tematici e iniziative legate al turismo sostenibile.

Per informazioni sul calendario degli eventi: www.fishscale.eu/

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