L’Union Jack rischia di dissolversi

L’Union Jack rischia di dissolversi

Aumenta il peso della questione energetica sull’esito del referendum del 18 settembre 2014 che deciderà dell’eventuale indipendenza della Scozia dalla Gran Bretagna. I fautori del sì sostengono che l’economia scozzese sarà influenzata positivamente dallo sfruttamento e vendita delle risorse energetiche, mentre gli antisecessionisti affermano che i consumatori di energia elettrica scozzesi pagherebbero una bolletta più salata.

scottish referendum pipes

Sui media è tornato prepotentemente alla ribalta il Referendum per l’Indipendenza della Scozia, dopo che a 10 giorni dal voto i sondaggi hanno registrato il sì in vantaggio per la prima volta sul no.

Tra i temi più dibattuti a sostegno dell’una e dell’altra posizione c’è la questione energetica.
Più dei due terzi del petrolio greggio estratti nel Regno Unito negli ultimi 50 anni proveniva dal sezione scozzese del Mar del Nord, percentuale che negli ultimi anni è via via aumentata fino a costituire oggi il 91%, estendendosi anche alle piattaforme dell’oceano Atlantico settentrionale.
Tale dato costituisce di per sé uno dei cavalli di battaglia del fronte secessionista poiché i proventi che ne derivano sono attualmente condivisi con le altre nazioni dell’United Kingdom (Inghilterra, Galles ed Irlanda del Nord).
Negli ultimi giorni, poi, la diffusione di un nuovo Rapporto che stimerebbe quasi un raddoppio delle estrazioni di idrocarburi, qualora venissero utilizzate le tecnologie non convenzionali come la fratturazione idraulica (fracking), ha gettato ulteriore benzina sul fuoco indipendentista, anche se da un punto di vista prettamente economico sarà necessario verificarne la convenienza.

Secondo un sondaggio diffuso nello scorso mese di giugno dalla Camera di Commercio di Aberdeen, la maggior parte delle aziende petrolifere sono convinte che il referendum non produrrà impatti nel settore (38%) o che le conseguenze sul comparto non sono oggi prevedibili (32%); mentre solo il 18% pensa ad un impatto positivo ed un altrettanto basso 12% ritiene che sarà negativo.

Oltre allo sfruttamento di petrolio e gas, i promotori del referendum hanno puntato anche sul ruolo cruciale delle energie rinnovabili, soprattutto dell’eolico offshore e Secondo i dati forniti da Scottish European Green Energy Centre (SEGEC), la Scozia avrebbe un potenziale di capacità installata di energia eolica offshore di 36,5 GW. Altri 7,5 deriverebbero dall’energia delle maree (pari al 25% della capacità dell’UE) e fino a 14 GW sono le capacità di produzione dal moto ondoso (il 10% di quella UE).

Il numero di progetti eolici offshore pianificati da qui al 2020 sarebbero in grado di fornire 10 GW, sufficienti a raggiungere l’obiettivo del 100% della domanda di energia elettrica degli scozzesi. Gli investimenti interni nel settore potrebbero raggiungere i 30 miliardi di sterline, supportando 28.000 posti di lavoro diretti ed altri 20.000 indiretti, e immettendo nell’economia della nazione oltre 7 miliardi di sterline.

Anche in termini di energia dal mare, il contributo delle acque scozzesi al conseguimento dell’obiettivo dell’Unione europea è essenziale, e con il progredire delle innovazioni, quali quelle utilizzate nell’impianto pilota del Centro europeo per lo sfruttamento dell’energia marina (EMEC) nelle isole Orcadi (Orkney), anche piccole imprese ed impianti potrebbero utilizzare tali tecnologie.
Sempre il SEGEC stima in 206 GW l’entità di energia rinnovabile che potrebbe essere prodotta dalle risorse marine costiere della Scozia.

scozia orkney

Open Centre Turbine. La sua tecnologia consiste in un rotore di 6 m di diametro che si muove lentamente dentro uno statore solidale ad un condotto ed un generatore elettrico da 250kW. (vedi animazione)

Insomma, secondo i fautori del sì (“Yes Scotland”), l’indipendenza dalla Gran Bretagna, permetterebbe alla Scozia non solo di essere energeticamente autosufficiente, ma di trarre ingenti profitti dalla vendita dell’energia prodotta, in grado di sostenere l’economia e i redditi dei suoi cittadini.

Di contro, il gruppo antisecessionista (“Better togheter”) si è sforzato di dimostrare che le bollette energetiche dei consumatori scozzesi sarebbero più salate qualora venissero meno le sovvenzioni alle rinnovabili, pagate dagli altri contribuenti britannici.
Soprattutto sarebbero gli scozzesi residenti nelle comunità rurali e insulari a subire le conseguenze più salate per la connessione alle reti di distribuzione elettrica e gas, i cui costi sono attualmente spalmati su tutti i consumatori britannici.

scozia bollette final

Sullo sfondo c’è pure il costoso accordo stipulato dalla Gran Bretagna per la costruzione di nuove centrali nucleari che gli Scozzesi non vorrebbero pagare e, soprattutto, non vorrebbero veder installare tali impianti sul loro territorio: sono dichiaratamente più green degli inglesi, come sono tra i più europeisti del Regno Unito!
Per cui, l’esito del Referendum del 18 settembre 2014 a cui sono chiamati ad esprimersi i 4 milioni di individui che vivono in Scozia e sono iscritti nelle liste locali elettorali, comprensivi dei sedicenni e diciassettenni, non avrà ripercussioni solo in Gran Bretagna, ma sull’intera UE.

Commenta