Uno studio di economisti, anticipato on line prima della pubblicazione cartacea, avverte che l’attuale modello di sviluppo ha raggiunto il suo picco nel 1978, dopo del quale anno il well being si è arrestato o è diminuito, anche se in questi ultimi decenni il PIL globale si è triplicato.

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Nonostante il suo ideatore, Simon Kunetz, presentandolo nel 1934 al Congresso statunitense avesse ammonito che “Il benessere di una nazione non poteva essere esclusivamente desunto da un indice delle entrate nazionali”, il PIL (Prodotto Interno Lordo),  continua ad essere citato da politici, economisti e media come l’indice sintetico che monitora il “progresso” di una società e di uno Stato, secondo l’assioma “crescita economica” =  “benessere umano”.

Eppure negli ultimi anni si è fatto sempre più forte il tentativo di individuare un strumento alternativo in grado di misurare, oltre la crescita, anche il progresso umano che non coincide necessariamente con un aumento di beni. Tra i più noti, si annoverano il Gross National Happiness (Bhutan), l’Indice di Sviluppo Umano (UNDP), l’Happy Planet Index (New Economics Foundation), il Better Life Index (OCSE). Qualche mese fa anche Istat e CNEL hanno presentato il 1° Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), utilizzando indicatori in grado di andare oltre il PIL e ponendo maggior attenzione al benessere e alla sua sostenibilità.

Ora, un gruppo di economisti (alcuni assai noti in Italia per la loro partecipazione a convegni e conferenze sulla sostenibilità e per la pubblicazione delle loro opere, come Robert Costanza e Tim Jackson), utilizzando il GPI (Genuine Progress Indicator), una nuova metrica di 24 parametri, che tiene conto delle “spese per i consumi personali”, come fa il PIL, ma introduce altri fattori che il PIL ignora, quali la distribuzione del reddito, i costi ambientali, la presenza di criminalità e l’inquinamento, ha messo a confronto i due indicatori per il periodo 1950-2003  . L’idea sottesa al GPI (Genuine Progress Indicator) è quella di misurare anche il depauperamento del “capitale naturale, sociale e umano” connesso alle attività economiche, quelle “esternalità negative” che il letterato, pittore, poeta e critico d’arte dell’Inghilterra vittoriana, J. Ruskin (1819-1900), oggi riscoperto come filosofo sociale ed economista, aveva riassunte con il termine e concetto di illth, per indicare il lato oscuro della ricchezza. 

Secondo gli autori diBeyond GDP: Measuring and achieving global genuine progress (Ecological Economics, Vol. 93, settembre 2013, pagg. 57-68) che hanno preso in esame PIL e GPI nel di 17 Paesi (tra cui anche l’Italia) che rappresentano il 53% della popolazione mondiale e il 59% del PIL, il momento di maggior benessere globale sarebbe stato raggiunto nel 1978, con il PIL a circa 7.000 dollari/pro capite.

PIL e GPI hanno cominciato ad andare in direzioni diverse quando i guadagni globali pro-capite hanno raggiunto tale somma - ha dichiarato Ida Kubiszewski della Crawford School of Public Policy dell’Australian National University, che ha guidato la ricerca - Dopo di che, il PIL ha continuato a crescere, ma il GPI si è stabilizzati o è addirittura diminuito. Questa divergenza si verifica perché i guadagni che sono stati fatti negli ultimi pochi decenni sono stati controbilanciati dai costi, soprattutto dal degrado ambientale e dall’aumento dell’ineguaglianza dei redditi”.

Lo Studio evidenzia che a livello globale, se ci fosse una distribuzione del reddito più equa in tutto il pianeta, l’attuale PIL mondiale (67 trilioni di dollari/anno) potrebbe sostenere 9,6 miliardi di persone a 7.000 dollari pro-capite.

Il GPI cerca di misurare anche i fattori positivi nel benessere umano, come i benefici del volontariato e del lavoro domestico, nonché la “soddisfazione di vita”. Gli autori, consci delle complicazioni metodologiche del loro approccio, avvertono che “anche se il GPI non è un indicatore perfetto di benessere o progresso, è una approssimazione di gran lunga migliore di quella del PIL. Le politiche di sviluppo devono passare a conteggiare davvero e meglio il benessere e la crescita, non solo il PIL”.

Il mantra PIL, purtroppo, è ancora imperante tra i decision maker che non vogliono (forse non possono per paura dei mercati finanziari) prendere atto che un modello di sviluppo è giunto al termine e che la ricerca del well being  presuppone una ridistribuzione delle risorse, come avallano gli autori dello Studio.