La battaglia psicologica dei negazionisti si combatte con la psicologia

La battaglia psicologica dei negazionisti si combatte con la psicologia

Il contributo degli psicologi per comprendere e gestire i cambiamenti climatici 

battaglia psicologica
Il numero di maggio-giugno 2011 di American Psychologist, la Rivista ufficiale dell’Associazione degli Psicologi Americani (APA) è dedicato interamente ai rapporti tra Psicologia e Cambiamenti Climatici (cfr: American Psychologist, Vol. 66(4), May-Jun 2011, Special Issue on Psychology and Global Climate Change).
In verità la Rivista aveva già pubblicato due anni fa le Conclusioni del Rapporto che una Task Force dell’APA aveva presentato al riguardo all’annuale Assemblea dell’Associazione che si era svolta a Toronto, in cui, dopo aver esaminato ricerche e pratiche psicologiche che erano state applicate in ordine ai cambiamenti climatici, si formulava una serie di raccomandazioni affinché la scienza della psicologia si attivasse per comprendere meglio il ruolo del comportamento umano, le ragioni per le quali la gente non agisce e i modi con cui convincerla ad agire. Prendendo spunto da un sondaggio nazionale effettuato dal Pew Research Center, dal quale si evidenziava che, no-nostante il 75-80% degli intervistati avesse dichiarato che i cambiamenti climatici costituisce un serio problema, poi in una lista di altre importanti questioni, come l’economia e il terrorismo, veniva relegato all’ultimo posto.

A dispet-to degli avvertimenti di scienziati ed esperti ambientali, la gente non avverte un senso di urgenza. Da qui l’indicazione della task force delle barriere psicologiche che andrebbero censurate, tra cui:
- l’incertezza: la ricerca ha dimostrato che la  diffusione di una certa incertezza sui cambiamenti climatici riduce l’abitudine ad un comportamento sostenibile;
- la sfiducia: la maggior parte delle persone non crede ai messaggi sui rischi che si corrono, inviati da scienziati o governanti;
- il diniego: una minoranza consistente di individui crede che non ci  sia in corso alcun cambiamento climatico o che le attività umane non abbiano a che fare con l’insor-genza del fenomeno;
- la sottovalutazione dei rischi: uno studio condotto su oltre 3.000 persone di 18 Paesi ha dimostrato che molte persone credono che le condizioni ambientali siano peggiorate negli ultimi 25 anni, ma ritengono che cambiamenti nello stile di vita possano essere intrapresi più tardi;
- la mancanza di controllo: la gente pensa che le loro eventuali azioni sarebbero ininfluenti nel fare la diffe-renza, quindi sceglie di non agire;
- l’abitudine: i comportamenti radicati sono estremamente resistenti al cambiamento permanente, mentre altri si modificano lentamente; l’abitudine, secondo il Rapporto, rappresenta l’ostacolo più forte ad un comportamento pro-ambiente.

Ora, questo nuovo numero speciale costituisce la prosecu-zione di quel Rapporto, offrendo nuovi studi e soluzioni per aiutare le persone a contrastare gli impatti socio-economici dei cambiamenti climatici, che stanno già mietendo numerose vittime.
Sono 7 i contributi offerti dagli psicologi, il cui ruolo po-trebbe essere diverso da quello che si attende la maggior parte della gente.
“I contributi della psicologia per limitare i cambiamenti climatici non apporterà cambiamenti negli atteggiamenti degli individui, ma concorrerà a rendere più attraenti ed ecosostenibili le tecnologie a basse emissioni di carbonio, più trasparenti e facili da utilizzare gli incentivi economici e più fruibili e pertinenti per le persone che ne hanno biso-gno le informazioni - ha scritto nel suo articolo “Contributi della psicologia a limitare i cambiamenti climatici”, Paul C. Stern del Consiglio Nazionale delle Ricerche - L’uso dei veicoli a motore e il riscaldamento sono [negli USA] le cause più significative dei cambiamenti climatici e i più impor-tanti obiettivi di riduzione delle emissioni; [quindi, hanno un peso], le azioni individuali e domestiche con il 38% delle emissioni di anidride carbonica da uso diretto di energia da parte delle famiglie”.

“I cambiamenti climatici rappresentano rischi significa-tivi, e in molti casi è già colpiscono, una vasta gamma di sistemi naturali e umani” si legge nell’articolo introdutti-vo “Contributi della psicologia per comprendere e gestire i cambiamenti climatici” di Janet K. Swim ed altri, in cui le dimensioni psicologiche dei cambiamenti climatici sono state analizzate all’interno del più ampio contesto della dimensione umana, tenendo conto sia delle cause umane, delle conseguenze e delle risposte (adattamento e mitigazione) dei cambiamenti climatici sia dei rapporti tra questi aspetti dei cambiamenti climatici e le risposte e i processi cognitivi, affettivi, stimolanti, interpersonali e organizzativi. Gli autori sollecitano, inoltre, gli psicologi ad aumentare la ricerca e a lavorare a stretto contatto con l’industria, la pubblica amministrazione, la scuola per affrontare i cambiamenti climatici, perché la psicologia è fondamentale per capirne le cause e le conseguenze, e “per contribuire a limitare o mitigare i cambiamenti climatici”.

La stessa ricercatrice della Pennsylvania State University, nel successivo articolo “Contributi del comportamento umano  ai cambiamenti climatici: elementi psicologici e contestuali”, scritto assieme a Susan Clayton e George S. Howard,  ha analizzato come il consumo delle risorse e l’aumento della popolazione siano stati i due fattori più importanti nell’accelerazione a livello globale dei cambiamenti climatici e ha sottolineato come le diverse culture e le questioni etiche debbano essere prese in considerazione: “Le pratiche culturali influenzano i fattori psicologici, definendo quelli che sono da considerare esigenze rispetto a meri desideri e rendendo le opzioni di comportamento particolare, possibile e auspicabile”.

I cambiamenti climatici costituiscono una questione particolarmente difficile da affrontare perché presuppone una risposta umana diversa rispetto alle altre crisi globali, secondo Thomas J. Doherty, e la Clayton, autori dell’articolo “L’impatto psicologico dei cambiamenti climatici globali”.
“Risposte altruistiche o comunitarie di supporto sono associate ai disastri naturali, mentre le incertezze e le distinzioni sono associate a disastri tecnologici - scrivono i ricercatori -  La risposta umana ai cambiamenti climatici rende confusa la distinzione tradizionalmente presente tra le risposte alle catastrofi naturali e a quelle tecnologiche”.
Gli psicologi possono utilizzare la psicologia delle catastrofi per quel che concerne l’adattamento a lungo termine, riconoscendo le risposte variano a seconda che si tratti di catastrofi naturali o tecnologiche. Gli autori affermano, inoltre che l’impatto psicologico dei cambiamenti climatici, associato a condizioni climatiche estreme, disastri naturali e ambienti degradati, costituisce un danno diretto alla salute umana, con conseguenze indirette, quali l’ansia e l’incertezza, e con un impatto psico-sociale, comprese le violenze correlate al caldo, i conflitti per le risorse, le migrazioni, gli esodi di massa  e lo stress ambientale cronico.
La maggior parte delle persone ritiene che i cambiamenti climatici e la sostenibilità siano problemi importanti, ma sono pochi i cittadini del mondo che si impegnano con i propri comportamenti per  limitare gli effetti di un aumento delle emissioni di gas climalteranti e l’insorgere di altre questioni ambientali. Quali le ragioni di tale atteggiamento?
Tenta di darne risposta nel suo “I draghi dell’inerzia: le barriere psicologiche che limitano le azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici”, Robert Gifford, secondo il quale le barriere strutturali come le infrastrutture di contrasto al clima costituiscono parte della risposta, ma le barriere psicologiche ostacolano pure le scelte compor-tamentali che faciliterebbero la mitigazione, l’adattamento e la sostenibilità ambientale.
Sebbene molti individui siano impegnati in azioni per migliorare la situazione, la maggioranza delle persone potrebbe fare di più, ma ne è impedita da 7 categorie di barriere psicologiche o “draghi dell’inazione:
- limitata conoscenza del problema;
- visione del mondo ideologica, tendente ad escludere atteggiamenti e comportamenti a favore dell’ambiente;
- confronto con altre importanti popolazioni;
- costi insostenibili per un afflato comportamentale;
- diffidenza nei confronti degli esperti e degli amministratori;
- rischio connesso al cambiamento;
- insufficienza di un cambiamento comportamentale individuale.
“Le barriere strutturali, per quanto possibile, dovrebbero essere rimosse, ma è improbabile che sia sufficiente - sottolinea Gifford - Mentre è più facile superare quelle psicologiche, sempre che gli psicologi lavorino con gli altri scienziati, esperti e politici per aiutare i cittadini a rimuoverle”.

Nell’ultimo articolo, “La comprensione dei cambiamenti climatici da parte del pubblico negli Stati Uniti”, Elke U. Weber e Paul C. Stern si pongono questa domanda: Perché, nel momento in cui la comunità scientifica ha accumulato dati e prove dell’esistenza e delle cause dei cambiamenti climatici.
All’origine c’è stata una politicizzazione della discussione scientifica che l’ha trasformata in una gara tra ideologie e valori, “un movimento sociale d’élite, dando forma alle percezioni, interpretazioni e preoccupazioni del pubblico, le ha motivate con fini che includono il desiderio di massimizzare i profitti delle società del settore dei combustibili fossili e di opposizione politica ad ogni tentativo di regolamentazione federale”.
Il movimento negazionista conosce la psicologia di mas-sa: coglie gli elementi di incertezza presenti nella ricerca scientifica e li utilizza per mettere in discussione gli interi presupposti dei cambiamenti climatici: “Se il problema po-trebbe poi non esser tale, perché preoccuparsene? Se questo fenomeno non sussiste, perché non mettere in discussione  l’intera premessa? Forse le cose potrebbero andar meglio, se fosse più caldo”.
Nell’articolo si incolpa i media che trattano l’argomento in termini di dramma e scontro, gli uni contro gli altri, dando maggior risalto alle posizioni estreme, e che pongono mag-gior attenzione ai fenomeni più recenti, rispetto a quelli che si verificheranno in un medio-lungo periodo.
“La disperazione - spiegano gli autori dell’APA Special Issue - è una reazione tra le più diffuse di fronte all’enormità della crisi indotta dai cambiamenti climatici, ed è, purtroppo, una delle più pericolose. Gli individui che hanno smesso di credere che possa esservi una qualche soluzione al problema, smettono pure di compiere qualsiasi azione. Se siete in un autosalone per comprare un a nuova auto, perché non acquistare un Hummer, se tanto il Pianeta andrà comunque all’inferno? Questo è il tipo di pensiero che si paga in seguito, se non viene prevenuto”.
La battaglia psicologica si combatte con la psicologia, sostengono Weber e Stern: per esempio, riformulare la que-stione dell’incertezza scientifica in una conversazione sui rischi che potrebbero aumentare, rispetto ai fenomeni che si stanno già verificando, e come gestirli al meglio. In altre parole, se si vuole ridurre il profilo del rischio, si potrebbe evitare di fumare a letto, di guidare su strade ghiacciate, di bruciare più combustibili solidi di quanto sia necessario.
Si può anche approntare migliori modelli mentali per contra-stare i pregiudizi prevalenti. Ad esempio, si tende a credere che nel passato si sono verificate situazioni simili, ma ribat-tere che in futuro il clima sarà diverso da qualsivoglia altro sperimentato dagli esseri umani negli ultimi 10.000 anni. In alternativa, spiegare che i processi dei cambiamenti climatici possono richiedere molto tempo per svilupparsi, ma quel che decidiamo di fare o non fare oggi può avere un forte impatto sulle generazioni future.

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