Dopo le divisioni sui 6 Referendum contro le trivellazioni deliberati da 10 Consigli Regionali, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome si sono ricompattate sul “Manifesto di Termoli” che, di fatto, aveva costituito il prodromo all’iniziativa referendaria.
Permane, tuttavia, la frattura con il Governo che non sembra intenzionato a rivedere la Strategia Energetica Nazionale che nel 2013 aveva dato avvio alle trivellazioni per petrolio e gas in tutta la penisola e in mare.

trivellazioni

La Conferenza delle Regioni ha approvato all’unanimità il Documento sottoscritto il 24 luglio scorso a Termoli dai rappresentanti di 6 Regioni italiane (Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria), finalizzato alla definizione di un indirizzo politico-amministrativo comune in difesa dell'ambiente marino a rischio trivellazioni a seguito del decreto Sblocca Italia, convertito nella Legge n. 164 dell’11 novembre 2014, sul quale le stesse Regioni avevano prima avviato l’iniziativa del ricorso alla Corte Costituzionale contro gli Artt. 37-38 che consentono le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale senza prevedere la necessaria acquisizione dell’intesa con la Regione interessata, come previsto dall’Art. 117 della Costituzione.

Successivamente, era partita la proposta di un referendum abrogativo che si era concretizzato con la deposizione il 30 settembre 2015 alla Corte di Cassazione di 6 quesiti contro le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa e sul territorio (oltre agli articoli dello “Sblocca Italia” e quelli del “Decreto Sviluppo” relativi alle procedure per le trivellazioni), per i quali avevano deliberato anche i Consigli Regionali di Veneto, Sardegna, Liguria e Campania).

Di fatto si era aperta una frattura non solo con il Governo, ma all’interno delle Regioni, che si era acuita dopo l’intervista de “L’Unità” del 1° ottobre 2015 al Presidente della Regione Emilia-Romagna contrario allo strumento del referendum: “Credo che come Regioni possiamo e dobbiamo avviare un percorso di confronto con il Governo, cercando di superare i conflitti di competenza. Specie su temi come le strategie energetiche che così da vicino intersecano le sensibilità e le specificità dei territori. Ricordo che l’attuale Strategia energetica è stata approvata con un Decreto Interministeriale dai Ministri Clini e Passera poche settimane prima della fine della scorsa legislatura. Vi è stato un confronto formale ma non nel merito con i vari portatori di interesse. Lo strumento migliore non è a mio avviso il referendum, che di fatto, introdurrebbe fattori di incertezza, in un Paese che ha invece bisogno di fare sistema e di ritrovare certezze, nelle sfide che riguardano lo sviluppo e la tutela e valorizzazione delle nostre risorse ambientali e paesaggistiche”.

Ricordiamo che quando venne approvata con Decreto Strategia Energetica Nazionale (marzo 2013) che confermava la volontà di dare l’avvio alle trivellazioni per petrolio e gas in tutta la penisola e in mare e di mantenere la validità delle concessioni già date e di non scegliere in modo inequivocabile un modello basato su rinnovabili ed efficienza energetica, di fronte alle reazioni che giudicavano l’atto un “colpo di mano”, un “colpo di coda”, avevamo scritto:
E se tutto questo fosse in realtà un vero e proprio “colpo maestro”, messo a segno alfine da un Governo che ha fatto quel che i Partiti non hanno avuto il coraggio di fare, salvo poi smentirne la paternità?
La risposta ce la darà il nuovo Parlamento che si sta insediando!”.
Ben venga quindi l’eventuale, seppur tardiva, revisione della SEN, ma riteniamo che senza l’iniziativa referendaria non se ne sarebbe più parlato.

Comunque, ora la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome ha esaminato ed approvato il cosiddetto “Manifesto di Termoli” che, ricordiamo, si articola in 7 punti.

1. Condivisa preoccupazione per lo sviluppo incontrollato di attività estrattive in zone costiere oltre che di pregio storico e naturalistico.

2. Mantenimento in capo Comunità regionali della prerogativa di elaborare le scelte di protezione e valorizzazione delle proprie coste e del mare, da intendersi beni comuni e irrinunciabili.

3. Necessità del graduale superamento della attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi in quanto basata sul consumo di fonti energetiche fossili, e contestuale progressivo ricorso a fonti energetiche alternative e rinnovabili.

4. Ineludibilità della concertazione con le Comunità regionali del mantenimento di attività estrattive nei tratti di mare prospicienti le coste, elevando il tema ad una più consona dimensione europea.

5. Urgenza di una Cabina di Regia nazionale fra Regioni costiere e competenti organi dello Stato, che elabori scelte condivise sulle aree nelle quali avviare o mantenere attività estrattive.

6. Centralità della via della condivisione e del dialogo con l’amministrazione centrale e richiesta al Governo dell’immediata apertura di un tavolo di confronto di caratura stabile e duratura.

7. Ricorso a tutti i mezzi (strumento referendario incluso) previsti o consentiti dell’ordinamento italiano, europeo ed internazionale, qualora non si consentano forme di condivisione e di dialogo.

Se l’approvazione del “Manifesto” ricompatta sull’argomento le Regioni, non può sfuggire che lo strappo istituzionale con il Governo permane.

 
Il testo del documento approvato dalla Conferenza delle Regioni al sito di regioni.it