La crescita non deve danneggiare l'ambiente

La crescita non deve danneggiare l'ambiente

L’Europa deve muoversi verso un più verde ed equo modello economico

Burkina-Faso

La maggior parte delle persone ricorderà il 2011 come un anno di turbolenze finanziarie, ricorderà il terremoto, lo tsunami e il disastro nucleare in Giappone, i salvataggi finanziari in Europa, le proteste di massa della Primavera araba, il movimento Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli. Pochi ricorderanno che è stato anche l’anno in cui gli scienziati hanno scoperto oltre 18.000 nuove specie sul nostro pianeta. Ancora meno sono quelle in grado di menzionare una specie dichiarata estinta. A prima vista, il destino delle specie minacciate sembrerebbe un mondo lontano dall’economia. Tuttavia, ad un’analisi più attenta, le connessioni tra i due sono più evidenti. La buona salute dei sistemi naturali è una condizione necessaria per la buona salute dei nostri sistemi sociali ed economici. Si può affermare che la società prospera se è esposta all’inquinamento atmosferico e idrico e ai relativi problemi di salute? Allo stesso modo, può una società funzionare se un’ampia parte di essa non ha un lavoro o non riesce ad arrivare a fine mese?”.

Con questa introduzione della Direttrice esecutiva dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) Jacqueline Mc Glade si apre l’edizione 2012 di “Signals”, l’annuale pubblicazione dell’Agenzia che mira a spiegare le complesse questioni ambientali per un pubblico di non esperti.

Lanciata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno), la relazione quest’anno esplora l’impatto ambientale dei nostri modelli di consumo e produzione e di come possono essere modificati per ridurne la portata. Questa tematica è stata scelta perché è una componente importante di una “green economy”, uno dei due principali focus che costituiranno la base di discussione per la Conferenza Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro.

Il lettore avrà un’idea del modo in cui i consumatori, le aziende lungimiranti e i responsabili politici possono fare la differenza, avvalendosi dei nuovi strumenti tecnologici a disposizione, che variano dalle osservazioni satellitari alle piattaforme online e suggerendo soluzioni creative ed efficaci per la salvaguardia dell’ambiente.

Parte dell’impatto ambientale dovuto ai nostri modelli e ai nostri livelli di consumo non è immediatamente visibile. Produrre energia elettrica per ricaricare il cellulare e conservare il cibo al freddo genera biossido di carbonio che viene rilasciato nell’atmosfera e che a sua volta contribuisce al cambiamento climatico.

I trasporti e gli stabilimenti industriali emettono inquinanti atmosferici, fra cui gli ossidi di zolfo e di azoto, che sono dannosi per la salute umana.

In estate, i milioni di vacanzieri in rotta verso il Sud del mondo mettono ulteriormente alla prova le località di villeggiatura che li ospitano. Oltre alle emissioni di gas a effetto serra derivanti da questi spostamenti, la loro necessità di alloggio alimenta la domanda di risorse materiali ed energetiche da parte del settore edile. L’aumento stagionale della popolazione locale comporta l’estrazione supplementare di acqua destinata agli impianti sanitari e per finalità ricreative, durante l’arida stagione estiva. Comporta anche più acque reflue da trattare, più cibo da trasportare e più rifiuti da gestire.

Nonostante le lacune e le incertezze nella nostra comprensione, è chiaro che il mondo sta cambiando.
Dopo 10.000 anni di relativa stabilità, la temperatura media globale è in aumento. Anche se le emissioni di gas serra dell’Unione europea sono in diminuzione, i combustibili fossili rilasciano più gas serra nell’atmosfera di quanti la terra o gli oceani ne possano assorbire. Alcune regioni sono più vulnerabili ai potenziali impatti del cambiamento climatico e spesso si tratta dei Paesi meno preparati ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche.

Con oltre 7 miliardi di persone sul pianeta, gli uomini svolgono chiaramente un ruolo importante nella conduzione e nell’accelerazione di tale cambiamento. Infatti, i nostri livelli attuali di consumo e produzione possono danneggiare l’ambiente al punto tale che rischiamo di rendere la nostra casa inabitabile per molte specie, inclusa la nostra. Molte persone, nei Paesi in via di sviluppo, aspirano a stili di vita simili a quelli dei Paesi sviluppati, il che potrebbe sottoporre i nostri sistemi naturali a ulteriori pressioni.

Stiamo perdendo la biodiversità globale a un tasso mai visto prima. I tassi di estinzione potrebbero essere 1.000 volte maggiori dei tassi registrati in passato. La distruzione degli habitat costituisce una delle cause principali. Anche se negli ultimi decenni la superficie forestale totale in Europa è aumentata, a livello globale la situazione è differente. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura stima che ogni anno circa 13 milioni di ettari delle foreste mondiali (corrispondenti grosso modo alle dimensioni della Grecia) vengono abbattuti e il suolo viene convertito ad altri utilizzi, quali i pascoli per i bovini, le attività minerarie e agropastorali o lo sviluppo urbano. Nonostante le prestazioni della natura non siano facilmente monetizzabili, i ricercatori del TEEB hanno calcolato che la produttività di un ecosistema, in termini di beni, funzioni e prestazioni, aumenta in modo direttamente proporzionale alla sua biodiversità (cfr: “Mettere al centro l’economia della natura”, Regioni&Ambiente n. 11, novembre 2010, pagg. 51-53).

I nostri attuali modelli economici non sono in grado di dimostrare i numerosi benefici di un ambiente sano - ha osservato la Mc Glade - Il PIL, l’indicatore economico usato più comunemente per esprimere il livello di sviluppo di un Paese, lo standard di vita e la condizione rispetto agli altri Paesi, si basa sul valore della produzione economica. Non include il prezzo sociale e umano che paghiamo per gli effetti collaterali dell’attività economica, come l’inquinamento atmosferico. Al contrario, i servizi sanitari forniti a coloro che sono affetti da malattie respiratorie sono considerati un contributo positivo al PIL. La sfida consiste nello scoprire come è possibile ridisegnare i nostri modelli economici, così da che generare crescita e migliorare la qualità della vita nel mondo senza danneggiare l’ambiente e proteggendo, al contempo, anche gli interessi delle generazioni future. La soluzione si chiama “economia verde”.

Una delle storie di Signals analizza cosa significhi la coltivazione del cotone in Burkina Faso per il resto dell’economia e per la società nel suo complesso. La coltivazione del cotone necessita di grandi quantità d’acqua e di pesticidi che possono essere pericolosi per i coltivatori. Nel report ci si chiede: i prezzi sugli scaffali dei prodotti tessili che consumiamo in Europa riflettono i costi ambientali della produzione di cotone in Burkina Faso?

Un’altra storia richiama i rapporti tra il consumo di gadget elettronici e i danni ambientali provocati dalle attività minerarie in tutto il mondo.

Il Report esamina pure i rifiuti e il riciclaggio come pure le altre fasi del ciclo di vita di molti dei prodotti che acquistiamo. L’attuale sistema economico privilegia i guadagni a breve termine, mettendo a rischio i sistemi naturali che sostengono l’economia, mentre un modello economico più verde ed equo contribuirebbe a garantire la prosperità economica a lungo termine.

In ultima analisi, “Signals” sostiene che la sostenibilità è una questione di scelte: politiche, aziendali e dei consumatori. Poiché le catene di rifornimento sono globali, le decisioni dei produttori, rivenditori e consumatori in Europa possono influenzare significativamente la vita delle persone che vivono lontano, come in Burkina Faso. Le scelte dei consumatori sono in grado di creare occupazione e reddito, ma possono anche provocare l’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche e l’avvelenamento delle popolazioni e degli ecosistemi locali.

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