Rapporto UNEP indica il percorso degli investimenti sulla strada di Rio +20

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Nel corso del Forum Mondiale dei Ministri dell’Ambiente di Nairobi (21- 24 febbraio 2011), il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) ha presentato il Rapporto “Verso una green economy: percorsi per lo sviluppo sostenibile e lo sradicamento della povertà” (Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication).

In realtà, i percorsi che il voluminoso Rapporto (più di 600 pagine, ma è disponibile una Sintesi di 52 pagine per i Policy makers) propone per conseguire l’obiettivo sono almeno dieci per i quali necessitano risorse per circa mille miliardi di euro all’anno: “Investire il 2% del PIL mondiale in dieci settori chiave può avviare una transizione verso un basso tenore di carbonio, un uso efficiente delle risorse - vi si legge - La somma, attualmente pari ad una media di circa 1.300 miliardi dollari l’anno e sostenuta da lungimiranti politiche nazionali e internazionali, potrebbe far crescere l’economia globale quasi allo stesso tasso, se non superiore, a quello previsto, secondo gli attuali modelli economici, ma senza un aumento dei rischi, degli shock, delle carestie e delle crisi sempre più in crescita, conseguenti all’attuale grigia economia, dall’alto livello di carbonio, e responsabile della riduzione delle risorse”. Come tale, viene contestato complessivamente il mito di uno scambio tra investimenti in campo ambientale e la crescita economica, indicando viceversa che sussiste attualmente una “cattiva allocazione lorda di capitale”.

Il Rapporto vede un’Economia Verde non solo come un aspetto rilevante per le economie più sviluppate, ma come un catalizzatore fondamentale per la crescita e lo sradicamento della povertà nelle economie in via di sviluppo, dove in alcuni casi quasi il 90% del PIL dei poveri è legato alla natura o al capitale naturale, come foreste e acque dolci.
Il Rapporto cita l’India, dove il Fondo Nazionale di garanzia per l’impiego rurale, che assicura almeno 100 giorni di lavoro retribuito per le famiglie rurali, ha investito oltre l’80% per cento degli 8.000 milioni di dollari per la conservazione dell’acqua, l’irrigazione e lo sviluppo rurale, generando 3.000 miliardi di giorni lavorativi di cui hanno beneficiato quasi 60 milioni di famiglie. Il 2% del PIL combinato viene perduto attualmente da Cambogia, Indonesia, Filippine e Vietnam a causa di malattie trasmesse dall’acqua per effetto di inadeguate strutture igienico-sanitarie.
Con politiche in grado di riorientare lo 0,1% annuo del PIL mondiale si potrebbe contribuire non solo a risolvere la sfida della depurazione, ma a conservare l’acqua, riducendone la domanda di un quinto entro il 2050 rispetto ai trend previsti.
Il Rapporto ha modellizzato i risultati delle politiche che potrebbero re-indirizzare circa 1.300 miliardi di dollari l’anno in investimenti “verdi” tra dieci settori chiave (somma equivalente a meno del 2% del PIL mondiale, meno di un decimo degli investimenti totali annui in capitale fisico).

Attualmente, il mondo spende tra l’1 e il 2% del PIL mondiale su una serie di sussidi che spesso perpetuano un uso non sostenibile delle risorse in settori come i combustibili fossili, l’agricoltura, comprese le sovvenzioni per i pesticidi, l’acqua e la pesca, molti dei quali stanno contribuendo a danni ambientali e ad inefficienze dell’economia globale, mentre la loro graduale riduzione ed eliminazione produrrebbero molteplici benefici, liberando risorse per finanziare una transizione verso la Green Economy.

Redditi e occupazione
Oltre a una maggiore crescita, una transizione globale verso un’economia verde permetterebbe non solo di aumentare i redditi pro capite più di quanto avverrebbe con gli attuali modelli economici, riducendo l’impronta ecologica di circa il 50% per cento nel 2050. Si riconosce, tuttavia, che nel breve termine, le perdite di posti di lavoro in alcuni settori, quali la pesca, sono inevitabili se si vuole una transizione verso la sostenibilità. Per garantire una transizione equa e socialmente accettabile, sarà necessario investire, in alcuni casi, attraverso la riallocazione di quanto si recupera dalla riduzione delle sovvenzioni dannose, nella forza lavoro globale.
Il Rapporto mostra che nel corso del tempo il numero di “nuovi posti di lavoro creati e decenti” in settori che vanno dalle energie rinnovabili ad un’agricoltura più sostenibile, sarà però compensato da quelli persi dalla precedente “economia grigia”.
Ad esempio, investendo circa l’1,25% del PIL mondiale ogni anno in termini di efficienza energetica e nelle energie rinnovabili, si potrebbe ridurre la domanda globale di energia primaria del 9% al 2020 e di circa il 40/% al 2050. I livelli di occupazione nel settore dell’energia sarebbero superiori di un quinto rispetto allo scenario business as usual, dal momento che le energie rinnovabili costituiranno circa il 30% della domanda globale di energia primaria entro la metà del secolo. In uno scenario di Green Economy, il risparmio di capitale e dei costi per il combustibile nella produzione di energia sarebbe in media di circa 760 miliardi dollari l’anno tra il 2010 e il 2050.

Il Rapporto “Verso una green economy: percorsi per lo sviluppo sostenibile e lo sradicamento della povertà”, evidenzia anche le enormi opportunità offerte dal disaccoppiamento della produzione di rifiuti dalla crescita del PIL, incluso il recupero e il riciclaggio, facendo l’esempio della Repubblica di Corea che, attraverso una politica di responsabilità estesa al produttore, ha applicato regolamentazioni su alcuni prodotti, dalle batterie ai pneumatici, all’imballaggio come il vetro e la carta, incrementando del 14% i tassi di riciclaggio e un beneficio economico di 1,6 miliardi dollari.
Anche il riciclaggio del Brasile ha generato già un guadagno di 2 miliardi di dollari l’anno, evitando 10 milioni tonnellate di emissioni di gas a effetto serra: un’economia pienamente riciclatrice in questi Paesi produrrebbe benefici pari allo 0,3% del PIL. Il Rapporto, redatto dall’UNEP, in collaborazione con economisti e esperti di tutto il mondo, incrocia e sostiene gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, tra cui si propone di dimezzare la percentuale di persone che soffrono la fame e quella di coloro che non hanno accesso ad acqua potabile sicura. Abbattere le emissioni di gas a effetto serra ai livelli molto più sicuri di 450 parti per milione entro il 2050 è un altro obiettivo generale.

La relazione è una sezione di un più grande studio macro-economico finalizzato ad accelerare lo sviluppo sostenibile e costituisce una parte del contributo dell’UNEP alla preparazione della Conferenza di Rio +20 in programma in Brasile il prossimo anno. “Il mondo è di nuovo sulla strada per Rio, ma in un mondo molto diverso da quello del Summit di Rio del 1992 - ha dichiarato alla presentazione del Rapporto Achim Steiner, Sotto-Segretario Generale delle Nazioni Unite Generale e Direttore Esecutivo dell’UNEP - Rio 2012 nasce in un contesto di rapida diminuzione delle risorse naturali e l’accelerazione del cambiamento ambientale, dalla perdita delle barriere coralline e delle foreste fino alla crescente scarsità di terreno produttivo, dalla urgente necessità di nutrire le popolazioni alle esigenze energetiche delle economie e ai probabili impatti di incontrollabili cambiamenti climatici”.

“La Green Economy, come documentato ed illustrato nella relazione dell’UNEP, offre una valutazione mirata e pragmatica di come i Paesi, le comunità e imprese abbiano iniziato a fare una transizione verso un modello più sostenibile di consumo e produzione. Radicato nei principi della sostenibilità concordati a Rio nel 1992, il Report riconosce che i segnali fondamentali di guida delle nostre economie devono evolvere in termini di politiche pubbliche e di risposte del mercato - ha proseguito Steiner - Dobbiamo andare oltre le polarizzazioni del passato, come sviluppo contro ambiente, stato contro mercato, Nord contro Sud. Con 2,5 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno e con più di 2 miliardi di persone che si aggiungeranno alla popolazione mondiale entro il 2050, è chiaro che dobbiamo continuare a sviluppare e far crescere le nostre economie.
Ma questo sviluppo non può andare a scapito degli ecosistemi, molti dei quali sostengono la vita sulla terra, negli oceani o nell’atmosfera, che permette alle nostre economie e, quindi, a tutti noi di esistere”. “L’economia verde costituisce una parte fondamentale della risposta di come mantenere l’impronta ecologica dell’umanità all’interno dei confini planetari - ha concluso Steiner - Essa mira a collegare gli imperativi ambientali per cambiare il corso dei risultati economici e sociali, in particolare in termini di sviluppo economico, occupazione ed equità”.

Al Consiglio Ambiente di Nairobi è intervenuto anche Pavan Sukhdev, Dirigente della Deutsche Bank e a capo della Green Economy Initiative dell’UNEP, nonché Coordinatore del Progetto TEEB, acronimo di “The Economics of Ecosystems & Biodiversity”, del quale ci siamo interessati più volte su questa rivista, per ultimo in occasione della presentazione, nel corso della Conferenza della Convenzione sulla Diversità Biologica di Nagoya (18-29 ottobre 2010), del documento conclusivo (cfr: “Mettere al centro l’economia della natura”, in Regioni&Ambiente, n. 11 novembre 2010, pagg. 51-53).
“I governi hanno un ruolo centrale nel cambiare le leggi e le politiche, e di investire denaro pubblico nella ricchezza pubblica per compiere la transizione possibile, facendo in modo di indirizzare le migliaia di miliardi di dollari di capitale privato a favore dell’economia verde - ha osservato Sukhdev - Inadeguate allocazioni di capitale sono al centro degli attuali dilemmi del mondo e ci sono azioni veloci che possono essere intraprese a partire letteralmente da oggi: dalla progressiva diminuzione ed eliminazione di oltre 600 miliardi di dollari di sovvenzioni pubbliche per combustibili fossili al ri-orientamento di più di 20 miliardi dollari di sovvenzioni perverse che premiano coloro che svolgono attività di pesca non sostenibile”.
“L’economia verde non deve esser percepita come un blocco della crescita e della prosperità, ma riconiugazione a ciò che costituisce la vera ricchezza, reinvestendo nel capitale naturale, anziché sfruttarlo, e favorendo i tanti piuttosto che i pochi - ha concluso Sukhdev - Si tratta anche di costituire una economia globale che riconosca la responsabilità intergenerazionale delle nazioni per consegnare un pianeta sano, produttivo e ben funzionante ai giovani di oggi e a coloro che devono ancora nascere”.
Di seguito riportiamo i principali argomenti su alcuni dei settori chiave per il funzionamento di un’economia verde.

Agricoltura
L’economia verde dovrebbe investirvi da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno fino al 2050, affinché si possa alimentare 9 miliardi di persone, promuovendo nel contempo una migliore gestione della fertilità dei suoli, l’uso sostenibile delle acque e il miglioramento della gestione biologica delle piante. Alcuni scenari indicano un aumento dei rendimenti a livello mondiale per le principali colture pari al 10% sulla base delle strategie di investimento da attuare, che equivarrebbe. ad aumentare e mantenere i livelli di nutrizione a 2.800-3.000 chilocalorie per persona entro il 2030. Le perdite alimentari a livello globale si stanno traducendo in 2.600 chilocalorie per persona al giorno, di conseguenza, una transizione verso un’economia verde deve affrontare queste sfide, che si collegano a vari settori interessati.

Edifici
Il settore edile è il maggior emettitore globale di gas a effetto serra, con oltre 1/3 del consumo finale di energia che deriva da uffici e case. Il settore dell’edilizia è anche responsabile di oltre un 1/3 del consumo globale di risorse materiali, tra cui 12% di tutto il consumo d’acqua dolce. Sulla base di uno scenario dell’IPCC, l’impronta climatica del settore edilizio sarebbe destinata a raddoppiare, raggiungendo quasi i 15,6 miliardi di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio entro il 2030, ovvero il 30% delle emissioni totali di CO2 da origine energetica. Viceversa negli scenari della Green Economy, l’applicazione delle tecnologie esistenti e la crescita di disponibilità di energia rinnovabile potrebbero ridurre drasticamente le emissioni con un risparmio pari a 35 dollari per tonnellata di CO2. Con le buone politiche di governo nel settore delle costruzioni, sarebbe possibile entro il 2050, inoltre, un risparmio energetico mondiale di circa un terzo, con un investimento annuale da 300 a 1.000 miliardi di dollari.

Pesca
Le sovvenzioni stimate in circa 27 miliardi di dollari all’anno hanno generato un eccesso di pesca due volte superiore rispetto alle capacità dei pesci di riprodursi. Nel Rapporto si suggerisce di investire nel rafforzamento gestionale della pesca, compresa l’istituzione delle Aree Marine Protette e la disattivazione e la riduzione della flottiglia, nonché nella riqualificazione professionale in altri mestieri, in modo di ricostruire le risorse ittiche del Pianeta. Un tale investimento sostenuto da misure politiche si tradurrà in un aumento delle catture, dagli attuali 80 milioni di tonnellate a 90 milioni di tonnellate nel 2050, anche se da oggi al 2020 ci sarebbe inizialmente un calo. Il valore attuale dei vantaggi delle prestazioni per rendere ecologico il settore della pesca è stimato da tre a cinque volte gli investimenti necessari. Le perdite di occupazione nella breve- medio termine potrebbero essere ridotte, mettendo a fuoco tagli sulle capacità delle flotte di pesca industriale piuttosto che su quelle di piccoli pescatori artigianali. Le offerte di lavoro nel settore della pesca dovrebbero tornare a crescere entro il 2050, una volta che si saranno ricostituiti gli stock.

Forestazione
Le foreste generano beni e servizi che supportano i mezzi di sussistenza economica di oltre un miliardo di persone, riciclano sostanze nutrienti vitali per l’agricoltura ed ospitano l’80% delle specie terrestri. La deforestazione rappresenta attualmente quasi il 20% cento delle emissioni mondiali di gas serra. Ridurre la deforestazione può quindi essere un buon investimento: si stima che i vantaggi in termini di regolazione del clima del dimezzamento della deforestazione globale siano tre volte superiori ai costi. Il Rapporto prende in considerazione un contributo di 15 miliardi di dollari l’anno (lo 0,03% del PIL mondiale) per la sostenibilità del settore, incluso l’aumento degli investimenti per il Programma di Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado Forestale (REDD). Tali investimenti potrebbero anche rafforzare i meccanismi di mercato, compreso il legno certificato e la certificazione dei prodotti di foresta pluviale, il pagamento per i servizi ecosistemici e le partnership con le comunità locali. Nel periodo tra il 2011 e il 2050, gli investimenti per 15 miliardi di dollari all’anno (lo 0,03% del PIL), aumenterebbe il valore aggiunto del settore forestale di oltre il 20%, rispetto al business as usual. La relazione suggerisce che una transizione verso l’economia verde potrebbe far aumentare la superficie forestale (attualmente di circa 4 miliardi di ettari) di oltre il 3% nel 2020, dell’8% entro il 2030 e più del 20% entro il 2050, rispetto al business as usual. La rapida implementazione di tali raccomandazioni potrebbe dare un contributo fondamentale al 2011, designato dall’ONU quale Anno Internazionale delle Foreste.

Trasporto
I costi ambientali e sociali dei trasporti, in termini di inquinamento atmosferico, di incidenti stradali e di congestione del traffico, costano attualmente circa il 10% del PIL di una regione o di un Paese. Per rendere più ecologico il settore dei trasporti occorrono politiche che incoraggino lo spostamento con i mezzi pubblici e non motorizzati e che incrementino l’efficienza dei carburanti e i veicoli più puliti. In Europa, l’analisi indica che i benefici economici regionali degli investimenti nei trasporti pubblici hanno reso più del doppio dei loro costi. La riduzione del tenore di zolfo dei combustibili per i trasporti nell’Africa subsahariana potrebbe far risparmiare fino a quasi 1 miliardo di dollari all’anno di costi sanitari e correlati. Investire lo 0,34% del PIL mondiale annuo fino al 2050 nel settore dei trasporti potrebbe ridurre il consumo di petrolio dell’80%, aumentando l’occupazione del 6% rispetto al business as usual, soprattutto per l’espansione dei trasporti pubblici.

Rifiuti
Al 2050, il mondo rischia di produrre oltre 13 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani e di altro tipo: attualmente solo il 25% di tutti i rifiuti vengono recuperati o riciclati. Un investimento di 108 miliardi dollari all’anno nel “rinverdire” il settore dei rifiuti potrebbe portare al totale riciclaggio dei rifiuti elettronici, rispetto al 15% del livello attuale, ed incentivare il riciclaggio dei rifiuti, triplicandolo entro il 2050 rispetto ad ora, riducendo così dell’85% i conferimenti in discarica, rispetto agli attuali modelli. Tra il 20% e il 30% delle emissioni di gas serra legati alla produzione di gas metano potrebbe essere ridotto entro il 2030 con i relativi risparmi finanziari. La prevenzione e la gestione dei rifiuti rimane una sfida fondamentale per l’industria manifatturiera: approcci come la rigenerazione e la riprogettazione dei prodotti e dei processi possono svolgere un ruolo nella riduzione dei rifiuti e dell’uso di risorse. Altrettanto importante è il prolungamento del 10% della vita di tutti i prodotti, che si tradurrebbe in un egual percentuale di riduzione delle risorse estratte. Il riciclaggio dei rifiuti residuali in calore attraverso la cogenerazione che combina calore ed energia (CHP) rappresenta un elevato potenziale di uso più efficiente di energia. L’industria della cellulosa e della carta possiede impianti di cogenerazione che consentono risparmi di oltre il 30% di consumo di energia primaria.