Obama: dopo il fiscal il climate cliff

Obama: dopo il fiscal il climate cliff

Il valore simbolico della marcia di Washington per bloccare l’oleodotto Keystone XL travalica i confini statunitensi, assumendo l’attestazione di una diffusa volontà globale per intraprendere azioni di contrasto al riscaldamento dell’atmosfera.

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Con la partecipazione di 35.000 persone, si è svolto ieri pomeriggio il corteo “Forward on climate”, che si è snodato lungo i 3 km del National Mall, l’ampio viale monumentale che dal Campidoglio raggiunge il Lincoln Memorial a Washington (D.C.) e che è già stato considerato come l’evento più grande che si sia programmato a favore di una politica climatica. Lo scopo dichiarato dei promotori (Sierra Club, 350.org e Hip Hop Caucus) è quello di sollecitare il Presidente Barack Obama “ad iniziare il suo mandato con una forte azione di contrasto ai cambiamenti climatici”, ma obiettivo più immediato è la sospensione dei lavori per la costruzione dell’oleodotto Keystone XL tar sands che, lungo un tragitto di 2.700 km, dovrebbe trasportare 500.000 barili al giorno di petrolio estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta (Canada) fino alle raffinerie texane sul Golfo del Messico (qui il video del corteo).

Già lo scorso anno, 15.000 cittadini avevano protestato attorno alla Casa Bianca contro il Progetto, osteggiato sia dalle comunità locali sia dal mondo scientifico che aveva indirizzato al Presidente un invito a sospendere i lavori. Dopo la manifestazione, il 19 gennaio 2012 il Presidente USA Barack Obama aveva deciso di sospendere l’iter autorizzativo al fine “di raccogliere le informazioni necessarie per approvare il progetto e proteggere il popolo americano", ritenendo opportuno, probabilmente, prendere tempo per non inimicarsi le organizzazioni ambientaliste del cui sostegno avrebbe avuto bisogno per un’eventuale rielezione.

Una nuova lettera era stata indirizzata al Presidente USA il15 gennaio di quest’anno, sottoscritta da un gruppo di 18 scienziati del clima statunitensi (la prima firma è di James Hansen) in cui si reiteravano le preoccupazioni, dopo che si era diffusa la notizia che il Dipartimento di Stato avrebbe rilasciato presto la Dichiarazione integrativa di impatto ambientale (Supplemental Environmental Impact Statement), necessaria per il troncone settentrionale dell’oleodotto, sostenendo che l’estrazione dalle sabbie bituminose sarebbe avvenuta con o senza Keystone XL e che, quindi, il progetto non avrebbe alcuna responsabilità per le emissioni aggiuntive di gas serra del combustile estratto.

“Diciotto mesi fa, alcuni di noi le hanno scritto a proposito del progetto dell’ oleodotto Keystone XL tar sands, spiegando perché, a nostro avviso la sua costruzione andava contro sia agli interessi nazionali che del mondo intero - hanno scritto gli scienziati - Nulla di quanto occorso in seguito ha cambiato tale valutazione, anche alla luce di quel che è accaduto nel corso dell’anno di riflessione richiesto per la decisione e che ha fatto vedere in modo chiaro come il clima sia un serio problema. Ci auguriamo che, come noi scienziati, vorrete dare dimostrazione della serietà delle vostre convinzioni sul clima, rifiutando il permesso a Keystone XL, perché altrimenti minereste la vostra eredità”.

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In primo piano a destra Bill Mckibben autore di “Terraa”  il fondatore di 350.org, organizzazione che si batte per mantenere il livello di emissioni in atmosfera pari 350ppm, necessario per i +2 °C entro la fine del secolo, che nei giorni scorsi era stato arrestato per aver manifestato davanti alla Casa Bianca e rilasciato su cauzione.

C’è da osservare che nel suo discorso del 12 febbraio 2013 al Congresso sullo Stato dell’Unione, il Presidente rieletto ha assunto una posizione più decisa, rispetto a quanto fatto nel corso del primo mandato, a favore delle clean energy. Obama ha sottolineato, infatti, che “Dopo anni di discussioni, siamo finalmente pronti a controllare il nostro futuro energetico. Produciamo più petrolio di quanto non ne estraessimo 15 anni fa. Abbiamo raddoppiato la distanza che le nostre auto sono in grado di percorrere con un gallone di carburante o un gallone di gas e la quantità di energia rinnovabile, prodotta da eolico e solare, creerà decine di migliaia di buoni posti di lavoro americani. Produciamo più gas naturale che mai e la bolletta energetica per tutti è più basso a causa di esso. E nel corso degli ultimi quattro anni, le nostre emissioni di carbonio l'inquinamento pericolosa che minaccia il nostro pianeta sono effettivamente diminuite. Ma per il bene dei nostri figli e del nostro futuro, dobbiamo fare di più per combattere i cambiamenti climatici. Ora, è vero che nessun singolo evento fa tendenza. Ma il fatto è che i 12 anni più caldi mai registrati sono avvenuti tutti negli ultimi 15. Le ondate di calore, la siccità, gli incendi, le inondazioni, sono tutti fenomeni che ora avvengono più frequentemente e più intensamente. Possiamo scegliere di credere che Superstorm Sandy, e la siccità più grave degli ultimi decenni, e i peggiori incendi che si siano mai visti in alcuni Stati siano stati tutti un’eccezionale coincidenza. Oppure possiamo scegliere di credere nel giudizio inappellabile della scienza e agire prima che sia troppo tardi”.

Rispetto ad un anno fa, poi, sono notevolmente cambiati gli atteggiamenti degli americani nei confronti dei cambiamenti climatici, con il 65% degli elettori favorevoli ad approntare quanto prima misure significative di contrasto da parte del Presidente, come dimostra il sondaggio svolto dopo il discorso di Obama al Congresso dal Beneson Strategy Group per la League of Conservation Voters, organizzazione che ha per mission il “sostegno a sane politiche ambientali e per eleggere candidati favorevoli ad attuarle”.

Adesso, però, è arrivata l’ora della decisione “That Could Change the World” (che potrebbe cambiare il mondo), come titolava un allarmato articolo dell’European Energy Review del 14 febbraio 2013, a firma del Prof. Michael T. Klare, noto per la sua teoria dell’ “Extreme energy”, che caldeggia l’utilizzo delle tecnologie per la produzione di energia da risorse non convenzionali (scisti e sabbie bituminose, fatturazione idraulica, idrati di gas naturale, ecc.) e che hanno in comune il rischio di produrre gravi danni ambientali. In tale articolo, prendendo spunto dal corteo “Forward on climate” di Washington si sottolinea come “sono in conflittualità visioni fondamentali in merito ai futuri scenari energetici”.

Si tratta non solo di “scenari energetici”, ma soprattutto di eventuali “catastrofi finanziarie” qualora tale progetto non vada in porto, perché i grandi gruppi petroliferi si sono esposti con ingenti somme nell’avviare lo sfruttamento delle fonti energetiche non convenzionali e lo stop al Keystone XL avrebbe un valore simbolico e mediatico tale da compromettere le numerose altre iniziative già progettate (anche in Europa si sta discutendo se e come limitare gli impatti ambientali di tali tecnologie e la Commissione UE ha aperto una Consultazione pubblica in merito.

Più in generale, anche il tener fede agli impegni presi dalla comunità internazionale per i + 2 °C entro il secolo avrebbe ripercussioni notevoli sulle compagnie energetiche che rischierebbero di non poter sfruttare giacimenti già acquistati e non utilizzabili per le restrizioni legislative e per la riduzione della domanda.

Ormai negli ambienti della finanza si comincia a paventare una “carbon bubble” che potrebbe incidere sui gruppi legati all’utilizzo dei combustibili fossili, se non fossero più sostenuti dagli aiuti di stato (in Italia, per dare un’idea del valore di questi sostegni, ammontano a più di 9 miliardi di euro all’anno).

Ha destato scalpore il Rapporto presentato l’anno scorso da HSBC, il primo Istituto di Credito europeo e uno dei più grandi gruppi bancari del mondo, che ha cercato di stimare l’impatto in Europa se si sgonfiasse la “bolla del carbonio”, e da cui emerge che potrebbe dimezzarsi il valore delle azioni legate alle Compagnie del carbone e di ridursi di un terzo quelle del petrolio e del gas.

Al momento questo rischio non è adeguatamente valutato da tutti - ha affermato nei giorni scorsi Nick Robins, a capo della sezione cambiamenti climatici della sede londinese di HSBC - Cedere le azioni non è nelle intenzioni dei grandi investitori istituzionali, ma la gente si sta rendendo conto che nel corso dei prossimi due anni avrà necessità di inventarsi piani di investimento su come andare a far parte di un mondo a + 2 °C o viceversa di quello tra i + 4-6 °C in cui sta attualmente”.

Se Obama è riuscito con il Fiscal Cliff a riconoscere sgravi fiscali per le fonti rinnovabili, non è detto che consegua egual successo nel tentativo di ridimensionare quelli per le fonti fossili, azione determinante per non ritrovarsi in pieno Climate Cliff.


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