Nel Tirreno il vulcano attivo più grande d’Europa

Nel Tirreno il vulcano attivo più grande d’Europa

Quantunque la notizia sia già conosciuta negli ambienti scientifici, lo studio appena pubblicato da un gruppo di ricercatori internazionali che comprende anche l’Istituto per l’ambiente marino costiero del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Iamc-Cnr), l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Roma (Ingv), l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti, la Schlumberger Information Solutions di Madrid, la Leibniz University di Hannover e la società Eurobuilding Spa di Servigliano (AP), conferma la necessità di un monitoraggio continuo del monte sottomarino Marsili, al fine di evitare gravi danni che possono essere innescati da un eventuale tsunami.

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Due scosse sismiche di magnitudo 4 sono state registrate, alle ore 04.43 e alle 5.35 di oggi 14 gennaio 2014, dalla Rete sismica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, in mare a largo delle isole Eolie nel Mar Tirreno, con ipocentro alla profondità di 11 e 12 chilometri.

I due terremoti, avvertiti dalle popolazioni siciliane e calabresi, non hanno provocato danni a cose o persone, ma ci ricordano che quell’area è tra le più esposte ai rischi connessi alla dinamica endogena della Terra, come conferma la pubblicazione su Gondwana Research, Rivista internazionale che diffonde ricerche di alta qualità sulla crosta terrestre, in particolare per quanto attiene all’origine e all’evoluzione dei continenti, uno studio che documenta come il monte sottomarino mediterraneo Marsili (3.200 m) di origine vulcanica abbia avuto attività esplosiva in tempi storici  e che, essendo ancora attivo, necessiti tuttora di monitoraggio per valutare i diversi tipi di rischio che ne possono derivare. (cfr: “First documented deep submarine explosive eruptions at the Marsili Seamount (Tyrrhenian Sea, Italy): A case of historical volcanism in the Mediterranean Sea”, in Gondwana Research, Vol. 25, Issue 2, march 2014, Pages 764-774).

La ricerca è stata effettuata da un gruppo di ricercatori internazionali che comprende l’Istituto per l’ambiente marino costiero del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Iamc-Cnr), l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Roma (Ingv), l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti, la Schlumberger Information Solutions di Madrid, la Leibniz University di Hannover e la società Eurobuilding Spa di Servigliano (AP).

La campagna di esplorazione cominciata nel 2006 a bordo della nave oceanografica “Universitatis”, come sottolinea un comunicato del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha fatto un punto di chiarezza scientifica sulla natura di di vulcano sottomarino del monte Marsili, della cui potenziale pericolosità si discute molto poiché è nota da tempo la sua attività sismica e idrotermale. “L’ipotesi più accreditata dagli studiosi era quella che considerava cessata, all’incirca 100.000 anni fa, l’attività eruttiva del vulcano - ha dichiarato Mattia Vallefuoco, dell’Iamc-Cnr - Nel corso della missione, finalizzata ad acquisire nuovi dati sui prodotti emessi dal Marsili e sulla loro età, è stata prelevata ad una profondità di 839 metri una colonna di sedimento che ha evidenziato due livelli di ceneri vulcaniche dello spessore di 15 e 60 centimetri, la cui composizione chimica risulta coerente con quella delle lave del vulcano”.

Per risalire all’età degli strati di questa “carota” di ceneri i ricercatori si sono serviti del carbonio 14.

Le due analisi eseguite sui gusci di organismi fossili contenuti nei sedimenti hanno fornito rispettivamente età di 3000 e 5000 anni - ha affermato Guido Ventura, Ricercatore Ingv - Datazioni che testimoniano una natura almeno parzialmente esplosiva del Marsili in tempi storici. A questo punto sono necessarie nuove ricerche per implementare un sistema di monitoraggio che possa valutare l’effettiva pericolosità connessa a una possibile eruzione sottomarina. Non è da escludere che il Marsili venga inserito nella lista dei vulcani italiani attivi come Vesuvio, Campi Flegrei, Stromboli, Etna, Vulcano e Lipari”.

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Il “vulcano” che con una lunghezza di 70 km. e 30 di larghezza ed un cratere di 450 m.  è il più grande d’Europa si trova a 150 km da Napoli ed altrettanta all’incirca è la distanza dalla Calabria, mentre la costa siciliana è un po’ più vicina (140 km). Pertanto, senza voler fare allarmismo, questo studio conferma che il Marsili non ha pareti solide e che una eventuale frana o esplosione potrebbe innescare un maremoto che  potrebbe investire tutta la fascia costiera tirrenica meridionale.
L’ultimo maremoto italiano è stato quello che si è innescato per una frana sottomarina poco dopo le ore 13 del giorno 30 dicembre 2002 nell’area di Stromboli, con conseguente inondazione della fascia costiera fino ad una altezza di alcuni metri sul livello medio del mare, provocando dei danni e il ferimento di alcune persone, ma come abbiamo sottolineato in altra occasione: il Mediterraneo ha storie di tsunami.
È superfluo, quindi, sottolineare la necessità di un continuo controllo dell’attività del vulcano, l’approntamento di rapida eventuale allerta e le azioni per la mitigazione dei conseguenti rischi. 

 

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