L’effetto serra si può abbattere grazie a querce e betulle

L’effetto serra si può abbattere grazie a querce e betulle

Una ricerca appena pubblicata su Science e realizzata da un team di studiosi internazionali guidati da Kim Naudts del Laboratorio di Scienze su Clima e Ambiente di Gif-sur-Yvette, in Francia, ha analizzato com’è stato sfruttato il terreno in Europa negli ultimi 260 anni scoprendo che la scelta di piantare più conifere che latifoglie ha aggravato il riscaldamento globale.

querce

Abbiamo sempre pensato che le foreste sono fondamentali per ridurre le emissioni di anidride carbonica e di conseguenza mitigare i terribili effetti del riscaldamento globale. In teoria certamente sì, eppure sembra proprio che lo sfruttamento del terreno messo in atto negli ultimi 260 anni in Europa abbia guardato in una direzione sbagliata per il bene della natura.

Secondo una recentissima ricerca apparsa sul giornale scientifico Science da parte di un gruppo di ricercatori internazionali guidati da Kim Naudts del Laboratorio di Scienze su Clima e Ambiente di Gif-sur-Yvette in Francia, infatti, negli ultimi due secoli gli esseri umani hanno piantato “alberi sbagliati”, cioè più conifere che latifoglie, che a causa del colore di legno e fronde accumulano più calore e rilasciano troppa anidride carbonica nell’atmosfera, contribuendo ad aggravare il riscaldamento globale e di conseguenza il rischio di sopravvivenza del nostro ecosistema.

Sviluppando un modello in grado di calcolare la quantità di carbone, energia e acqua intrappolata o rilasciata dalle foreste, la ricerca mette a confronto due epoche storiche: quella della Rivoluzione Industriale che ha indotto alla perdita globale di 190 mila chilometri quadrati di foreste, radendo al suolo un’area più o meno grande quanto la Grecia; e quella successiva, che arriva fino al 2010, in cui la tendenza si è invertita con una massiccia riforestazione e la plantumazione di circa 386 mila chilometri quadrati di alberi, ovvero una superficie pari alla Germania, quasi il doppio di ciò che era stato abbattuto.

Le cose sono più complesse di quello che sembrano - evidenziano gli studiosi nella prefazione della ricerca - I risultati positivi si ottengono solo a patto di piantare gli alberi giusti e gestirli poi in maniera corretta. Al contrario, tra il 1750 e il 1850 la deforestazione legata alla Rivoluzione Industriale ha portato alla perdita di quasi 200 mila metri quadrati di superficie boschiva europea. Ma tra il 1850 e il 2010 si è addirittura riforestato più territorio di quello distrutto. Peccato che le scelte fatte all’epoca oggi si rivelino sbagliate perché alle autoctone latifoglie (querce, roveri, betulle) si sostituirono le conifere (pini scozzesi, abeti rossi e faggi)”.

Una scelta per l’epoca comprensibile - prosegue Giuseppe Barbera, professore di Colture Arboree all’Università di Palermo - perché le conifere crescono più rapidamente e anche su suoli molto sfruttati. Inoltre, hanno un buon valore commerciale. Era però implicito che dopo aver piantato le conifere andava fatto un latifondamento inserendo, cioè, piante autoctone come querce e betulle. Ma questo in realtà si è fatto poco e l’uomo ha ricoperto il Pianeta di alberi che non si sono rivelati utili alla terra”.

Preferire le conifere - commenta la dottoressa Naudts - ha avuto un impatto significativo sull’albedo, ossia su quel processo che permette alle radiazioni solari di riflettersi anziché restare intrappolate al suolo. E qui entra in gioco il colore del legno e delle fronde: le vecchie latifoglie avevano colori più chiari, erano dunque ecologicamente più efficienti delle scure conifere che in pratica assorbono più calore, emettono meno vapore acqueo e contribuiscono così ad alterare le escursioni di temperatura fra giorno e notte”.

Per questo, anche se la superficie dei boschi è aumentata, la scelta di piantare conifere ha contribuito al surriscaldamento globale, piuttosto che mitigarne gli effetti, addirittura dello 0,12 celsius, pari cioè al 6% dell’incremento dovuto ai combustibili fossili. Tutto ciò perché dal 1850 a oggi si è accumulato un debito di carbonio, cioè uno sbilanciamento tra emissioni e assorbimento di CO2 di circa 3,1 milioni di tonnellate che ha determinato lo squilibrio energetico e di conseguenza l’incremento delle temperature.

Sono risultati da tenere in considerazione in vista di future politiche di riforestazione - conclude Paolo Trost, professore di Fisiologia Vegetale all’Alma Mater di Bologna - La conservazione delle foreste resta un obiettivo primario, ma la loro gestione va affrontata basandosi sulle nuove conoscenze”.
 

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