Il nuovo Rapporto biennale dell'OCSE sull'Economia Digitale evidenzia come la maggior parte dei Paesi abbia modificato il suo approccio troppo incentrato sulle tecnologie della comunicazione, a favore di uno di più ampio spettro, comprendente le priorità economiche e sociali dello sviluppo digitale, ma per coglierne i potenziali benefici economici, i Governi debbono concentrarsi sugli aspetti legati alla fiducia di utenti e imprese nei confronti della digital economy, concentrandosi sul rispetto e la tutela dei diritti degli utenti a partire dalla privacy.
L'Italia si piazza ai primi posti per l'utilizzo del cloud computing da parte delle imprese, ma solo il 21% delle aziende vende online.

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Oggi, l’economia digitale permea innumerevoli aspetti dell’economia mondiale, esercitando un impatto su diversi settori come quello bancario, la vendita al dettaglio, l’energia, i trasporti, l’istruzione, l’editoria, i media e la sanità. Le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (le cosiddette TIC o, più comunemente, con l’acronimo inglese: ICT) stanno trasformando il modo di gestire le interazioni sociali e le relazioni personali, attraverso la convergenza di reti fisse, mobili e di radiodiffusione e la crescente messa in connessione di apparati e oggetti, per realizzare l’Internet delle cose.

Come possono i Paesi dell’OCSE e le economie partner massimizzare il potenziale dell’economia digitale quale motore dell’innovazione e della crescita inclusiva?
Quali sono le evoluzioni dell’economia digitale che i responsabili governativi devono esaminare e le sfide emergenti cui devono far fronte?
Sono le domande a cui ha tentato di rispondere il nuovo Rapporto "OECD Digital Economy Outlook 2015".

Registrando la crescita dell’intero settore ICT, gli analisti sottolineano come tutti i settori dell’economia mondiale siano sempre più stimolati, e condizionati, dalla svolta digitale, dal banking al retail fino ad energia, trasporti, istruzione, editoria, media o salute. La tecnologia modifica non solo i mercati, ma anche le interazioni personali dotando potenzialmente chiunque di dispositivi ed apparati sempre più connessi che vanno a formare l’Internet delle cose.

"L’economia digitale ha un enorme potenziale per la crescita economica e il benessere, ma solo se le persone si fideranno abbastanza da impegnarsi pienamente - ha dichiarato Andrew Wyckoff, Direttore della sezione Science, Technology and Innovation dell’OCSE - Le cose si stanno muovendo molto velocemente, con l’arrivo dei Big Data e l’Internet degli oggetti, e noi dobbiamo fare in modo di essere pronti per l’impatto che tutto questo avrà su privacy, sicurezza e fiducia, nonché sulle competenze e l’occupazione".

La possibilità di connettere qualsiasi oggetto “intelligente” è il fattore abilitante dell’ “Internet delle cose”, un’innovazione che avrà un profondo impatto su diversi settori dell’economia, inclusa l’automazione, la fornitura d’energia e i trasporti. Oggi, nei Paesi OCSE, una famiglia di 4 componenti, con 2 figli adolescenti ha in o intorno casa, almeno 10 devices connessi alla rete. Secondo l'Organizzazione, si passerà dal miliardo attuale di “cose connesse” ai 14 miliardi nel 2022.

Il Rapporto biennale dell'OCSE evidenzia, inoltre, che:
- dei 34 Paesi che fanno parte dell'Organizzazione, 27 hanno una strategia digitale che riconosce la sua importanza economica per migliorare la competitività, la crescita e il benessere sociale e si sono spostati da un approccio eccessivamente incentrato sulle tecnologie di comunicazione a un approccio digitale più ampio che integra le priorità sociali ed economiche, ma nessun Paese ha una strategia nazionale in materia di tutela della privacy online o sta finanziando la ricerca in questo settore, che tende ad essere visto come una questione che riguarda le relative autorità di regolamentazione;

- sette Paesi contano più di un abbonamento mobile a banda larga per persona e circa tre quarti dell’uso di smartphone avviene in privato su wifi di reti fisse;

- tutti i 34 Paesi hanno almeno tre operatori di telefonia mobile e la maggior parte ne ha quattro, con prezzi per i servizi diminuiti sensibilmente tra il 2012 e il 2014 con i più grandi cali in Italia, Nuova Zelanda e Turchia, mentre sono saliti in Austria e in Grecia;

- il settore delle TIC ha impiegato più di 14 milioni di persone nei Paesi OCSE nel 2013, quasi il 3% dei posti di lavoro, ma in Irlanda e Corea del Sud si è superato il 4%, contrariamente a Grecia, Portogallo e Messico, dove è rimasta al di sotto del 2%;

- l'apporto di capitale a rischio nelle TIC è in aumento ed è tornato ora al suo livello più alto dall'esplosione della bolla tecnologica speculativa sviluppatasi negli USA tra il 1997 e il 2000;

- la Cina è il primo esportatore lordo leader di prodotti e servizi TIC, mentre se si calcola il commercio in termini di valore aggiunto sono gli USA per l'elevata presenza di servizi TIC, e i servizi innovativi delle TIC hanno contribuito a far aumentare gli indici di India e Gran Bretagna, in termini di valore aggiunto;

- la Corea del Sud è il Paese OCSE, compresi i Paesi partner, con la maggior specializzazione in prodotti per l'informatica, l'elettronica e l'ottica, mentre il Lussemburgo è leader nel settore delle telecomunicazioni e l'Irlanda, la Svezia e il Regno Unito sono quelli più specializzati nelle tecnologie e altri servizi di informazione.

Nel rapporto l'Italia digitale appare in chiaroscuro.
Il nostro Paese impiega il 2,54% degli occupati e vale il 3,72% del PIL. Se il primo dato non si discosta dalla media OCSE ((2,85%), ma neppure dal 2,47% del 2007, anno della prima grande recessione e dal 2,52% del 2000, il rapporto fra economia digitale e PIL è decisamente inferiore alla media OCSE (5%), e, soprattutto, è in flessione sugli ultimi quindici anni (4,2% del valore aggiunto totale nel 2000, 4,13% nel 2007).

Se il nostro Paese si piazza in buona posizione tra i Paesi per percentuale di aziende che utilizzano tecnologie cloud, soprattutto per servizi classificati di “medio livello” come la posta, lo storage dei dati e l’hosting di database aziendali, con il 60% delle imprese italiane che si dichiara in questa categoria, siamo al terzo posto con il 40,1% (in testa alla classifica c’è la Finlandia, con il 50,8%, seguita dall’Islanda, con il 43,1%), solo il 21% delle aziende, poi, vende online, con una crescita di appena il 2% rispetto al 2009.

Considerando l’accesso ad Internet, il Paese complessivamente (se si tiene conto di tutta la popolazione) è agli ultimi posti, anche se analizzando solo la fascia di età tra i 16 ed i 24 anni, la classifica risulta meno disastrosa.

L'Italia, inoltre, sta accumulando ritardi nella banda larga, risultando che le persone con una connessione Internet a banda larga via rete fissa sono 22,5 su 100, in gran parte con tecnologia Dsl (21,5 su 100).

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Per l'OCSE è fondamentale preservare Internet come piattaforma aperta nella quale le imprese, i cittadini e i governi possono liberamente innovare e sviluppare applicazioni e servizi, che ha consentito di sviluppare numerose innovazioni dell’economia digitale. Negli ultimi anni, tuttavia, sono emerse preoccupazioni circa la possibilità che i benefici economici e sociali creati dall’architettura aperta e decentrata di Internet e dal libero flusso di dati transfrontalieri possano essere condizionati, direttamente o indirettamente, da questioni relative a routing territoriale, vincoli per i contenuti locali o lo stoccaggio di dati, neutralità della rete, accettazione universale dei nomi di dominio multilingue e creazione di reti alternative.

I benefici e i rischi legati ad una “open Internet” saranno discussi dai ministri e dalle altre parti interessate, ad alto livello, in occasione della prossima riunione ministeriale dell’OCSE, nel 2016, che verterà altresì su questioni chiave concernenti la connettività globale, Internet delle cose, iniziative sul fronte della domanda per incoraggiare l’innovazione e la fiducia nell’economia digitale e metodi per favorire la creazione di posti di lavoro e sviluppare le competenze necessarie per massimizzare i benefici dell’economia digitale.