Ricercatori tedeschi, confutando le acquisizioni delle scienze psicologiche sull’“età di Titone”, indicano che gli anziani non soffrono di declino cognitivo, bensì hanno bisogno di più tempo per elaborare la maggior quantità di informazioni, proprio come i computer, accumulate nel corso di più lunghe e molteplici esperienze.

il-mito-del-declinio-cognitivo - In copertina: Particolare dell’Oinochoe attico a figure rosse (470-460 a. C.), proveniente dalla necropoli etrusca di Vulci (VT), che rappresenta il mito di Eos (Aurora) e Titone. Parigi, Museo del Louvre

"Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Lo studio, condotto da ricercatori del Dipartimento di Linguistica dell’Università di Tübingen (Germania) e pubblicato di recente, avrebbe forse permesso al poeta Eugenio Montale  di essere meno angosciato per la difficoltà di trattenere nella memoria eventi e volti cui attribuiva un rilievo particolare, in grado di mutare il corso grigio e uniforme del “male di vivere”, ma non avremmo potuto godere di quei magnifici Mottetti della raccolta “Le occasioni”.

La Ricerca “The Myth of Cognitive Decline: Nonlinear Dynamics of Lifelong Learning”, coordinata dal Prof. Michael Ramscar, partendo dalla constatazione che oggi c’è molta più gente che vive più a lungo di quanto non avvenisse in passato, cerca di dare una risposta se a questa longevità corrisponda un declino delle capacità cognitive.

Gli scienziati hanno scoperto che le persone anziane non hanno una diminuzione cognitiva, bensì hanno processi più lenti perché debbono elaborare un maggior numero di informazioni memorizzate nel corso di un maggior tempo.
Il cervello degli anziani non si indebolisce, al contrario ne sa semplicemente molto di più - ha affermato Ramscar -  Come un computer quando ha la memoria piena, la mente rallenta ma ciò non vuol dire che perda le capacità mnemoniche. Immaginate una persona che fino a quel momento ha memorizzato solo i compleanni di due persone e li ricorda perfettamente, e un’altra che è a conoscenza di 2.000 compleanni ma solo in nove casi su dieci associa correttamente il nome alla data: siamo davvero sicuri che la prima abbia una memoria migliore?”

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L’immagine mostra una fetta transassiale del cervello di un uomo di 56 anni, adottata con tomografia a emissione di positroni (PET) che fornisce informazioni di tipo fisiologico, tramite inoculazione per 20 min. di tracciante. L’immagine generata dopo 20 min. indica le zone dove si è accumulato maggiormente il tracciante (rosso) rispetto a quelle dove non si è, o poco, accumulato. foto: Jens Langner

"Scordatevi di dimenticare - ha spiegato il ricercatore Peter Hendrix, co-autore dello studio - Per avere un computer che assomigliasse a un anziano, ho dovuto mettere in memoria tutte le parole apprese e farle competere per l'attenzione”.

La ricerca mostra che gli studi sui problemi che le persone anziane hanno nel ricordare i nomi hanno un punto cieco simile: oggi c'è una varietà di nomi di gran lunga maggiore rispetto a due generazioni fa. Questo cambiamento culturale verso una maggiore diversità di nomi indica che è aumentato drammaticamente il numero dei diversi nomi che ogni persona impara durante la vita. Il lavoro mostra come questo renda l'individuazione di un nome nella memoria di gran lunga più difficile di quanto non lo sia stato in passato.

Il lavoro di Ramscar e dei suoi colleghi fornisce, quindi, una spiegazione sul perché, alla luce di tutte le informazioni supplementari che devono elaborare, i cervelli più anziani possano sembrare più lenti e più smemorati dei cervelli giovani.

Lo studio osserva, anche, come i cambiamenti nei rendimenti dei test che sono stati presi come prova per il calo delle abilità cognitive, in realtà, dimostrino che gli anziani hanno una maggiore padronanza delle conoscenze acquisite.

Se si prende il comune test cognitivo "paired-associate learning" che implica la capacità di collegare nella memoria parole come "su" a "giù" o "cravatta" a "cracker, il team di Tübingen ha evidenziato che gli adulti più giovani fanno meglio quando gli viene chiesto di imparare ad accoppiare "su" con "giù" piuttosto che "cravatta" e "cracker", perché "su" e "giù" appare in stretto collegamento l'uno all'altro con maggiore frequenza. Tuttavia, mentre gli adulti più anziani capiscono anche quali parole di solito non vanno insieme, i giovani adulti se ne accorgono meno. Quando i ricercatori hanno esaminato le prestazioni su questa prova in una serie di coppie di parole che più o meno vanno insieme in inglese, hanno scoperto che i punteggi degli adulti più anziani concordano di gran lunga più strettamente con le informazioni effettive in centinaia di milioni di parole inglesi rispetto ai loro colleghi più giovani.

Come dice il Prof. Harald Baayen, che dirige il Gruppo di ricerca di linguistica quantitativa “Alexander von Humboldt” dell’Università di Tübingen 

"Se si pensa che l'abilità linguistica abbia a che fare con l'essere in grado di scegliere una parola piuttosto che un'altra, i giovani adulti sembrano fare meglio, ma, naturalmente, una corretta comprensione del linguaggio richiede più di questo – ha affermato il Prof. Harald Baayen, che dirige il Gruppo di ricerca di linguistica quantitativa “Alexander von Humboldt” dell’Università di Tübingen, anche lui co-autore – Si deve anche disaccoppiare le parole plausibili, ma sbagliate. Il fatto che gli anziani trovino le coppie senza senso, quantunque collegate, operazione più difficili da apprendere da parte dei giovani adulti, dimostra semplicemente che quelli più anziani hanno una comprensione del linguaggio molto più elevata. Devono solo fare uno sforzo per cogliere le coppie di parole non collegate, perché, a differenza dei più giovani, sanno che non sempre le parole si accoppiano".

La ricerca conclude che c’è bisogno di test diversi per le capacità cognitive delle persone anziane, tenendo conto della natura e della quantità di informazioni che i nostri cervelli elaborano. In pratica, si criticano i metodi usati finora per valutare le capacità di memoria della tarda età, perché la costruzione dei test cognitivi sono standardizzati per tutti, senza tenere in alcun conto delle differenze legate all’esperienza che porta a comportamenti e reazioni differenti.
Questo ha creato il presupposto per quel fuorviante atteggiamento di declino mentale conseguente all’aumento dell’età (da non confondersi con l’invecchiamento cognitivo che è un processo inconfutabile), che in psicologia e neurologia prende il nome di “L’età di Titone”.
Nella mitologia greca Titone era un bellissimo giovane di cui si innamorò perdutamente Eos (Aurora), figlia di Zeus (Giove), che dopo averlo rapito se lo portò con sé in Etiopia. Preoccupata del mortale destino dell’amato, Eos ottenne dal padre il dono dell’“immortalità”, ma si dimenticò di richiedere anche l’“eterna giovinezza”, condannandolo ad una “eterna decadenza fisica e mentale”. Vedendo Titone diventare sempre più vecchio e privo di forze, Eos finisce per averne ribrezzo. Titone tenta allora di suicidarsi, ma inutilmente poiché è immortale. Eos ottenne alfine dal padre che fosse tramutato in cicala… il cui scheletro privo di vita diviene, nella poesia di Montale, il “correlativo oggettivo” di momenti felici, ormai lontani, che la memoria non riesce a trattenere:
Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla 
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

In copertina: Particolare dell’Oinochoe attico a figure rosse (470-460 a. C.), proveniente dalla necropoli etrusca di Vulci (VT), che rappresenta il mito di Eos (Aurora) e Titone. Parigi, Museo del Louvre.