L’elevata concentrazione di anidride carbonica renderebbe “potenzialmente” inabitabile la Terra

L’elevata concentrazione di anidride carbonica renderebbe “potenzialmente” inabitabile la Terra

Un modello computerizzato messo a punto per valutare il ruolo del sole e della CO2 nel “cucinare” un pianeta “ideale” costituito da sola acqua, ha ipotizzato che il punto di crisi inizierebbe a quota 1.520 ppm di anidride carbonica in atmosfera, quando si raggiungerà i 57 °C di temperatura media globale (oggi siamo a poco più di 400 ppm e a 14-15 °C) e dopo qualche milione di anni il pianeta sarà completamente prosciugato.
Di certo, lo scenario apocalittico che evoca in qualche modo i versi di Frost non fa parte dell’orizzonte temporale di questa e delle future generazioni, tuttavia i risultati della ricerca potrebbero essere utili per comprendere meglio il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, conseguenti alla combustione dei combustibili fossili.

fire and ice

Secondo ricercatori del Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo, l’aumento di concentrazione in atmosfera di CO2 sarebbe in grado di rendere “potenzialmente” inabitabile la Terra.
Tramite delle simulazioni computerizzate basate sugli attuali modelli climatici, Max Popp e i suoi colleghi hanno scoperto che non sarebbe necessario aspettare 5 miliardi di anni, quando il Sole diventato una gigantesca stella rossa, inonderà la Terra di maggiore radiazione solare e oceani, fiumi e laghi evaporeranno, cucinando Pianeti interni alla sua orbita come patatine al forno.

Nello Studio “Transition to a Moist Greenhouse with CO2 and solar forcing”, pubblicato su Nature Communications,  si fa notare che questo effetto potrebbe verificarsi molto prima, quando l’anidride carbonica sarà pari a 1.520 ppm e la temperatura media globale raggiungerà circa 57 °C.
Va subito chiarito che, pur preoccupanti, le attuali concentrazioni di CO2 sono poco più di 400 ppm (due secoli, prima dell’era industriale, erano di 280 ppm) e la temperatura media globale è “appena” di 14-15 °C.

Inoltre, la simulazione ha ipotizzato un Pianeta “ideale” interamente ricoperto di acqua: “L’alta atmosfera in questa situazione climatica di riferimento, sarebbe molto umida - scrivono gli autori - tal che il pianeta sarebbe soggetto ad una sostanziale perdita di acqua nello spazio”, come sarebbe accaduto al pianeta Venere, secondo alcune ipotesi scientifiche.
Il vapore acqueo, secondo la ricerca, aumenterebbe in atmosfera, dilatandosi verso l’alto fino a diventare più vulnerabile alle radiazioni che spezzerebbero  il legame idrogeno (H2) e ossigeno (O), ed essendo l’idrogeno il più leggero degli elementi comincerebbe a disperdersi nello spazio: senza idrogeno non c’è acqua.

Un pianeta che disperda tutta l’acqua nello spazio, non sarebbe più abitabile - ha affermato Max Popp, principale autore della ricerca - Questo studio è stato progettato per fornire un confronto tra il riscaldamento indotto dalla radiazione solare e quello da biossido di azoto, non certo per simulare un possibile futuro scenario sulla Terra”.
Tuttavia, i risultati potrebbero essere utili per comprendere meglio il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, conseguenti alla combustione dei combustibili fossili.

Tali scenari, seppur lontani nel tempo e nello spazio, rievocano i versi di Robert Frost, il poeta americano che gli astrofisici Fred Adams e Gregory Laughlin, autori del libro di divulgazione scientifica, di grande successo negli Stati Uniti, “The Five Ages of the Universe: Inside the Physics of Eternity”, hanno definito “un buon scienziato”.
Una delle sue più famose poesie, infatti, sarebbe stata stimolata da una conversazione di come finirà il mondo avuta con Harlow Shapley, l’astronomo più importante dell’epoca a cui è stato intitolato un cratere lunare e un asteroide. Da qui, una lettura interpretativa dei versi di tipo apocalittico, riduttiva di quella simbolica di continuo dissidio interiore tra il desiderio (fuoco) e l’autocommiserazione (gelo), come viceversa indicano altri critici e biografi, secondo i quali è stato il 32° Canto dell’Inferno di Dante ad offrirgli l’ispirazione:
Dicono alcuni che finirà nel fuoco
Il mondo; altri nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
Che mi fa scegliere il fuoco,
Ma se dovesse due volte finire,
Se pure che cosa è odiare,
E per la distruzione posso dire
Che anche il ghiaccio è terribile
E può bastare.
(“Fuoco e ghiaccio” (1920) di Robert Frost, in “Conoscenza della notte e altre poesie”, trad. di Giovanni Giudici, Einaudi editore, 1965).

Commenta