Un nuovo Rapporto dell’OCSE solleva preoccupazioni per la scarsa conoscenza degli effetti sull’ambiente e sulla salute umana dei nanomateriali utilizzati in molti prodotti di largo consumo giunti a fine vita che confluiscono negli impianti di trattamento dei rifiuti.

nanomateriali

La ricerca si deve impegnare con una certa urgenza per valutare gli eventuali rischi per la salute umana e gli ecosistemi derivanti dalla presenza di quantità sempre più consistenti di nanomateriali manufatti nei rifiuti domestici, che finiscono poi nell'ambiente”.

È questa  la principale raccomandazione contenuta nel Rapporto “Nanomaterials in Waste Streams: Current Knowledge on Risks and Impacts”, pubblicato dall’Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico (OCSE) il 22 febbraio 2016, basato su 4 casi studio dei processi di trattamento dei rifiuti (riciclaggio, incenerimento, messa in discarica e trattamento delle acque reflue) in Canada, Francia, Germania e Svizzera.

I “nanomateriali” secondo la definizione della Commissione UE, sono “materiali naturali, casuali o prodotti, contenenti particelle in uno stato slegato o come aggregato o come agglomerato a scala molto piccola fino a 10.000 volte più piccola del diametro di un capello”.

Per le loro caratteristiche (maggior resistenza, aderenza, elasticità, reazione chimica o conducibilità) rispetto agli altri materiali, i nanomateriali hanno la potenzialità innovativa di migliorare la qualità della vita e contribuire alla competitività dei prodotti in cui sono già usati, come le batterie, i rivestimenti esterni, i tessuti antibatterici, i cosmetici, i pannelli solari, gli pneumatici, i carburanti, ecc.

L’OCSE stima che siano oltre 1.300 i prodotti in circolazione che li contengono, con una crescita che tra il 2006 e il 2011 si è quintuplicata.
"I nanomateriali stanno rivoluzionando i prodotti di uso quotidiano, con benefici per la società, ma ci sono molte domande ancora senza risposta circa alcuni rischi che potrebbero comportare per la nostra salute e l'ambiente - ha affermato il Direttore della Divisione Ambiente dell’OCSE, Simon Upton - Abbiamo urgente bisogno di saperne di più su tali rischi in modo che possiamo valutare se i nostri sistemi di trattamento dei rifiuti debbano essere adeguati al fine di contenerli”.

Le ricerche finora effettuate, ricorda l’OCSE, indicano alcune possibili minacce determinate dalle caratteristiche, tipiche dei nanomateriali, di penetrare più facilmente nella pelle e nelle cellule rispetto ai componenti più grandi, causando rischi ambientali e sanitari, come “un rischio cancerogeno a livello polmonare, degli effetti tossici sul sistema nervoso e delle proprietà antibatteriche potenzialmente dannose per gli ecosistemi”.
Ciononostante, “alcuni rifiuti che contengono dei nanomateriali manufatti vengono smaltiti insieme ai rifiuti classici, senza precauzione o trattamenti particolari”.

I nanomateriali stanno entrando nelle discariche, negli inceneritori e negli impianti di trattamento delle acque reflue, che non sono progettati per filtrare particelle piccole come un milionesimo di millimetro.

Se le installazioni più moderne di trattamento dei rifiuti sono in grado di individuare gran parte dei nanomateriali, procedure meno efficienti, largamente diffuse nel mondo, fanno sì che grandi quantità siano probabilmente introdotte nell'ambiente, attraverso l'aria emessa dagli inceneritori, le ceneri applicate sulle strade, le acque depurate o i percolati liquidi residuali che penetrano nel suolo e nei sedimenti acquiferi.

Particolare motivo di preoccupazione desta la presenza di nanomateriali nei fanghi che provengono dagli impianti di depurazione delle acque, che una volta essiccati vengono anche utilizzati come fertilizzante agricolo. Se a livello di Paesi OCSE i fanghi reflui sono utilizzati in agricoltura per un terzo, in Francia è della metà.
La possibile trasformazione dei nanomateriali nel suolo, la loro interazione con le piante e i batteri, e il loro trasferimento nelle acque superficiali - si sottolinea nel Rapporto - non sono mai stati profondamente studiati”.

Ad oggi, si rilevano nelle acque raccolte dalle stazioni di depurazione, a livello di tracce, lievi concentrazioni di nanomateriali, come le nanoparticelle d'argento presenti per esempio in alcuni medicamenti o del diossido di titanio incorporato nei cosmetici - ha sottolineato Jean-Yves Bottero, Ricercatore al Centro europeo sulla ricerca e l'insegnamento delle geoscienze dell'ambiente (Cerege), che ha partecipato alla redazione del Rapporto - Queste nanoparticelle si ritrovano in seguito, all'80% e anche di più, nei fanghi di depurazione. Ora, alcuni reagiscono con altri elementi e si trasformano, senza che si conosca la tossicità delle nuove combinazioni”.

In linea generale, il Rapporto invita a fare studi sulle quantità di nanomateriali che rientrano nei flussi dei rifiuti, quelle che finiscono negli impianti di trattamento e sui loro potenziali impatti, raccomandando di “rafforzare le misure di sicurezza per proteggere i lavoratori delle installazioni di riciclaggio”.