Lo stato di salute degli oceani

Lo stato di salute degli oceani

Dopo anni di disinteresse si moltiplicano gli allarmi

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La suggestiva immagine che proponiamo ad apertura di articolo, pur evocando “Notte stellata”, non è un dipinto inedito di Vincent Van Gogh, ma la fotografia tratta dal video di poco più di 3 minuti “Perpetual Ocean”, messo on line dal Goddard Space Flight Center NASA di Greenbelt (Maryland) e realizzato sulla base di un modello computazionale denominato “ECCO2” (Estimating the Circulation and Climate of the Ocean, Phase II) che utilizza avanzati strumenti matematici per combinare le osservazioni del MIT Numerical Ocean Model, al fine di ottenere una descrizione realistica del circolazione oceanica nel tempo (ndr: per vedere il video: www. reuters.com/video/2012/04/11/nasa-takes-marriage-of-artand- science-t?videoId=233137873&videoChannel=74). 

Le sintesi dei dati forniti da “ECCO2” vengono utilizzate per quantificare il ruolo degli oceani nel ciclo globale del carbonio, per capire la recente evoluzione della circolazione polare, per monitorare l’evoluzione temporale di calore, acqua e scambi chimici all’interno e tra i vari componenti del sistema terrestre, nonché per molte altre applicazioni. A causa della limitata risoluzione di questo particolare modello, il video rappresenta solo i vortici più grandi, anche se la versione da 20 minuti mostra le correnti superficiali globali in maggior dettaglio. Pur con tali limiti, la visualizzazione offre un quadro veritiero della circolazione delle acque nel periodo che va dal giugno 2005 al dicembre 2007, evocando anche le opportunità che potrebbero derivare dall’utilizzo futuro di questa pressione idraulica per produrre energia elettrica.

Dopo anni di disinteresse, vi è ora una maggiore attenzione allo stato di salute degli oceani, soprattutto per il ruolo che svolgono di assorbimento dell’anidride carbonica e nella mitigazione della temperatura atmosferica, ma anche per il contributo che offrono in termini di cibo e lavoro per centinaia di milioni di individui.
Molti studi sottolineano che il pH (la concentrazione di ioni idrogeno che determina il grado di acidità o basicità della soluzione) delle loro acque si è abbassato dal 1751 del 30% per effetto di un maggior assorbimento di CO2 di origine antropica dall’atmosfera e se si proseguisse ad emettere CO2 con lo stesso ritmo attuale si ridurrebbe tra del 150-200%, come recentemente testimoniato dalla Ricerca “Valuing the Ocean Environment. Economic perspectives” dello Stockolm Environment Institute, presentato in anteprima alla Conferenza Londinese “Planet Under Pressure” (26-29 marzo 2012).
Questa situazione può ridurre la disponibilità di calcio per il plancton e per alcune specie che vivono in conchiglie, minacciando la loro sopravvivenza. Questo fenomeno, a sua volta, potrebbe influenzare l’intero ecosistema, poiché gran parte della catena alimentare marina dipende da questi organismi.

Un altro motivo di pericolo per la vita degli oceani è l’aumento della temperatura delle acque, a seguito del global warming.
Uno Studio pubblicato on line il 1° aprile 2012, mettendo a confronto i dati raccolti nel corso della storica Spedizione Challenger (1872-1876) e quelli ottenuti con il Programma Argo, lanciato nel 2000, testimonia che a 135 anni di distanza gli oceani si sono riscaldati mediamente di 0,33 °C, che l’aumento maggiore si è registrato in superficie (0,59 °C) e che l’incremento ha avuto un’accelerazione negli ultimi 50 anni (D. Roemmich, W. J. Goul & J. Gilson: “135 years of global ocean warming between the Challenger Expedition and the Argo Programme” - Nature Climate Change, 2012, DOI: 10.1038nclimate 1461).
Tali variazioni possono modificare la superficie occupata dai ghiacci polari, incidere sulla direzione delle correnti oceaniche e sulla distribuzione delle specie, con ripercussioni sugli ecosistemi costieri.

Per ultimo, un altro recente Studio ha rivelato che negli anni tra il 1950 e il 2000 il tasso di salinità degli oceani ha subito un netto cambiamento, con un aumento ulteriore là dove è più elevato e un abbassamento accentuato nelle aree dove era già scarso. I modelli computerizzati utilizzati hanno accertato che vi è un diretto rapporto tra salinità degli oceani che contengono il 97% dell’acqua terrestre, ricevono l’80% delle precipitazioni sulla terra ed assorbono il 90% dell’energia prodotta dal riscaldamento globale, e il ciclo dell’acqua che è diventato più forte del 4% nel periodo preso in considerazione. In particolare, emerge che ad un aumento di 1 °C della temperatura dell’atmosfera c’è un intensificarsi della velocità del ciclo compreso tra 8 ± 5%. Con una previsione di un aumento di 3 °C della temperatura alla fine del secolo, ci sarebbe un’intensificazione del fenomeno compreso tra il 24 e il 16%.

In altri termini, considerando che i cambiamenti di salinità delle acque incidono anche sulla direzione delle correnti marine, c’è il rischio reale che le regioni aride divengano sempre più asciutte e quelle umide vedano aumentare la quantità delle precipitazioni.
“I cambiamenti nel ciclo globale dell’acqua e la corrispondente redistribuzione delle precipitazioni hanno impatti sulla disponibilità, stabilità, accesso ed utilizzo di cibo - ha affermato Paul Durack, del Lawrence National Laboratory di Livermore (California) e principale autore della ricerca - Io vengo da Perth, nell’arida Australia Occidentale, e lì è possibile constatare il cambiamento in corso” (cfr: Paul J. Durack, Susan E. Wijffels, Richard M. Matear: “Ocean Salinities Reveal Strong Global Water Cycle Intensification During 1950 to 2000”, Science, 27 aprile 2012, Vol. 336 no. 6080, pp. 455-458).

Quantunque tali problematiche siano state esaminate nel corso degli eventi collaterali che si sono svolti durante le annuali Conferenze UNFCCC, non hanno assunto però un ruolo centrale nel dibattito negoziale.
Ora, in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile “RIO+20”, diverse Agenzie dell’ONU, coordinate dall’UNESCO-IOC (Intergovernmental Oceanographic Commission) hanno predisposto un “Blueprint for Ocean and Coastal Sustainability”, per sottoporre all’attenzione dei decision maker la necessità di agire, mettendo a fuoco le diverse sfaccettature della questione per proporre azioni volte a mantenere la vitalità di questo importante “polmone” del nostro Pianeta.

Il documento chiede il lancio di un programma globale interdisciplinare sulla valutazione del rischio acidificazione degli oceani, con la creazione di un “blue carbon market”, simile al meccanismo REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Degradation in Developing Countries) previsto all’interno dell’UNFCCC, con “l’obiettivo di fornire previsioni a livello mondiale, regionale e nazionale e per identificare i punti di non ritorno ovvero i momenti in cui l’acidificazione potrebbe portare al collasso dell’ecosistema marino”.
Si chiede, inoltre, il sostegno ai piccoli Stati insulari che dipendono fortemente dagli oceani per aiutarli a utilizzare e gestire le risorse marine in modo sostenibile.

Il Blueprint sollecita l’UNFCCC ad includere nelle deliberazioni l’impatto della CO2 negli oceani e intensificare gli sforzi per una più forte governance d’alto mare che comprenda un’attività di pesca più responsabile e la riduzione dell’inquinamento da fertilizzanti che si scaricano in mare che ha già determinato oltre 500 “dead zone”, a seguito dell’ipossia, fenomeno che, riducendo il contenuto di ossigeno disciolto nelle acque, rende la vita insostenibile in molte parti degli oceani.
Il Documento sottolinea, infine, la necessità di accrescere le azioni a sostegno della ricerca scientifica sulle conoscenze oceanografiche per migliorare le conoscenze e la tecnologia per un uso sostenibile dei mari.
In tale contesto, l’UNESCO-IOC ha annunciato il lancio di un Atlante della CO2 sulla superficie degli oceani (SOCAT). Lo Studio, finanziato anche dai progetti Carbocean e Carbochange del VI e VII Programma quadro dell’UE, fornisce l’insieme più completo di dati sulle misurazioni di CO2 di mari ed oceani, formato da 6,3 milioni di osservazioni realizzate in tutto il mondo a partire dal 1968 ed assemblate da un team di oltre 100 scienziati provenienti da tutto il mondo, coordinati da varie Università e Centri di ricerca.

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