Un nuovo Rapporto pubblicato dall’Organizzazione dei Paesi industrializzati, confuta di fatto le ragioni che hanno indotto la Commissione UE ha sospendere il Pacchetto legislativo “Aria pulita” sotto pressione delle lobby industriali e di alcuni Paesi dell’Europa dell’ESt, per i quali l’implementazione di norme ambientali più restrittive comporterebbero oneri economici che le imprese non sarebbero in grado di sostenere, compromettendo ulteriormente la competitività sul mercato globale, che l’Europa in questo momento di recessione economica non può permettersi.

economy environment

La “sospensione” all’interno del Programma dell’Unione europea per il 2015 del pacchetto “Clean Air in Europe”, adottato dalla precedente Commissione Barroso e contenente proposte di revisione e adozione di Direttive per imporre target nazionali più rigorosi per i principali inquinanti e per ridurre l’inquinamento da piccoli-medi impianti industriali di combustione, ha suscitato parecchi malumori, non solo da parte di Associazioni ambientaliste ma anche di medici e ricercatori.

L’opposizione all’attuazione di quelle norme è venuta da BusinessEurope, la Confindustria europea, e da alcuni Paesi dell’Europa orientale, quelli più legati alla produzione dell’industria pesante e di energia da combustibili fossili.
Il motivo sarebbe che l’implementazione di norme ambientali più restrittive comporta oneri economici che le imprese non sarebbero in grado di sostenere, compromettendo ulteriormente la competitività sul mercato globale, che l’Europa in questo momento di recessione economica non può permettersi.

Se le ragioni degli “ambientalisti” e quelle dei “medici” sono dettate da “pregiudizi contro la crescita economica”, perché non ascoltare le idee al riguardo di un organismo che non può certo essere etichettato come “radicale”?
Ci riferiamo all’OCSE, l’Organizzazione di studi economici dei Paesi sviluppati, i cui Rapporti sono presi a riferimento per assumere misure e azioni politiche dai Governi che ne fanno parte, che questo mese ha pubblicato una ricerca che di fatto confuta la tesi che le politiche ambientali più rigorose abbassino la produttività.

Nello studio dal titolo “Empirical Evidence on the Effects of Environmental Policy Stringency on Productivity Growth” si può leggere che questa “nostra nuova testimonianza mostra che ... gli sforzi per migliorare la crescita e raggiungere obiettivi ambientali ambiziosi possono andare di pari passo e dovrebbero essere intensificati. Le politiche ambientali possono e devono essere modellate per dar vita a nuove idee, sviluppare tecnologie pulite e incoraggiare nuovi modelli di business di cui beneficia sia l'economia che l'ambiente”.

eps indicator

Utilizzando un indicatore di nuova concezione, noto come EPS (Environmental Policy Stringency) che serve per valutare la redditività delle imprese a seguito di politiche ambientali rigorose nei diversi Paesi dell’OCSE, confrontato nel tempo con gli altri indicatori della serie BEEP (oneri economici derivanti dalle politiche ambientali), lo studio conclude che negli Stati che hanno aumentato gli sforzi per lottare contro l'inquinamento e i cambiamenti climatici negli ultimi anni, la produttività delle imprese più inquinanti è risultata in equilibrio, e in certi casi migliorata, tramite riallocazione delle risorse in società in rapida crescita che offrono modelli di business più puliti.
All’inizio la crescita complessiva di un Paese tendeva a rallentare prima che le nuove politiche producessero gli effetti, dal momento che le imprese sono state impegnate per preparare le nuove condizioni operative. Tuttavia, è seguito presto un rimbalzo e le imprese maggiori hanno visto un incremento di produttività dopo l’implementazione di regole ambientali più rigorose, muovendosi al contempo per sfruttare le nuove opportunità create dalle normative.

Il Rapporto ha preso in esame anche gli oneri conseguenti ad una cattiva progettazione della “linea verde” sull’economia, in particolare se le normative ambientali creino ostacoli alla concorrenza imponendo obblighi a nuovi operatori sul mercato, mentre lasciano margini di manovra a player esistenti.
Austria, Olanda e Svizzera vengono indicate come quelle nazioni che combinano politiche ambientali severe con una posizione relativamente favorevole alla concorrenza.
Al contrario, i Paesi del nord Europa e la Germania alle politiche rigorose abbinano pesanti oneri amministrativi e misure che ostacolano la concorrenza, mentre il Regno Unito potrebbe inasprire le sue politiche ambientali senza danneggiare la concorrenza.

eps

L'OCSE dice che i risultati della ricerca sono importanti perché molti Governi e Industrie istintivamente si oppongono a nuovi regolamenti, sostenendo che stante la crisi economica mondiale non possono permettersi di introdurre politiche volte a contrastare i cambiamenti climatici, l'inquinamento atmosferico e le altre sfide ambientali.
Il messaggio politico è chiaro: le politiche ambientali più severe, se correttamente progettate, possono essere introdotte a beneficio dell'ambiente, senza alcuna perdita di produttività - si afferma nel report - L'obiettivo è quello di orientare le politiche per favorire nuove tecnologie più pulite e consentire misure concorrenziali per rimuovere vecchie, inquinanti tecnologie e processi che danneggiano sia la crescita che l'ambiente”.

Questo nuovo Rapporto giunge alle stesse conclusioni a cui era pervenuto quello che in settembre, alla vigilia del Summit sul Clima di New York, aveva pubblicato The Global Commission on the Economy and Climate, costituita da eminenti personalità della politica e del mondo economico-finanziario, dove si indicava come il mondo potrebbe decarbonizzare l’economia senza compromettere la crescita globale.

Ma, “There’s no fool like an old fool!” (corrispondente al proverbio italiano: Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!).