La terra promessa? Basta volerla!

La terra promessa? Basta volerla!

Il dibattito sugli effetti ambientali dell’estrazione del gas naturale con la tecnica della fratturazione idraulica conquista pure il grande schermo.

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Le implicazioni sociali ed ambientali relative all’estrazione di gas naturale con la discussa tecnica del fracking degli scisti e delle argille bituminose è al centro del dibattito internazionale e il Cinema, quale specchio della contemporaneità, non poteva esimersi dal trattare l’argomento. Tanto più in America, dove un sistema economico fortemente liberista ha dapprima creato un fabbisogno energetico imponente dovuto alla spinta nel consumo (con effetti negativi dal punto di vista del debito pubblico e privato), per poi esigere un tributo nazionale (sotto forma di facilitazioni e liberalizzazioni alle introspezioni ed indagini geologiche a scopo estrattivo) a soddisfazione della domanda stessa.
Il tutto, in un contesto sociale che, in pochi anni ha visto cresce la forbice fra ricchezza concentrata nelle mani di pochi e diffuso disagio, appannaggio della maggioranza.

Di questo, e di molto altro ancora, tratta un film attualmente in circuitazione nelle Sale del Paese: Promised Land, di Gus Van Sant, recentemente premiato con la Menzione Speciale della Giuria Internazionale al 63° Festival del Cinema di Berlino.
L’ossatura della narrazione è molto semplice e ricalca perfettamente quell’idea di fabula sottesa al cinema classico ed alla schematizzazione teorizzata da Vladimir Propp: Steve Butler (Matt Damon), responsabile commerciale per una multinazionale del gas, arriva in una cittadina rurale della Pennysilvania per far messe di contratti di sfruttamento ai danni dei contadini della zona duramente provati dalla crisi economica. Nell’affare lo aiuta la collega Sue Thomason (Frances McDormand). Ma gli abitanti della zona sono più cocciuti del previsto, grazie all’impegno di un professore in pensione (Hal Holbrook) e di un intrigante ecologista (John Krasinski).

Il regista di “Elephant”; “Paranoid Park”; “Milk”, “Will Hunting”, non nuovo ad affrontare tematiche scomode dall’angolazione del sociale, dopo essere subentrato in extremis alla regia a seguito della rinuncia dello stesso Matt Damon (anche produttore e coautore della sceneggiatura insieme al coprotagonista John Krasinski e all’autore del soggetto, Dave Eggers), sceglie un tono dolente da ballata country, ma non si nega il gusto di qualche frecciatina velenosa all’ambigua posizione scelta sull’argomento dall’amministrazione Obama (Cfr: http://www.regionieambiente.it/clima/cambiamenti-climatici/613-obama-dopo-il-fiscal-il-climate-cliff.html). Significativa, in questo senso, l’inquadratura “presidenziale” (primo piano, angolazione dal basso, sfondo totalmente occupato dalla bandiera americana sfocata) riservata al protagonista nella scena del fervorino pro-estrazione, vieppiù sottolineata da un suggestivo commento sonoro. Ancor più significativa, nel rapporto di relazione, la situazione analoga nel finale del film.
Dal punto di vista del linguaggio, si sottolinea positivamente l’uso evocativo dei campi lunghi e dei plongé ad esplicitare, da un lato, la presenza di un narratore onniscente, dall’altro, a suggerire l’immagine di una terra parcellizzata sulla quale insistono precise geometrie e schemi visibili solo dall’alto.
Niente è come sembra, in questo ritratto dolce-amaro della provincia americana, apparentemente sospesa nel tempo eppure al centro di profondi mutamenti istituzionali e politici e la facilità con la quale si mascherano verità e si addolciscono menzogne – sembra dirci il regista - soggiace allo stesso imperante relativismo contemporaneo dove si annullano i confini, le ideologie si confondono, le stesse prese di posizione nascondono zone d’ombra o percorsi obbligati.
E tuttavia, la redenzione è ancora possibile se, come il personaggio principale, ci si fa carico di maturare in consapevolezza, rivedendo gli stessi parametri che fino ad oggi ci hanno fatto considerare insindacabile l’equazione soldi = benessere.

Neanche tanto curioso il fatto che, mentre in Europa (dove tutt’ora il dibattito sul fracking è acceso e la stessa Commissione UE ha avviato una consultazione pubblica sull’argomento) il film sia stato accolto con un certo entusiasmo, in patria il pubblico non ha gradito molto il ritratto di un Paese lacerato, continuamente sotto ricatto ed impossibilitato a scegliere sul proprio futuro.
Attenzione all’inquadratura finale, però. Quel suo andare verso l’alto a scoprire una visione totale della cittadina luogo della vicenda circoscrive e riconduce la narrazione, da un lato, nel territorio della finzione, dall’altro, espande la riflessione al concetto che non si è mai troppo piccoli per avere il potere di cambiare le cose.


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