Dal Rapporto UNDP 2013 sullo Sviluppo Umano la conferma che l’Italia in termini relativi retrocede e l’Indice corretto evidenzia la crescita delle disuguaglianze.

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C’è un aspetto del Rapporto sullo Sviluppo Umano 2013 che l’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) ha presentato il 14 marzo 2013, rimasto in penombra, offuscato dall’enfasi riposta sulla crescita economica: le disuguaglianze all’interno delle popolazioni nazionali.
Il Rapporto 2013, come ben evidenziato nel titolo (The Rise of the South: Human Progress in a Diverse World) sottolinea la sensazionale trasformazione economica di molti Paesi in via di sviluppo con progressi non solo superiori a quelli prevedibili qualche hanno fa, ma addirittura rispetto al precedente Rapporto del 2011.

Questa “Ascesa del Sud” non riguarda solo i cosiddetti Paesi in via di sviluppo che fanno parte del gruppo dei cosiddetti BRICS (entro il 2020, secondo stime sviluppate per questo Rapporto, la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà la produzione aggregata di Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e USA), ma appare come un fenomeno molto più grande che coinvolge anche Turchia, Messico, Thailandia, Sudafrica, Indonesia e altre 40 nazioni in via di sviluppo stanno diventando attori protagonisti sulla scena mondiale.

Il Rapporto rileva che durante lo scorso decennio tutti i Paesi hanno accelerato i loro successi nell’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index) in misura tale che nessuna nazione per la quale vi fossero dati disponibili nel 2012 aveva un valore HDI più basso rispetto al 2000, con progressi più rapidi nei Paesi con più basso HDI che hanno determinato una significativa convergenza su scala globale, nonostante miglioramenti disuguali all’interno e tra le regioni.

L’Indice di Sviluppo Umano è una misura che valuta in modo sintetico il progresso a lungo termine sulla base di 3 fondamentali dimensioni:

- salute che viene misurata tramite l’aspettativa di vita;

- istruzione che viene valutata sul numero di anni di frequenza scolastica previsti per bambini di età scolare ovvero il numero totale di anni che un bambino nell’età prevista per iniziare gli studi può aspettarsi di ricevere se i modelli prevalenti per l’età di iscrizione rimangono gli stessi per tutta la vita del bambino;

- reddito ovvero lo standard di vita misurato sul reddito nazionale lordo espresso in dollari al tasso costante del 2005, convertiti utilizzando la parità nel potere di acquisto.

Anche per il 2013 i primi posti della graduatoria sono occupati nell’ordine da Norvegia, Australia, Stati Uniti, Paesi Bassi, Germania, mentre gli ultimi sono appannaggio dei Paesi africani (Niger, Burkina Faso, Chad, Mozambico, Congo).

Già nel Rapporto del 2010 era stato introdotto l’Indice “corretto per la disuguaglianza” che analizza la disuguaglianza in tutte e 3 le dimensioni, correggendo il valore medio di ciascuna dimensione conformemente con i suoi livelli di disuguaglianza. In poche parole, se HDI è lo sviluppo umano “potenziale”, I-HDI può essere considerato lo sviluppo umano “effettivo”: la differenza tra i due indici viene espressa con una percentuale.
Consideriamo l’Italia che nel Rapporto 2013 occupa il 25° posto con HDI=0,881, dietro la Spagna (0,885) e davanti alla Gran Bretagna (0,875), mentre la media dei Paesi OCSE è di 0,888. Nel precedente Rapporto (2011) occupavamo il 24° posto e nel 2000 addirittura il 19°, a testimoniare che stiamo lentamente scivolando in termini relativi, nonostante i parametri dell’indice siano in assoluto in aumento.

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Prendendo in considerazione, però, l’Indice “corretto” per disuguaglianza esso si abbassa a 0,776 con un calo dell’11,9%, mentre quello di Spagna e Gran Bretagna sono rispettivamente del 10,1% e 8,3%.
Se è vero che in generale, come afferma il Rapporto, le disuguaglianze tendono ad aumentare tra i Paesi con HDI elevato e sono minori nei Paesi meno sviluppati, non c’è dubbio che le disparità nel nostro Paese stanno aumentando pericolosamente, non solo in termini reddituali, fenomeno che due recenti Rapporti dell’OCSE hanno già messo in risalto per la maggior parte dei Paesi sviluppati, ma anche in termini sociali.

Questo aspetto meriterebbe maggior attenzione da parte dei decisori politici perché al di là della disoccupazione in crescita, della precarietà che aumenta, della perdurante discriminazione di genere sul mercato del lavoro, del sistema di tassazione sempre più iniquo, è la disuguaglianza l’ingiustizia che assomma ed incorpora tutte le altre.
Da questo punto di vista, ci pare del tutto condivisibile l’invito ai politici nell’Introduzione al Rapporto del suo principale autore Khalid Malik, di leggerlo con attenzione, perché “Uno sguardo ravvicinato ai diversi percorsi che i Paesi in via di sviluppo di successo hanno seguito arricchisce il menu delle opzioni politiche per tutti i Paesi e tutte le Regioni”.

Approfondimenti sul Rapporto UNDP sul n. 3-4, marzo-aprile 2013 di Regioni&Ambiente.