Un recente Studio demolisce la tesi che ha costituito il principale motivo per cui il Pacchetto “Clima-Energia” al 2030 della Commissione UE è così poco ambizioso e non pone vincoli sugli obiettivi delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Al Premier Renzi il compito di dimostrare una “svolta buona” anche nelle politiche climatico-energetiche durante il semestre di Presidenza italiana del Consiglio UE.

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Il Pacchetto “Clima-Energia” al 2030 proposto dalla Commissione UE nel gennaio 2014 costituirà uno dei temi più caldi della politica europea nei prossimi mesi e, quindi, è destinato a costituire un banco di prova anche per il Governo Renzi, durante la Presidenza di turno del Consiglio UE.
Nella seconda parte dell’anno, infatti, si concentreranno alcuni eventi che costringeranno l’Unione europea ad assumere decisioni che avranno un certo peso sugli scenari climatici ed energetici mondiali.
Dal 1° al 4 settembre si svolgerà ad Apia (Samoa) la III “Conferenza dei Piccoli Stati Insulari in via di sviluppo” che dovrà affrontare le problematiche dell’innalzamento del livello del mare a seguito dei cambiamenti climatici, che sta già costringendo gli abitanti di alcuni isolotti del Pacifico ad un esodo forzato.
Seguirà il 23 dello stesso mese a New York la Conferenza ad Alto Livello sul Clima indetta dal Segretario ONU Ban Ki-moon con l’obiettivo di mobilitare l'impegno politico per la conclusione equa di un accordo globale entro il 2015 a Parigi, nonché di stimolare un'azione rafforzata per ridurre le emissioni di gas serra e di costruire comunità resilienti agli effetti dei cambiamenti climatici.
In ottobre ci sarà la decisione finale del Consiglio UE in merito alla proposta di Pacchetto “Clima-Energia” al 2030.
Quindi, a Lima (1-12 dicembre 2014) avrà luogo la Conferenza delle Parti della Convenzione ONU su Cambiamenti Climatici.

Come si può ben capire, sono questi eventi assai impegnativi in cui l’Europa dovrà dimostrare ambizione di obiettivi, se vorrà avere un ruolo in un contesto mondiale, prendendo posizioni su tematiche rispetto alle quali finora il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è rimasto piuttosto defilato e schierato sulla posizione ufficiale della Commissione UE, tanto da ricevere le critiche del mondo ambientalista e delle associazioni che lo avevano inviato ad assumere un ruolo più incisivo per giungere ad impegni vincolanti su rinnovabili ed efficienza energetica.

Il fatto è che le preoccupazioni per gli effetti dei cambiamenti climatici e quelli per la crisi economica devono trovare un unico sbocco: stimolare gli investimenti per le fonti energetiche pulite e l’efficienza energetica, mantenendo al contempo alta la competitività delle imprese europee.
Tuttavia, l’opinione diffusa, forse propalata ad arte, che il costo dell’energia in Europa impedisca la crescita economica è stata recentemente confutata dal  Rapporto “Staying with the Leaders. Europe’s path to a successful low-carbon economy”, redatto da Climate Strategies, una rete di prestigiosi istituti di ricerca, tra cui DIW Berlin (German Institute for Economic Research), Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment (London School of Economics and Political Science), IDDRI Paris (Institut du Dèveloppement Durable et des Relations Internationales).

Lo Studio "Stare con i leader. Il percorso dell'Europa verso un'economia di successo a basse emissioni di carbonio" analizza e mette a confronto una serie di politiche climatiche ed energetiche di molte economie di tutto il mondo, affrontando anche la questione della competitività e dell'innovazione nel settore dell’energia e le strategie climatiche attuate.
I risultati mostrano che non solo le tre componenti di tali strategie (efficienza energetica, sostegno allo sviluppo delle rinnovabili, mercato del carbonio) apportano più benefici che limitazioni, in termini di innovazione e competitività, ma anche che l’UE è sopravanzata da molti altri Paesi e principali regioni nella transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio.

* Sono 133 i Paesi che hanno definito obiettivi in termini di energie rinnovabili, di cui 66 hanno introdotto un sistema di incentivi (feed-in tariff). Oggi la Cina e gli Stati Uniti sono leader per la capacità di produzione di energia eolica. Nel 2012, il 70% di nuove infrastrutture per l'energia eolica e il 40% dei sistemi fotovoltaici sono stati installati al di fuori dell'UE.
* L'UE è ancora il leader dell'efficienza energetica degli edifici, ma non è più la sola ad aver definito norme per il consumo dei veicoli. India, Cina e Giappone hanno adottato lo standard inferiore a 5 litri per 100 km al 2020. Nel settore del cemento (5% delle emissioni globali di CO2), gli investimenti per le migliori tecnologie disponibili, in termini di risparmio energetico, vengono fatti in Cina e in India. Lo stesso vale per il settore siderurgico (7% delle emissioni), dove le nuove tecnologie a basso tenore di carbonio e di energia non sono più appannaggio della vecchia Europa.

* L'UE non è l'unica ad intraprendere un approccio alla tariffazione del carbonio, perché diversi Paesi (Nuova Zelanda, Corea del Sud, Brasile, Messico, Sudafrica, Ucraina, Indonesia), 7 Province cinesi e la California sono impegnati in un processo di mercato del carbonio (introduzione di prezzi basati sul carbonio o collaborazione con la Banca Mondiale per la realizzazione di sistemi di tariffazione del carbonio).

Senza un quadro politico chiaro per il 2030 e oltre, l'Europa rischia di perdere i propri vantaggi competitivi in futuro ottenuti in settori chiave dell'economia - avvertono gli autori - Vantaggi basati su conoscenze, competenze e tecnologie che rendono possibile la transizione verso una società a basse emissioni di carbonio”.
Oltre a perdere il suo vantaggio competitivo, l'UE, qualora non adottasse strumenti per le sue ambizioni di transizione energetica, rimarrebbe dipendente e, quindi, più esposta alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili guidati dai mercati internazionali.

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Autosufficienza energetica al 2000 a al 2012. Come si può notare l’Europa è assai vulnerabile

Lo studio, inoltre, demolisce la tesi che le politiche di decarbonizzazione determinino un aumento dei prezzi dell'energia, influenzando negativamente la competitività dei settori industriali.
Secondo gli autori del Rapporto, infatti, la competitività dell'economia europea nel mondo, come quella dei singoli comparti industriali, non dipende dalle differenze nei prezzi dell'energia, come dimostra l’esempio della Germania, dove il costo dell'energia, pur essendo più alto della media europea, rappresenta solo il 1,6% dei ricavi per il 92% delle industrie. Peraltro, lo stesso World Economic Forum non prende in considerazione il prezzo dell'energia come fattore importante che determina il livello di competività di un Paese nel suo ultimo “Global Competitiveness Report 2013-2014”, stimando solo dell’1% sull’indice di competitività il peso dell'approvvigionamento energetico di un Paese, mentre considera che "un ambiente innovativo, determinante per la produttività e l'occupazione futura, ha un peso del 15%”.
A riprova di ciò gli autori fanno osservare che Svizzera, Finlandia e Germania, pur essendo Paesi esposti a maggiori costi energetici, si collocano entro i primi 4 posti della classifica “Competitività”.

Nello Studio non si nega che alcuni comparti europei (acciaio, cemento, chimica) paghino una “bolletta salata”, ma sono abbastanza tutelati e si deve continuare a salvaguardarli. Anche l’accordo speciale “carbon leakage” per evitare la delocalizzazione delle sue industrie verso Paesi con condizioni (sociali, ambientali, energetiche), più flessibili, se può risultare efficace al momento, anche se ha costi aggiuntivi per le esternalità in termini di inquinamento, non incoraggia le imprese ad intraprendere la sfida più stimolante dell’efficienza energetica per migliorare la propria produttività.
Avendo accesso limitato alle risorse, l’Europa dipendendo dalle importazioni non può sperare di competere se non sul piano delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e dell’innovazione.

Certo, una strategia industriale ed energetica presuppone notevoli investimenti, ma nessuno investe se non ci sono politiche stabili, coerenti e di medio-lungo termine, perché non si tratta soltanto di combattere il global warming, ma la recessione economica e la disoccupazione.
Lo Studio ha stimato che solo in Germania nelle rinnovabili si sono creati 380.000 posti di lavoro ed accelerando sull’efficienza energetica se ne potrebbero creare altri 180.000 entro il 2020. Viceversa, la proposta di Pacchetto “Clima-Energia” della Commissione UE non sembra essere all’altezza della sfida, ancora schiacciato dalle lobby delle industrie energivore e delle utility energetiche, che sono poco efficienti o fanno ancora troppo uso di fonti fossili.
Inoltre, se l’Europa vuol mantenere la sua leadership nei negoziati sul clima, deve cambiare di passo, dal momento che una tale deludente posizione, avallata dal Consiglio UE di primavera, non è all’altezza di quel ruolo.

Per questo, attendiamo che la “svolta buona” delle politiche nazionali, annunciata dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, si estenda anche al settore climatico-energetico, magari cominciando dalle misure che dovranno essere adottate nei prossimi mesi sulla Fiscalità energetica e ambientale, previste dal pacchetto della Legge n. 23/2014 “Delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita”, entrata in vigore qualche giorno fa.