L'instabilità climatica determinante nel crollo dell'Impero Romano

L'instabilità climatica determinante nel crollo dell'Impero Romano

Nuovo Studio fa luce sul ruolo avuto dai cambiamenti climatici nella storia umana

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Di certo, Edward Gibbon che tanta parte della sua vita dedicò alla stesura del monumentale libro “Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano” (1772-1789) non avrebbe mai immaginato che, dopo più di due secoli, altri studiosi potessero aggiungere all’elenco di cause da lui analizzate, un’altra fondamentale: i cambiamenti climatici. 

Infatti, secondo un recente studio pubblicato on line il 13 gennaio 2011 da Science (“2.500 Years of European Climate Variabilità and Human Susceptibility”), un periodo prolungato di tempo instabile durato dal 250 al 600 d. C. provocò con il collasso delle produzioni agricolo-alimentari il declino dell’Impero a cui l’impatto delle cosiddette “invasioni barbariche”, l’esodo in massa di popolazioni spinte dalla necessità di trovare altrove aree di sussistenza, avrebbe dato il colpo decisivo che ne determinò il crollo.

“Nel corso degli ultimi 2.500 anni si sono verificati numerosi esempi di come i cambiamenti climatici abbiano influenzato la storia dell’umanità - ha dichiarato il coordinatore della ricerca, il paleoclimatologo presso l’Istituto Federale di Ricerca di Zurigo, Ulf Büntgen - Non casualmente, i periodi caldi ed umidi hanno connotato la prosperità dell’epoca romana e medievale, mentre un aumento dell’instabilità climatica ha coinciso con la fine dell’Impero Romano d’Occidente e con le turbolenze dell’epoca delle migrazioni. Si pensi alla siccità durante il III sec. d.C., che si accompagnò in parallelo, alla crisi dell’Impero d’occidente, segnato dalle invasioni barbariche, dai tumulti politici e dalle ripercussioni economiche in diverse province della Gallia”.

Lo studio, a cui hanno partecipato studiosi e ricercatori di varie discipline, ha analizzato una banca dati di oltre 9.000 campioni di alberi, anche semifossilizzati, e manufatti strutturali di vecchi edifici e antichi mobili, provenienti da Francia, Germania, Austria e Italia e risalenti fino a 2.500 anni fa. Per ottenere la temperatura media di ogni anno, gli studiosi hanno misurato l’ampiezza degli anelli degli alberi di conifere caratteristiche di elevate altimetrie, che si allarga di più con le calde estati e si restringe negli anni più freddi. Per le precipitazioni, si sono analizzati gli anelli delle querce che crescono a quote più basse e che sono molto sensibili al variare delle precipitazioni. Ulteriori tecniche integrative hanno permesso, poi, di stabilire a quali anni fossero ascrivibili.

La stabilizzazione dei modelli climatici dal 700 al 1.000, potrebbe spiegare la crescita demografica e la prosperità nelle campagne dell’Europa Nord-occidentale e la colonizzazione dell’Islanda e della Groenlandia da parte delle popolazioni scandinave. Mentre, una piccola era glaciale durante il XIV secolo provocò un periodo di carestia che indebolì la salute delle popolazioni, creando i presupposti per il contagio della peste che si diffuse nel 1347 nell’Europa Centro-meridionale.
Un altro periodo particolarmente freddo si verificò nel corso del XVII, coincidendo con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) e l’inizio delle migrazioni degli Europei nel Nuovo Mondo.
“Non è che ci fu la guerra perché era freddo - ha osservato Büntgen - Ma alle difficili condizioni politiche che esasperavano la società del tempo, si 9 erano aggiunte le sofferenze determinate dalle fredde temperature estive”.

A onor del vero, se lo studio ha avuto ampia eco sui media che hanno evidenziato soprattutto i riferimenti all’Impero Romano, esisteva già un certo accordo fra gli studiosi nel considerare il periodo 850-1250 come climaticamente ottimo, mentre il 1250-1350 sarebbe stato molto freddo e umido e il periodo 1550-1800 è stato definito “piccola età glaciale” (H. H. Lamb, “Climate: Present, Past and Future”, 1977) (ndr.: per testimonianze sulle cattive condizioni climatiche del XVII si veda box).
Finora gli storici, tuttavia, erano stati disponibili solo ad ammettere un ruolo di concausa del clima nelle vicende umane, tanto che lo stesso E. Le Roy Ladurie, che è considerato il più autorevole degli studiosi di storia del clima e il cui libro più famoso “Histoire du climat depuis l’an Mil”(1967) è ricchissimo di fonti documentali sulle variazioni climatiche dell’epoca, aveva ribadito che “Il clima è una funzione del tempo: varia, è soggetto a fluttuazioni, ha una sua storia” e che “un clima studiato storicamente per sé stesso, e non più soltanto per le sue incidenze umane o ecologiche”.

Ora, secondo gli studiosi che hanno redatto lo studio, i risultati conseguiti aiuteranno a rafforzare la vigilanza, atteso che l’attuale civiltà non è immune dai mutamenti climatici e che le analisi hanno confermato che le variazioni che si stanno verificando oggi non hanno precedenti negli ultimi 2.500. Studiare le relazioni tra il clima e la società del passato potrebbe aiutarci, perciò, a pianificare il futuro: “Le circostanze storiche possono contestare l’attuale riluttanza politica e fiscale per mitigare i previsti cambiamenti climatici”, si legge nel rapporto. La dendroclimatologia sta fornendo significativi apporti alla comprensione di cause collaterali allo svolgersi di significativi momenti storici. Qualche mese fa abbiamo dato ampia informazione sui risultati di uno studio che, avvalendosi dell’analisi degli anelli di un esemplare arboreo di 979 anni situato nel Sud-est asiatico, ha avanzato, anche in quel caso, che siano stati i cambiamenti climatici ad avere un ruolo decisivo nella fine dell’Impero Khmer (800-1431), evento che dopo la scoperta della città sepolta nella foresta di Angkor aveva costituito per storici ed archeologi un vero e proprio mistero (cfr.: Massimo Lombardi, “Prolungate siccità hanno costretto ad abbandonare Angkor”, in Regioni&Ambiente, n. 8/9 agostosettembre 2010, pagg. 10-12). Ulteriori contributi alla conoscenza dei cambiamenti climatici gli scienziati si attendono dall’analisi dei campioni di legno provenienti dalla “foresta mummificata” (da non confondersi con “pietrificata”, termine usato per la fossilizzazione ovvero processo chimico- fisico di sostituzione delle parti organiche con minerali), individuata dai ricercatori dell’Ohio University State ad Ellesmere, una delle grandi isole dell’Artico canadese, dopo alcune segnalazioni pervenute da guardie del Quittinirpaaq National Park, area fredda ed asciutta delimitata dai ghiacciai e dove riescono a sopravvivere piante nane dalle dimensioni di un bonsai. I ranger si erano imbattuti in resti di alberi più grandi, alcuni di qualche metro, immersi nel fango ai piedi di un ghiacciaio in fusione e dei quali non sapevano dare spiegazione. Da qui era iniziata la ricerca che aveva permesso di individuare il sito di una foresta sepolta, probabilmente da una frana, da 2 a 8 milioni di anni fa, che l’ha isolata da aria ed acqua che ne avrebbe accelerato la decomposizione, come ritengono gli studiosi che hanno presentato i primi risultati il 17 dicembre 2010 a San Francisco (Ca) nel corso dell’annuale congresso dell’American Geophysical Union. Al momento della loro sommersione, gli alberi avevano all’incirca 75 anni, ma la scarsità di specie rinvenute (betulle, pini, larici, abeti), le foglie dalle ridotte dimensioni e gli anelli di crescita molto stretti, fanno ritenere che le piante abbiano lottato per sopravvivere al rapido cambiamento climatico. “Questi alberi sono vissuti in un periodo particolarmente duro dell’Artico - ha spiegato il Prof. Joel Baker a capo dell’équipe che sta conducendo gli studi - L’isola di Ellesmere è passata rapidamente da un ambiente caldo da bosco di latifoglie a quello freddo delle conifere”. Intorno a 5 milioni di anni fa, durante il Neogene (secondo dei tre periodi geologici in cui è suddivisa l’era del Cenozoico), la Terra ha iniziato un progressivo raffreddamento che culminò nelle glaciazioni del Quaternario, passando da una condizione di “serra” a una di “ghiacciaia”, l’opposto di quanto non si sta verificando ora con i ghiacciai che si stanno verificando. Nella regione artica, nel corso degli ultimi 40 anni le temperature sono cresciute de di 4,5 °C, un aumento ben più veloce della media mondiale. “Il ritrovamento di foreste mummificate non è evento raro, ma ciò che rende questo unico è la sua latitudine che non fa crescere alberi - ha osservato Baker - Quando il clima cominciò a raffreddarsi, questo impianto potrebbe essere stato tra i primi ad averne risentito. Lo studio del materiale organico, conservato come se gli alberi fossero appena caduti al suolo, può aiutarci a comprendere le fasi del cambiamento climatico e la risposta delle piante al fenomeno”. Resti della “foresta mummificata” rinvenuta nell’Artide canadese.

Francesco Manuzi di Jesi (AN), proprietario di campagne nella Vallesina, ha tenuto dal 1606 al 1627, anno quest’ultimo della sua probabile morte, un Diario in cui annotava, soprattutto, le notizie sui danni che il maltempo e le avverse condizioni climatiche provocavano sui raccolti e che incidevano sulle condizioni di vita della sua famiglia. Ha scritto lo storico locale marchigiano Carlo Vernelli che “Le sue annotazioni, all’inizio sintetiche, forniscono sempre più particolari, più dettagli, man mano che il Manuzi si rende conto di una realtà che va peggiorando”. 
Nel 1614 cominciano a comparire le invocazioni alla misericordia divina che si fanno via via più frequenti “L’ultima è del 1626 e da essa traspare una completa disperazione: che il Signore mi aiuti, che possi governare questa mia famiglia, che dapoi che son vivo mai più ho ricolto così poche robba et a 63 anni mi mette paura a vivere per la pocha entrata”. A riprova dell’incidenza che i cambiamenti climatici determinavano sulle condizioni economico-sociali del tempo, ci sono i riferimenti da lui fatti agli alti tassi di mortalità, confermati secondo Vernelli dai registri parrocchiali, provocati da fame e carestie che lasciavano la popolazione in preda a malattie ed epidemie. Il quadro cronologico delle avversità da lui riscontrate testimonia dell’instabilità climatica di quel periodo. Ne riportiamo alcune delle più signifi cative. 
1608, 10 marzo: inizia una nevicata che durerà 6 giorni e gli abitanti del “Massacio, nostro castello, usivano dalle fi nestre tanto vi era grossa neve”. 
1610, 27 marzo: “una grossa neve et avessimo le brine sino alli 2 maggio”. 
1612, gennaio: “è jaci crudeli. Il valatello si è baciato et ancora la mità del fi ume”; 29 giugno: “mai sino in qui avemo auto giorni 10 di bon tempo et non fa altro che piove et non si pol metere. E li grani si seche con l’aqua, ma li grani sono boni, senza erba. Et al ultimo di detto mese una pioggia crudelissima, che ha durato 24 ore, che mai ha fatto a mio tempo, che ho 48 anni. Alli 8 di luglio ogni giorno piove et li cavalletti del grano tutti giermognia et li lini e fave infradia”. 
1613, 21 aprile: “ha fatto la neve alla montagna. Et alli 22, 23, 24 è cascate le brine, ha secate tutte le foglie delli mori et le erborate et vigne nelle basse… La nebbia è stata la notte de San Giovanni, adì 24 de giugnio, e talli 29 il simile”. 
1614, 2 maggio: “pioggia grandissima. E talli 8 pioggia freda e venti grandissimi. Et alli 11 seguita tempo asprissimo et alle montagnie è cascata una grossa neve et il simile alla marina”; 8 novembre: “si è guastati li tempi con grandi pioggie, che ha portato via da 30 passine del ponte del fi ume, che è stata una grandissima pianura”. 
1616, 22 gennaio: “ha cominciato a nenguere et ha durato sino alli 8 di febraro …Et alli 10 detto un’altra neve grossissima, che per li androni della città non si vede da capo a piedi, tanto nengue folto”. 
1618, 14 maggio: “non è stato ancora mai caldo”; 12 agosto: “è freddo come fusse de inverno et de frutti non se ne trova quasi niuno, da un pochi de perseci in poi”. 
1620, 2 marzo: “ha nenguto et è stato il magior fredo, che dapoi che son vivo non mi ricordo più cusì gran freddo. Et oggi che semo adì 6 detto ancor nengue et vè fredo grandisimamente. Dio ci aiuti delli bestiami, che avemo pocha paglia, perché è tardi l’invernata!”; 6 maggio: “ la fronda delli mori non vien fora, che chi ha messo li baci si stenta terribilmente, che si governa con alcune piante che è nelli orti dentro la città e borgho. Et oggi che semo adì 11 di maggio ho cominciato a cogliere la fronda ad alberata mia inanti al molino di sopra; che alli dì mia non mi ricordo un altro mese di maggio simili a questo, che le montagne di Santo Albertino et di Norsia vi è la neve come fusse de gienaro”. 1621, 31 maggio: “mai avemo auto un giorno di bon tempo. Et oggi che semo alli 20 di giugnio sono fredi. Il Signore ci aiuti della stagione!”. 
1623, 20 maggio: “è venuta una gran pioggia freda e al monte de San Vicino adì 23 ha nenguto. Dio ci aiuti alli bachi con questo fredo! Adì 25 è cascata la brina, che non è solito nelli nostri paesi”. 
1624, 21 febbraio: “una neve grossa, che non si ricorda nisuno che abbia nenguto così larghi fi occhi. Che veramente era cosa da stupire, che li più piccoli fi ochi era come un cantone di carta da latino et ha durato quatro ore acosì a nenguere”. 
1625, 28 maggio: “Una gran piogia, che del detto mese quasi sempre ha piuto et li grani tutti straccolti. Dio ci aiuti alla ricolta! Ha nenguto fi no allo Sfatolo per tutte le montagnie il giorno sopradetto giorno… Et oggi che semo adì 24 de giugnio giorno di San Giovanni, è venuta la nebia e guazza grande. Et oggi che semo alli 26 de giugnio si mete a furia et li grani sta malidssimi. Et le fave, cicerchie, brasatimi s’è amanati tutti. Dubito che in questo di Jesi e contado non sia una carestia”. 

Fonte: Carlo Vernelli, “Crisi demografi ca e vicende meteorologiche a Jesi nel diario di Francesco Manuzi, 1606-1627”, in Proposte e Ricerche n. 7, Urbino, 1982, pagg. 127-161).

 

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