L'Italia "incatramata"

L'Italia "incatramata"

La polemica sulle sabbie bituminose si sposta nell’Unione europea

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Ancora una volta l’Italia si schiera con i Paesi europei meno sensibili alle tematiche ambientali, stante il risultato del voto il 23 febbraio nel Comitato tecnico del Consiglio dei Ministri dell’Ambiente, che doveva esprimersi sulla proposta della Commisione UE del progetto di mettere al bando il petrolio estratto dalle sabbie bituminose in base alla Direttiva sulla qualità dei carburanti (2009/30/CE) che vuole l’immissione sul mercato UE soltanto di carburanti fossili che prevedono l’opportunità di generare meno emissioni di carbonio (carbon intensive). La Fuel Quality Directive o FQD è finalizzata, infatti, a ridurre del 6% le emissioni dei carburanti per i trasporti entro il 2020. 

Vale la pena rammentare che nel corso della Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Durban, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha presentato il 2 dicembre 2011 il Rapporto “International comparison of light-duty vehicle fuel economy and related characteristics” redatto in collaborazione con Global Fuel Economy Initiative (GFEI), dove si evidenzia che le emissioni del settore dei trasporti nell’UE sono aumentate del 36% dal 1990 e che l’Unione europea non ha fatto abbastanza per ridurre le emissioni di CO2 delle auto. Ovviamente, oltre che sull’efficienza dei motori, l’altro modo per agire di conseguenza è la qualità dei carburanti.

A questo obiettivo tendeva la nuova versione della FQD, con la proposta di bloccare l’impiego dei carburanti derivati da “petrolio sporco”, ovvero da fonti non convenzionali, il cui processo estrattivo è altamente impattante in termini di emissioni di gas climalteranti, come il carburante derivato dalle sabbie bituminose che, secondo le tabelle contenute nella proposta di legge, redatte sulla base di
studi scientifici, in special modo su quello dell’International Food Policy Research Institute, sarebbe del 22% più inquinante di altri combustibili, avendo un’intensità di carbonio pari a 107 gr./megajoule di carburante, contro gli 87,5 gr. dei tradizionali (secondo la Società di consulenza IHS Cambridge Energy Research Associates sarebbe invece del 10-20%).

È stato appena messo on line, prima della sua pubblicazione, uno Studio che evidenzia, però, come lo sfruttamento delle sabbie bituminose nel Canada comporterà la distruzione di oltre 29.000 ha (il 65%) delle torbiere locali, con il rilascio da 42 a 173 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, in grado di amplificare il feedback sul ciclo del carbonio, che debbono essere incluse nelle stime delle emissioni relative alla produzione del carburante (cfr: Rebecca C. Rooney et al. - “Oil sands mining and reclamation cause massiveloss of peatland and stored carbon” - PNAS, 12 marzo 2012).

Le sabbie bituminose sotto le foreste fossili nella Provincia dell’Alberta (Canada) sono una combinazione di argilla, sabbia, acqua e catrame, da cui si può estrarre un bitume simile al petrolio che può essere convertito in petrolio grezzo sintetico o raffinato direttamente in raffineria per ottenere i derivati del petrolio. Nonostante vi siano riserve conosciute pari a 170 miliardi (un volume inferiore solo alle riserve saudite), il suo sfruttamento era considerato troppo costoso ed impattante, visto che una delle procedure utilizzate (Steam assisted gravity drainage) richiede grandi quantitativi di acqua per iniettare i getti di vapore a 240-250 °C che, spinti per centinaia di metri, scioglie il greggio che poi viene risucchiato in superficie.
Ora, tuttavia, che le riserve di petrolio diminuiscono e il prezzo è salito, le compagnie petrolifere fanno ricorso a queste forniture “non convenzionali” di carburante, insensibili alle proteste dei nativi che abitano la regione e che vedono compromessi i mezzi di sussistenza, la salubrità delle acque e la salute, visto la maggior incidenza sulla loro popolazione del tumore ai polmoni. Tant’è che un gruppo di Premio Nobel ha scritto una lettera ai principali Capi di Stato per chiedere di sospendere l’uso delle sabbie bituminose “che secondo il climatologo James Hansen significherebbe game over nella lotta contro i cambiamenti climatici”.

Sul numero precedente di (cfr: “Obama ha ascoltato le lobby più di Bush?”, in Regioni&Ambiente n. 1-2, genn-febbr, pagg. 58-60) avevamo riportato come la questione dello sfruttamento delle sabbie bituminose infervorasse la campagna per le elezioni presidenziali negli USA, dove il Presidente Barack Obama, aveva bocciato a gennaio, momentaneamente e sotto la pressione delle numerose manifestazioni di protesta svolte in vari Stati del Paese, il progetto dell’oleodotto Keystone XL che, lungo un tragitto di 2.700 km, dovrebbe trasportare 500.000 barili al giorno di petrolio, estratto dalle sabbie bituminose del Canada, alle raffinerie texane sul Golfo del Messico.
La decisione di Obama era stata anticipata, sostenendo che il Dipartimento di Stato non aveva potuto “raccogliere le informazioni necessarie per approvare il progetto e proteggere il popolo americano”, a causa dei tempi stretti imposti dal Congresso, dove i Repubblicani si sono apertamente dichiarati a favore, come per altro i candidati alla nomination per le elezioni presidenziali del Partito dell’Elefante.

Ma TransCanada, la Compagnia che vuole realizzare l’oleodotto, non demorde e per evitare di incappare nel revisione scientifica ambientale del Dipartimento di Stato che avrebbe allungati i tempi di realizzazione, ha reso noto che spezzetterà l’oleodotto in tronconi, intraprendendo al contempo un’intensa attività lobbistica per avere quanto prima l’autorizzazione dal Congresso.
La stessa azione di contrasto a decisioni che possano mettere in discussione lo sfruttamento delle tar sands, il Canada ha usato nei confronti dell’Unione europea, minacciando rappresaglie commerciali e di portare la questione al Tribunale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), qualora fosse passata la nuova proposta FQD.

Più che la minaccia commerciale, probabilmente a pesare sul voto di alcuni Paesi dell’UE sono stati gli interessi delle compagnie petrolifere nazionali, come riconosciuto dal Ministro delle Risorse Naturali del Canada che all’indomani del voto ha dichiarato: “Siamo molto soddisfatti. Questo è stato sicuramente un successo clamoroso - ha affermato Joe Oliver - Credo che alcuni Paesi UE siano chiaramente preoccupati per l’impatto che questa direttiva avrebbe sui costi e sugli investimenti di decine di miliardi di dollari nelle sabbie bituminose di vari Paesi, tra cui nel Canada”.

C’è da osservare, però, che i Paesi europei più direttamente coinvolti con le loro società in tali progetti (Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi). si sono astenuti, mentre l’Italia, assieme alla Spagna, si è ritrovata a votare contro come la Polonia (il Paese europeo che ha disponibilità di oil sands) e gli altri Paesi dell’Europa dell’Est.
Dei 345 voti espressi, ponderati in base alla popolazione, 89 sono risultati a favore della proposta della Commissione UE, 128 sono risultati quelli contro e un egual numero di 128 si è astenuto.
Poiché non si è raggiunta la maggioranza necessaria di 255, sia per il pro che contro la proposta, sarà ora il Consiglio europeo di giugno a dirimere la questione in senso positivo o negativo. Se anche in tale occasione non dovesse essere raggiunta una decisione, la proposta potrebbe essere direttamente accettata dalla Commissione, come ben sa il Canada che, ancora con il Ministro Oliver, ha fatto intendere che continuerà i suoi sforzi di lobbying sulla base del fatto che “non c’è al momento alcunché di scontato”.

È a queste pressioni che ha deciso di fare da contrappeso il Commissario europeo per l’Azione per il Clima Connie Hedegaard, strenua sostenitrice della nuova FQD: “Con tutto il lobbismo contro la proposta della Commissione, si temeva che gli esperti degli Stati membri avrebbero respinto direttamente la proposta. Sono contenta che ciò non sia avvenuto. Ora la nostra proposta andrà ai Ministri e spero che i governi si renderanno conto che è necessario tener conto delle emissioni”.


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