Per una corretta e democratica gestione delle risorse idriche è di fondamentale importanza comprendere e comunicare i due concetti. Dall’’Atlante del WRI, costruito su un indicatore base che tiene conto di entrambi, risulta che alcune aree del nostro Paese sono a rischi da carenze idriche medio-alte.

acqua

All’inizio dell’anno, Brian Richter, Direttore Strategie per l’acqua di “The Nature Conservancy”, una delle più importanti Associazioni ambientaliste mondiali che ha per scopo la protezione dei suoli e delle acque da cui dipende la vita (Protecting nature. Preserving life: il suo motto), aveva postato sulla Sezione Water Currents di “National Geographic”, un articolo in cui indicava 4 importanti raccomandazioni per informare sulla necessità di una corretta e democratica gestione delle risorse idriche.
Nella seconda di queste, invitava i giornalisti e i media ad “comprendere e comunicare la differenza che esiste tra uso e consumo d’acqua”.

Secondo Richter, il concetto di “uso di acqua”, indica la quantità totale di acqua prelevata dalla sorgente per essere utilizzata, le cui misurazioni aiutano a valutare il livello della domanda da parte del settore industriale, agricolo, nonché degli utilizzatori domestici. Ad esempio, un impianto produttivo potrebbe richiedere 30-40 mila litri di acqua al giorno per il raffreddamento, il funzionamento o pulire le sue attrezzature. Seppure quell’impianto restituisce il 95% di acqua al bacino idrico, esso abbisogna di 30-40 mila litri per funzionare.

Il consumo di acqua”, viceversa, è la parte di acqua che non viene restituita al bacino idrico dal quale è stata emunta, fenomeno che si verifica quando l'acqua viene persa nell'atmosfera attraverso l'evaporazione o incorporata in un prodotto o in una pianta (ad esempio un gambo di mais) e non è più disponibile per il suo riutilizzo. Il consumo di acqua, quindi, è particolarmente importante quando si analizza la scarsità d’acqua e gli impatti delle attività umane sulla sua disponibilità. Ad esempio, l'agricoltura irrigua consuma il 70% di tutta l’acqua usata nel mondo, ma il 50% di questa si perde, sia per evaporazione nell’atmosfera o per traspirazione attraverso gli apparati fogliari.

Comprendere la differenza tra uso e consumo d’acqua diviene, quindi, fondamentale per valutare lo stress idrico.  Le dimensioni del consumo di acqua, infatti, indicano il livello di concorrenza e dipendenza delle risorse idriche. Ad esempio, l’uso domestico di acqua pro-capite, in Qatar è il più alto del mondo (l’utility dell’acqua Kahramaa ha comunicato che nel 2012 ogni cittadino ha consumato 430 litri), dovuto in parte alla fornitura gratuita e alle limitate precipitazioni. Sebbene la maggior parte di tale uso non-sia consumistica, in caso di emergenza, il Paese avrebbe un’autonomia idrica di 48 ore.

Inoltre, l’acqua rientra raramente nel bacino idrico in perfette condizioni dopo esserestata utilizzata dall’industria, dall'agricoltura, nonché dagli altri utenti, e il cambiamento di qualità contribuisce ad elevare i livelli di impatto idrico. D’altra parte, le stime sui consumi d'acqua aiutano a misurare l'impatto dell’uso idrico sulla disponibilità di acqua a valle e sono essenziali per valutare la mancanza e la scarsità d’acqua a livello di bacino idrografico, compresi gli impatti sugli ecosistemi acquatici.

Per aver una visione olistica dell’impatto idrico che tenga conto sia dell’uso che del consumo di acqua, il World Resources Institute (WRI), Organizzazione indipendente che studia i rapporti tra condizioni ambientale e sviluppo economico, ha lanciato l’Atlante del rischio idrico, denominato “Aqueduct” (http://aqueduct.wri.org/atlas), con l’ausilio di un indicatore base di stress idrico, che tiene conto dell’utilizzo totale annuo di acqua da parte di aziende municipalizzate, industrie e agricoltura, espresso come percentuale del totale annuo disponibile di acqua, dopo che è stata sottratta dal consumo totale a monte. Tramite la consapevolezza sia dell'utilizzo totale di acqua che del suo consumo, gli utenti di “Aqueduct” possono contare sull’indicatore di base dell’impatto idrico, per valutare la domanda complessiva di acqua dolce e la sua disponibilità in specifici bacini idrografici.

Aqueduct l’Atlante del rischio idricoAttualmente, più di 1,4 miliardi di persone vivono in bacini idrografici in cui l’uso di acqua supera i livelli minimi di ricarica e nei prossimi 12 anni, nei Paesi in via di sviluppo sono previsti aumenti del 50% nei prelievi d’acqua. Pertanto, misurare l’uso e il consumo di acqua è di fondamentale importanza per individuare le zone che sono a rischio di carenza idrica e di eccessiva competizione degli utenti. Comprendere appieno il significato di questi concetti, significa proprio, come sopra affermato, prevenire e gestire il rischio idrico.

Come è possibile verificare dall’immagine che abbiamo tratto dall’Atlante, relativo alla situazione italiana, il nostro Paese presenta stress idrici che non debbono essere sottovalutati, anche alla luce dell’eventuale estensione nei prossimi anni di fenomeni siccitosi legati al global warming, che potrebbero compromettere le colture irrigue prima e l’approvvigionamento idrico a scopi alimentari e sanitari.
La governace ha la consapevolezza del fenomeno o, come al solito, ci si muoverà dopo situazioni emergenziali?