Manovre lobbistiche in vista della revisione della Direttiva 2008/50/CE.

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Le reazioni alla pubblicazione del Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) “La qualità dell’aria in Europa” (cfr: L'Italia ha la qualità dell'aria peggiore dell'UE) non si sono fatte attendere.

“Se fossimo seri sul problema della salute, dovremmo applicare gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, ha dichiarato Anne Stauffer, vice Direttore di Health and Environment Alliance, con sede a Bruxelles, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo. Il riferimento è al contenuto del Rapporto in cui si evidenzia che 1/3 degli abitanti delle città europee respira aria più sporca di quanto la legge consenta, ma il bilancio salirebbe ad oltre l’80% se fossero applicate le raccomandazioni dell’OMS.

“Noi sappiamo e vediamo che l’inquinamento atmosferico continua ad essere un grave problema per la salute delle persone e per le nostre economie - ha proseguito la Stuffer - per questo riteniamo che i Deputati europei debbano rafforzare le linee guida, respingendo i tentativi di indebolirle”.

Tale invito trova terreno fertile nel Parlamento UE che, nel tentativo di ridurre ulteriormente gli inquinanti, ha recentemente approvato una legge per abbattere i livelli di zolfo nei carburanti utilizzati nei trasporti, una mossa giudicata importante per prevenire migliaia di morti premature, soprattutto nelle aree urbane. Tuttavia, quello delle associazioni ambientaliste è sembrato un atteggiamento di preoccupazione per un probabile tentativo delle lobby di voler addirittura ridurre i target dell’attuale legislazione sulla qualità dell’aria, in vista dell’annunciata revisione entro il prossimo anno della Direttiva sulla qualità dell’aria da parte della Commissione UE e nonostante il 2013 sia stato proclamato “Anno Europeo dell’Aria”. Non casualmente, i Governi regionali di 7 Paesi europei che contengono 12 delle più note e ricche regioni industriali (per l’Italia, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna, che hanno promosso l’iniziativa) che insieme rappresentano il 22% del PIL e il 18% della popolazione dell’UE, si sono riuniti di recente a Bruxelles per mettere un freno agli sforzi per ridurre l'inquinamento e sollecitare la Commissione europea a rendere più flessibile la normativa sulla qualità dell’aria, negando però che l’obiettivo sia quello di ridurre gli standard europei di qualità dell’aria, bensì di voler definire piani di cooperazione per la riduzione dell'inquinamento.

“Vogliamo semplicemente che la revisione della direttiva modificata sia più flessibile in termini di riconoscimento delle caratteristiche specifiche di alcuni territori dell'Unione europea e di riconoscere gli sforzi compiuti dalle autorità regionali per cercare di equilibrare sviluppo e sostenibilità”, ha dichiarato Remo Tavernari, responsabile Ambiente, Energia e Sicurezza territoriale dell’Ufficio di Bruxelles della Regione Emilia-Romagna, promotrice.

Oltre alle regioni padane italiane hanno intrapreso l’iniziativa Baden-Württemberg, Assia e Renania settentrionale-Westfalia (Germania), Catalogna (Spagna), Randstad (Paesi Bassi), Fiandre (Belgio), Steiermark (Austria) e Greater London (Regno Unito).

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Concentrazioni medie di PM10 nel 2010 (fonte: EEA)

L'esecutivo UE ha già dato dimostrazione flessibilità concedendo proroghe per mettersi in regola, ma quando se ne chiedono per 80 zone situate in 17 regioni e province autonome, come ha fatto l’Italia, è difficile che possano essere tutte accolte. Sono ben 20 i Paesi membri nei confronti dei quali sono state avviate da parte della Commissione UE procedure di infrazione, e multe o altre sanzioni potrebbero anche riguardare i Governi locali a seconda della struttura federale dei Paesi.

Non c’è dubbio che rispettare le regole sull’inquinamento dell’aria presuppone scelte politiche strutturali che non si vuol prendere con la scusa che i costi potrebbero mettere il freno alla crescita economica. Ma se nonostante il rallentamento economico in gran parte dell'Europa, gli studi hanno dimostrato che i livelli di alcuni inquinanti - tra cui l'ossido di azoto (NO2), l'ozono e le polveri fini - sono in aumento dopo un decennio di declino, non ci pare che la salvaguardia della salute possa pregiudicare lo sviluppo economico; viceversa sarebbero enormi i risparmi per le casse dello Stato, derivanti da una miglior qualità della vita dei suoi cittadini.