Land grabbing e sicurezza alimentare

Land grabbing e sicurezza alimentare

La crisi umanitaria nel Corno d’Africa non frena l’accaparramento di terra

land grabbing

“Quid faciant leges, ubi sola pecunia regnat, 
aut ubi paupertas vincere nulla potest?” 

Che possono le leggi, là dove solo il denaro ha il potere,
o dove la povertà non ha mezzi per vincere?

(Petronio, Satyricon, Cap XIV)

La peggiore siccità degli ultimi 60 anni che ha colpito il Corno d’Africa, si è trasformata in una vera e propria emergenza umanitaria. Sono circa 12 milioni gli africani di Somalia, Kenya, Etiopia, Gibuti in “condizioni critiche”, come ha stimato l’UNICEF, in un’area dove il livello di malnutrizione è superiore al 50% dell’intera popolazione.
Se in Somalia la situazione è resa ancora più drammatica dalla crisi politico-istituzionale del Paese, dalla corruzione che impedisce un’equa distribuzione degli aiuti e dalle incursioni dei ribelli delle milizie islamiche, il problema è aggravato in Etiopia dalla vendita di terre coltivabili a multinazionali occidentali, molte delle quali le utilizzano per produrre agrocarburanti per le cosiddette “auto verdi”.
L’Etiopia, uno dei Paesi più poveri dell’Africa, è, infatti, quello in cui l’accaparramento di terreni a prezzi o affitti stracciati da parte di investitori privati procede più celermente, nonostante contadini e pastori abbiano diritti di utilizzo sui terreni che coltivano o su cui pascolano le loro greggi. Ufficialmente, la proprietà della terra è dello Stato, così sulla base del Piano quinquennale di Crescita e Trasformazione, varato dal Governo etiope con l’intento di attrarre investimenti stranieri che dovrebbero creare posti di lavoro e ammodernare le infrastrutture agricole, oltre 3 milioni di ettari, considerati dal Governo di Addis Abeba incolti o insufficientemente sfruttati, sono stati ceduti a società straniere. Più di un terzo di queste terre, però, si trova nella Provincia di Gambella, una regione con scarsa densità di popolazione, ma ricca di acque, essendo solcata dal fiume Baro e dal suo affluente Jajjaba. Solo negli ultimi tre anni su quei terreni si sono buttate 896 aziende europee, dei Paesi del Golfo, ma anche indiane, cinesi e pakistane.

Una di queste, l’indiana Karaturi Agro Products ha avuto in affitto 100.000 ha per dar vita ad un grande progetto agricolo che dovrebbe sostenere lo sviluppo della piccola agricoltura locale. Una corrispondenza dalla regione dell’Agenzia Umanitaria dell’ONU, IRIN riporta le dichiarazioni di un pastore che è stato “villaggizzato”, dopo che le terre ai margini del fiume Baro su cui pascolava il suo gregge sono ora sfruttate dalla Karaturi, e che adesso deve fare parecchie ore di cammino per poter raggiungere altri pascoli.
“Non c’è stato detto che la nostra terra sarebbe stata data ad investitori stranieri - ha affermato Ujulu che ha 7 figli da mantenere - Quello che so è che il Governo ci ha promesso nuove scuole per i nostri figli, centri sanitari e acqua potabile, se vogliamo essere inclusi nel programma di villaggizzazione. Questo è il motivo per cui sono venuto in questo villaggio tre mesi fa”.
L’articolo 40, comma 5 della Costituzione etiope recita che le comunità pastorali hanno diritto ad un terreno libero per il pascolo e la coltivazione, nonché il diritto di non essere sradicati dalle loro terre.

“La nostra terra è stata presa illegalmente - ha dichiarato ad IRIN, un altro contadino villaggizzato - Anche se il terreno non era utilizzato per scopi agricoli, era pascolo per il nostro bestiame. Ora abbiamo scarsità di pascoli. Non sappiamo cosa ci accadrà in futuro”.
Il Governo etiope e gli investitori stranieri controbattono alle accuse asserendo che i pastori non sono stati sfrattati dai campi né che sia stato loro impedito l’accesso al fiume, ma l’Agenzia ONU riferisce che nelle aree date in concessione “vivono comunità pastorali che si spostano da un luogo all’altro, perciò i servizi come acqua, sanità e scuola devono seguire i loro movimenti. In caso contrario ci sarà degrado dei suoli e impoverimento delle risorse”.

Secondo la Banca Mondiale in Africa, dove la terra ha i prezzi più bassi del mondo, sarebbero stati svenduti o dati in affitto per decenni almeno 35 milioni di ha, tuttavia non è facile stimare le dimensioni del fenomeno perché governi e imprenditori stranieri non sono disponibili a fornire informazioni sulle trattative e sugli accordi intercorsi.
Certo è che dai dati che la FAO ha fornito, il land grabbing (efficace neologismo inglese con cui si connota come “furto di terra” questa umana tragedia) è in crescita esponenziale, soprattutto in Africa.
Olivier de Schutter, Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite (l’Art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stabilisce che ogni individuo e ogni comunità hanno il diritto di entrare in possesso delle risorse e dei mezzi necessari a produrre o a procurarsi cibo in quantità adeguata alla sussistenza e ogni Stato deve garantire che questo avvenga) che ha recentemente compiuto nel mese di luglio una missione in Africa per valutare di persona la situazione nel Continente, nel Rapporto “Large-scale land acquisitions and leases: a set of minimum principles and measures to address the human rights challenge”, presentato alla 33a Sessione del Consiglio sui Diritti Umani dell’ONU, ha trovato ben 389 acquisizioni su larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi. Di queste solo il 37% dei cosiddetti progetti di investimento mirano a produrre cibo, mentre il 35% è destinato ad agro-carburanti e 19.5 milioni di ha di terra agricola si trasformano ogni anno in aree industriali e immobiliari.

Soprattutto la quantità di terre prese in Africa per soddisfare la domanda crescente dei Paesi ricchi per i biocarburanti è sottovalutata e fuori controllo, secondo il Rapporto di Friends of the Earth, presentato il 30 agosto 2010 : “Africa: Up for Grabs”. La ricerca che ha preso in esame 11 Paesi africani ha evidenziato che 5 milioni di ettari sono stati acquistati da società straniere per la produzione di biocarburanti, che le foreste e la vegetazione spontanea sono state cancellate, che gli agro carburanti sono in competizione con le colture alimentari, con conseguenti scarse garanzie per i diritti delle comunità locali.
“L’espansione dei biocarburanti nel nostro Continente sta trasformando i territori in coltivazioni energetiche, sottraendo alle comunità terreni agricolo- alimentari e creando conflitti con le popolazioni locali sulla proprietà della terra - ha affermato Mariann Bassey, Coordinatore per Azione per i Diritti Ambientali di Friends of Earth- Nigeria - Noi vogliamo investimenti reali per l’agricoltura che ci permetta di produrre cibo non già carburante per le auto straniere”.

Il fenomeno di accaparramento di terre coltivabili che possono essere acquistate da qualche parte del Pianeta ha conosciuto un’accelerazione alla fine del 2008, quando la crisi alimentare globale ha generato preoccupazione per le forniture in Paesi che consumano più cibo di quanto ne producono.
Al fine di rafforzare la loro sicurezza alimentare, i Paesi dipendenti dalle importazioni hanno cominciato ad acquistare ettari di terreni agricoli nei Paesi più poveri. Nonostante la retorica del “win-win” ovvero che gli investimenti in tale Paesi sono opportunità di sviluppo convenienti sia per i Governi locali che per le imprese private, c’è il rischio concreto per i Paesi ospitanti, soprattutto per quelli politicamente più deboli e più insicuri da un punto di vista alimentare, di perdere il controllo sulle proprie forniture di cibo, quando ne avranno maggior bisogno.
Se n’è accorta l’Argentina, dove il 7% dei terreni produttivi agricoli è già di proprietà straniera e il cui Governo ha presentato una proposta di legge per imporre restrizioni sulla proprietà di terreni arabili e coltivabili da parte di investitori stranieri: “Il controllo della terra - ha affermato il Presidente Cristina Fernández de Kirchner - è un tema fondamentale e di importanza strategica per il XXI secolo”.

In nome della sicurezza alimentare, la produzione mondiale di cibo e la relativa catena distributiva potrebbero finire nelle mani di poche aziende agro-alimentari internazionali con legami con i fondi speculativi (hedge fund). Con una domanda crescente di derrate alimentari e una offerta che non riesce a soddisfarne appieno le richieste, gli investimenti in terreni agricoli sono tra i più sicuri e remunerativi perché, come affermava Mark Twain, “non ne fabbricano più”.
Così, dopo aver causato la bolla immobiliare, trasformando i terreni agricoli in aree fabbricabili, ora le società finanziarie si rituffano sull’acquisto dei terreni per scopi agro-alimentare, dal momento che il settore offre un sicuro e rapido ritorno economico.

Pensare che tale fenomeno interessi solo le comunità locali e gli abitanti delle foreste dei Paesi in via di sviluppo con Governi poco democratici sarebbe un tragico errore. Gli attacchi speculativi degli investitori internazionali, anche tramite le agenzie di rating con essi coinvolte, sottendono ad un’unica logica: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Pertanto, anche gli Stati democratici potrebbero rischiare una propria insicurezza e le varie forme di stato sociale messe in atto nei Stati più democratici potrebbero essere sottoposte a “giudizi negativi”, se quelle politiche fossero contrarie ai loro interessi.


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