C’è grande attesa per la proposta della Commissione UE prevista per il 22 gennaio 2014 che dovrà definire i target per decarbonizzare l’economia al 2030, ma emergono grosse divisioni all’interno delle istituzioni UE, come tra i vari Paesi, nonché all’interno del nostro Governo.

FoEE Giant EU Energy Flag

Il “Pacchetto Energia e Clima” dell’Unione europea aveva definito i target del triplo 20% al 2020 per:

- taglio delle emissioni (secondo l’ultimo Rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente l’UE ha già raggiunto il 18%);
- produzione dell’energia primaria da fonti rinnovabili (era al 13% nel 2011);
- incremento dell’efficienza energetica (l’unico obiettivo non vincolante di cui non si conosce con precisione l’andamento, ma per l’AEA, l’UE sarebbe ancora assai lontana).

Sulla base di tali incoraggianti risultati, anche se non si può sottacere il peso che hanno avuto sui positivi trend sia il sistema degli incentivi che la crisi economica in atto, la Commissione UE ha deciso di anticipare i tempi per allungare lo sguardo al post-2020, presentando il prossimo 22 gennaio 2014 un nuovo “Pacchetto Energia e Clima al 2030”.
In vista di questo importante appuntamento, si erano già messi in movimento vari player istituzionali e lobbistici.

Tra i primi a “scaldarsi” per entrare in partita erano stati i Ceo delle 9 principali Società energetiche europee che nel corso di un’audizione in settembre 2013 al Parlamento europeo avevano di fatto chiesto una revisione della “Strategia 20-20-20” che includesse l’abolizione degli incentivi alle rinnovabili per limitare l’impennata delle bollette energetiche e garantisse un approvvigionamento affidabile di energia elettrica e gas, per uscire da quella che avevano definito una vera e propria “emergenza”.

A loro volta, le Istituzioni avevano lanciato nell’ottobre 2013 il Manifesto Going for Green Growth. The case for ambitious and immediate EU low carbon action”, sottoscritto dai Ministri dell’Ambiente di 13 dei più importanti Paesi europei, tra cui quello italiano, e sottoposto alla Commissione UE, che si incentrava su 3 priorità:
- concordare un pacchetto  ambizioso di politiche per energia e clima per il 2030;
- riformare il mercato europeo delle emissioni (ETS);
- assicurare che l' UE sia in grado di offrire un target importante di riduzione di CO2 sul tavolo dei negoziati ONU sul clima del 2014.

Successivamente, alcuni di quei Ministri (tra cui quello italiano, ma non vi aderiva la Gran Bretagna) ed altri new entry (Austria e Irlanda) inviavano il 23 dicembre 2013 una lettera al Commissario UE di Azione per il Clima e a quello per l’Energia, in cui si chiedeva di fissare obiettivi vincolanti anche per il 2030 per la produzione di energia da fonti rinnovabili, perché “Un target per l’energia rinnovabile rafforzerà la competitività europea e porterà più crescita e occupazione”.
La posizione contraria a fissare obiettivi vincolanti per le rinnovabili della Gran Bretagna, come hanno già dichiarato anche Polonia e Repubblica Ceca, è diretta conseguenza degli investimenti massicci che verranno effettuati per lo sfruttamento dello shale gas in quei Paesi (solo in Gran Bretagna per il prossimo decennio sono previste 20 nuove centrali a gas) e che verrebbero meno, qualora si dovesse aumentare la produzione dal fonti rinnovabili.

Quale contropartita la Gran Bretagna metterebbe sul “piatto” del pacchetto UE la propria disponibilità alla riduzione del 40% delle emissioni al 2030 rispetto ai livelli del 1990, che potrebbe salire al 50% se altri Paesi fossero altrettanto disponibili a tali ambiziosi obiettivi (evento quanto mai improbabile visto che sono numerosi i Paesi alle prese con gli alti costi della bolletta energetica).

Così, sul tema della riduzione delle emissioni, il 6 gennaio 2014 il Segretario di Governo britannico all’Energia e ai Cambiamenti Climatici, Ed Davey aveva sottoscritto la lettera che i Ministri di Germania, Italia e Francia avevano indirizzato al Commissario Connie Hedegaard e per conoscenza al Presidente e ai Vice-Presidenti della Commissione UE “per sottolineare la comune e ferma convinzione dei nostri Governi affinché la prossima proposta della Commissione per il framework ‘Energia e Clima’ includa obiettivi nazionali di riduzione di almeno il 40% delle emissioni di gas serra”.

L’Associazione degli imprenditori europei BusinessEurope intensificava la sua attività di lobbying  in vista delle decisioni da assumere, inviando l’8 gennaio 2014 una lettera al Presidente della Commissione UE Barroso, a firma di Emma Marcegaglia e di Markus J. Beyer, rispettivamente Presidente e Direttore generale di BusinessEurope, con l’invito esplicito ad abbandonare il triplice obiettivo che “Invece di un reciproco rafforzamento, la loro sovrapposizione causa inefficienze, apporta ulteriori oneri normativi e fa aumentare i costi dell’energia. Il  prezzo dell’elettricità per le industrie è aumentato del 37% nei Paesi membri dell’OCSE tra il 2005 e il 2012, mentre nello stesso periodo negli USA è stato meno del 4%”.

A minare le aspettative delle imprese europee era intervenuta, anche se prevista dopo l’accordo che era intervenuto nello scorso novembre tra l'Europarlamento, la Commissione UE e la Presidenza lituana di turno, la decisione del Comitato UE sui Cambiamenti Climatici, in cui tutti gli Stati membri sono rappresentati, che aveva approvato la proposta di "back-loading" (a breve termine), ovvero di modifica del Regolamento n. 1031/2010 per togliere dal mercato in tre anni (2014-2016) 900 milioni di permessi ETS (Emissions Trading Scheme) con l’obiettivo di rivitalizzare i prezzi della CO2, che negli ultimi mesi erano scesi ai minimi, al di sotto di 5 euro a tonnellata, non in grado quindi di supportare gli investimenti nelle tecnologie meno inquinanti e la trasformazione del sistema energetico, obiettivi principali della misura introdotta con la Direttiva 2003/87/CE, in attuazione del Protocollo di Kyoto, per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nei settori energivori.

Queste quote sottratte alle aste si tradurranno ovviamente in maggiori costi per le imprese che utilizzano le fonti fossili.

Un ulteriore colpo alle richieste delle imprese, è sopraggiunto il 9 gennaio 2014, con il voto delle Commissioni Industria e Ambiente a favore della proposta congiunta di:
- tagliare del 40% le emissioni;
- incrementare al 30% la produzione di energia da fonti rinnovabili;
- portare al 40% l’efficienza energetica.

Anche se questo voto dovrà essere ratificato dal Parlamento, non c’è alcun dubbio che si sta acuendo la frattura tra gli organismi dell’UE, dal momento che la Commissione UE sarebbe favorevole ad introdurre un unico obiettivo vincolante, quello del taglio delle emissioni al 40%, mentre diventerebbe indicativo quello delle rinnovabili compreso tra il 24% e il 27%.

La spaccatura non è solo tra le Istituzioni UE, ma anche all’interno di quelle dei singoli Paesi, come rivela l’ulteriore contrasto nel Governo italiano tra il Ministro dell’Ambiente (pro rinnovabil) e quello dello Sviluppo Economico (a favore di un unico obiettivo).

E non è la prima volta...