L’Agenzia francese ribadisce che i danni alla salute sono a livello di ghiandola mammaria, metabolismo e obesità, disturbi neurologici e comportamentali e, soprattutto, a carico di feto e nascituro.

bisfenolo

Dopo 3 anni di studi, l’ANSES (Agenzia francese per la sicurezza alimentare ed ambientale) ha rilasciato “Parere e relazione sulla valutazione dei rischi del bisfenolo A (BPA) per salute umana e i dati tossicologici sul suo uso”, che conferma gli effetti che l’Agenzia aveva segnalato con il Rapporto preliminare del settembre 2011, a seguito del quale dal dicembre 2012 in Francia vige il bando di produzione, importazione ed esportazione, nonché di immissione sul mercato di prodotti a base di bisfenolo, mentre a livello europeo ne era stato vietato l’impiego nei biberon.

Un Gruppo di ricercatori dell’European Commission Joint Research Centre (JRC), tuttavia, dopo 2 anni di studi e il monitoraggio compiuto su 450 biberon di differenti tipi di plastica acquistati in vari Stati europei, aveva concluso che la decisione di eliminare il policarbonato dai biberon (al momento dell’inizio dello studio non era stato ancora vietato) serviva a ben poco, visto che gli stessi o ancor più gravi problemi erano stati riscontrati in biberon ottenuti con altre plastiche che rilasciavano sostanze non incluse fra quelle che potevano venire a contatto con alimenti (Catherine Simoneau, L. Van den Eede & S. Valzacchi, “Identification and quantification of the migration of chemicals from plastic baby bottles used as substitutes for polycarbonate”, Food Additives & Contaminants: Part A: Chemistry, Analysis, Control, Exposure & Risk Assessment, 28 Nov 2011).

L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) aveva fissato, nel frattempo, una dose giornaliera tollerabile di 0,05 milligrammi per kg. di peso corporeo, riscontrando che l’assunzione di questa sostanza da cibi e bevande per adulti, per neonati e per bambini è ben al di sotto di tale dose. Tuttavia, l’Autorità di Parma aveva dovuto accogliere la richiesta di revisione della sicurezza circa il BPA, tuttora in corso, costituendo nel febbraio 2012 due Gruppi di lavoro: uno sull’esposizione al bisfenolo ed un altro circa aspetti più strettamente tossicologici.

Il Bisfenolo A (BPA) è un composto organico incolore solubile nei solventi organici, ma pochissimo nell’acqua. Seppur la sintesi del bisfenolo risalga al 1891, solo dagli anni ’50 ha cominciato ad essere utilizzato per indurire le plastiche in policarbonato, per la produzione di resine epossidiche e nel rivestimento di contenitori per alimenti e bevande. L’ANSES ha individuato solo in Francia circa 60 settori di attività potenziali utilizzatori della sostanza.

L’Agenzia francese ha sottolineato che il Rapporto è stato effettuato con una metodologia multidisciplinare e con una revisione di tutti gli studi disponibili a livello internazionale, confermando che i rischi principali sono a carico del feto e del nascituro, oltre ad una serie di altri danni alla salute a livello di ghiandola mammaria, metabolismo e obesità, disturbi neurologici e comportamentali. Per la prima volta, inoltre, è stata effettuata una stima dell’esposizione alimentare al BPA, ma anche per inalazione ambientale e per via cutanea (a contatto con i prodotti), con il cibo che è responsabile di oltre l’80% dell’esposizione della popolazione, soprattutto gli alimenti conservati in lattina (50% dell’esposizione totale), non tralasciando neppure l’acqua distribuita in bottiglie di policarbonato.

A corredo dello Studio sono stati diffusi altri 3 documenti relativi a:

- possibili alternative al BPA;

- pericoli relativi alle sostanze alternative appartenenti alla stessa classe di sostanze del bisfenolo;

- incertezze che circondano gli interferenti endocrini.

Le preoccupazioni riguardo ai possibili effetti nocivi degli interferenti endocrini, definiti dall’OMS “sostanze o miscele esogene che alterano la funzione o le funzioni del sistema endocrino, causando effetti avversi sulla salute di un organismo integro o della sua progenie o delle (sotto) popolazioni”, sono aumentate negli ultimi anni, a causa di fenomeni osservati negli esseri umani e nella fauna selvatica. Tuttavia, la base scientifica che collega tutte queste tendenze agli interferenti endocrini (al contrario di altri fattori, quali i cambiamenti dello stile di vita) non è stata chiaramente dimostrata.

Proprio lo scorso mese di marzo, l’EFSA, su richiesta avanzata nel 2012 della Commissione europea, ha pubblicato un parere che chiarisce i criteri scientifici per identificare un interferente endocrino: “Scientific Opinion on the hazard assessment of endocrine disruptors: Scientific criteria for identification of endocrine disruptors and appropriateness of existing test methods for assessing effects mediated by these substances on human health and the environment”.

Secondo l’Autorità, il rischio che l’interferente endocrino possa causare danni che determinano a loro volta effetti avversi sugli esseri umani e sugli animali, secondo l’Autorità, dipende dal grado (dose), dalla durata e dalla tempistica di esposizione a tale pericolo per l’uomo o per gli animali. 
L’EFSA raccomanda, pertanto, di affiancare ai test di identificazione un’analisi della probabilità di esposizione alle sostanze, allo scopo di utilizzare al meglio tutte le informazioni per regolamentarne l’impiego.