Uno studio di ricercatori inglesi e finlandesi sottolinea come non sarà facile dar vita ad una sistema di monitoraggio delle emissioni efficace, trasparente e condiviso, come insegna quello dell'UE che, pur essendo uno dei più avanzati al mondo, incontra difficoltà persistenti di trasparenza.

L'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici è stato con forza ribadito dalla recente COP22 di Marrakech, tanto che il neoPresidente degli Stati Uniti Donald Trump che nel corso della campagna elettorale aveva promesso di cancellare gli impegni al riguardo assunti dall'Aministrazione Obama, secondo quanto riportato nell'intervista pubblicata dal New York Times il 22 novembre 2016, ha dichiarato di "studiarlo attentamente e di avere la mente aperta al riguardo".

Come noto, uno degli aspetti più rilevanti dell'Accordo è che i Paesi di tutto il mondo hanno preso l'impegno per un significativo programma di riduzioni delle emissioni climalteranti, verso un percorso di contenimento del riscaldamento globale "ben al di sotto dei +2 °C" alla fine del secolo, rispetto alla situazione pre-industriale.
Anche se l'Accordo entrerà in vigore nel 2020, anno in cui la concentrazione delle emissioni dovrebbe iniziare a calare per poter centrare gli obiettivi, alla COP22 di Marrakech, denominata la "COP dell'azione", nessun Paese si è presentato con azioni pre-2020, come se le emissioni di questo intervallo non concorressero alla concentrazione della CO2 in atmosfera post-2020.

Al di là delle perplessità circa la capacità degli impegni nazionali sottoscritti (INDCs) di centrare l'obiettivo, senza sistemi di efficace e trasparente monitoraggio è difficile che si instauri un clima di reciproca fiducia tra i vari Paesi coinvolti.
È quanto sostiene lo studio "The challenges of monitoring national climate policy: learning lessons from the EU", pubblicato sulla Rivista Climate Policy e condotto da ricercatori del Centro Tyndall per la Ricerca sui Cambiamenti Climatici presso la University of East Anglia (GB) e dell'Istituto Finlandese per l'Ambiente (SYKE).
"Il monitoraggio è probabilmente la sfida più sottovalutata nell'applicazione dell'Accordo di Parigi - ha dichiarato il Prof. Mikael Hildén del SYKE e co-autore dello studio - L'esperienza dimostra che l'aspetto tecnico della raccolta e monitoraggio dei dati sia tutt'altro che un mero esercizio di comunicazione ".

I ricercatori hanno esaminato approfonditamente l'esperienza dell'UE in relazione al monitoraggio delle politiche climatiche nazionali al fine di capire le difficoltà che possono insorgere per garantirne la trasparenza. Secondo gli autori dello studio, il sistema di monitoraggio europeo, pur essendo uno dei più avanzati al mondo, incontra difficoltà persistenti che potrebbero costituire un esempio per attingere le esperienze valide, ma soprattutto per evitare le debolezze evidenziate.

Il sistema di Monitoraggio e Comunicazione delle Emissioni dell'UE è stato creato nel 1993 per la redazione dei dati sui gas ad effetto serra (GHG) all'interno dell'UE e più tardi il meccanismo è stato ampliato per includere il monitoraggio delle politiche climatiche di ciascun Paese membro. I Paesi sono individualmente responsabili della raccolta dei dati, e i Governi non sono ben disposti ad acconsentire agli enti dell'UE di svolgere un'adeguata azione di controllo sulla fondatezza dei dati trasmessi.
Nel corso degli anni i Paesi membri hanno anche adottato metodi diversi di controllo delle emissioni e di implementazione delle politiche climatiche, che non hanno permesso adeguati confronti tra i vari Stati, per cui il processo di monitoraggio, secondo i ricercatori, si caratterizza per una generale mancanza di trasparenza.

Inoltre, sono insorte differenze anche su come i dati dovessero essere interpretati, con Paesi che spesso non hanno offerto riferimenti per corroborare le loro conclusioni. Così, "mentre la Germania in passato ha dato riferimenti completi, Regno Unito e Spagna spesso non ne hanno offerto alcuno".
Nello studio si sottolinea che quantunque il meccanismo di monitoraggio delle emissioni dell'UE abbia avuto una buona dose di sostegno politico e si sia evoluto in un momento in cui c'era una "relativamente elevata" fiducia nelle istituzioni dell'UE, non sono mancate grosse difficoltà di applicazione: "È curioso come qualcosa che apparentemente sembri di natura squisitamente tecnica come il sistema di monitoraggio, con il senno del poi, sia stato così profondamente controversa".

Secondo gli autori, una condivisione su un sistema di monitoraggio forte, trasparente ed uniforme da applicare a tutti i Paesi firmatari dell'Accordo di Parigi non sarà impresa facile, soprattutto nell'attuale clima politico di crescenti nazionalismi e diffidenze nei confronti delle istituzioni e dei trattati. "Una parte importante per l'attuazione dell'Accordo di Parigi sarà costituita dalla capacità degli attori politici di assumere la leadership in modo da navigare con successo tra le sfide del monitoraggio a livello internazionale - ha affermato Jonas Schoenefeld del Tyndall Centre for Climate Change Research e principale autore della ricerca - L'esperienza dell'Unione europea dimostra che l'integrazione delle politiche negli INDCs deve essere vista come un passo di un lungo percorso per una migliore conoscenza delle politiche climatiche e di come queste possono essere migliorate".