It’s Not Easy Being Green

It’s Not Easy Being Green

Senza ostacoli la crescita economica è insostenibile, mentre la "decrescita" è instabile.

kermit-the-frog

Sul blog editoriale del sito dell’International Human Dimensions Programme on Global Environmental Change (IHDP), programma di ricerca che studia gli aspetti umani e sociali del fenomeno dei cambiamenti ambientali globali che fa parte dell’Earth System Science Partnership, è stato postato il 22 ottobre “It’s Not Easy Being Green”, firmato da Peter Victor Professore di Studi Ambientali alla York University di Toronto ed autore del libro “Managing without Growth” e dal suo collega Tim Jackson, professore di Sviluppo Sostenibile all’Università del Surrey (Gran Bretagna), più conosciuto in Italia per i suoi libri, l’ultimo dei quali è uscito l’anno scorso con il titolo “Prosperità senza crescita”.

Gli autori hanno voluto mantenere lo stesso titolo del loro contributo inserito all’interno della pubblicazione “Shades of Green. Global Perspective ontheGreen Economy”, analisi della Green Economy nelle sue diverse sfaccettature, sia positive che negative, che l’IHDP aveva promosso in vista della Conferenza “RIO + 20” sullo sviluppo sostenibile del giugno scorso, ed inserita nel 1° numero della rivista “Human Dimensions”.

Dopo le deludenti conclusioni della Conferenza con un testo finale che sembra esser stato dettato più dalla paura di intraprendere un nuovo percorso economico, piuttosto che assumere la coraggiosa responsabilità politica di abbandonare un modello base che ci ha condotto sull’orlo della bancarotta, Victor e Jackson ribadiscono che il concetto stesso di “Green Economy” quale proposto dall’UNEP non sarebbe abbastanza “verde”.

Il Programma Ambiente delle Nazioni Unite ha definito la sua posizione in merito, condivisa da tutto il sistema delle Nazioni Unite, nel Rapporto intitolato “Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Povertà Eradication” (cfr: “La Green Economy ha bisogno di investimenti pari al 2% del PIL di ogni Paese” in Regioni&Ambiente, n. 4 aprile 2011, pag. 50), dove con “green” si intende una economia basata su un uso efficiente di risorse ed energia, in grado di ridurre i rischi ambientali e migliorare al contempo il benessere umano e l’equità sociale, tramite la crescita dei redditi e degli occupati, indotta da investimenti pubblici e privati che verrebbero indirizzati, contrariamente a quanto finora avvenuto, verso l’innovazione tecnologica, l’efficienza energetica e le rinnovabili, la mobilità pubblica, l’agricoltura sostenibile, la tutela degli ecosistemi, ecc.

Alla base del Rapporto dell’UNEP c’è, quindi, il concetto di “decoupling” ovvero disaccoppiare l’intensità di materie prime e di energia per unità di PIL: “fare di più con meno”.
Secondo i due economisti, questa vision dell’UNEP rischia di essere controproducente perché non solo presuppone un disaccoppiamento su scala globale difficile da immaginare, senza riconoscere le differenze tra le regioni geografiche o tra le nazioni più ricche e quelle più povere, ma non tiene conto della retroazione che si verificherebbe allorché una maggiore efficienza nella produzione e nel consumo di una risorsa determina una variazione nel maggior consumo totale della risorsa stessa.

“Come ogni economista sa, un’economia con più investimenti, a parità di condizioni, cresce più velocemente di una con meno investimenti - affermano Victor e Jackson - Un confronto dei tassi di crescita tra le economie green e brown dovrebbe essere basato quindi su un presupposto di eguali investimenti in ogni scenario. Ma l’UNEP calcola gli investimenti in percentuale del PIL, in entrambi gli scenari verdi e marroni. Naturalmente, poiché l’UNEP calcola la maggiore crescita mondiale del PIL a partire dal 2030 nello scenario verde, gli investimenti maggiori determinano anche una crescita ancora più veloce. Un confronto più giusto sarebbe stato quello di assumere uguali livelli assoluti di investimenti aggiuntivi”.

Inoltre, lo scenario green dell’UNEP non sarebbe in grado di contrastare gli effetti del climate change perché ridurrebbe solo del 17% rispetto al 2000 le emissioni di gas ad effetto serra, mentre per evitare i cambiamenti climatici “pericolosi”, secondo l’IPCC sarebbe necessaria una riduzione entro il 2050 compresa tra il 50-85% e ulteriori più recenti studi, sottolineano gli autori, indicano che per rimanere entro l’aumento globale della temperatura di 2 °C alla fine del secolo bisognerebbe superare tale range.
Da qui l’invito finale: “È tempo di guardare la seconda via di uscita per il nostro dilemma: definire, progettare e e realizzare una Green Economy in cui la stabilità economica non si basa sul presupposto irrealistico di una crescita senza fine”.

Il dibattito è ancora all’inizio, ma non c’è dubbio che non si può più pensare ad un’economia “business as usual”, come è inimmaginabile che la green economy sia una specie di “Santo Graal”, parafando i due autori.

“Non è facile essere verdi
sembra che ti confondi con tante altre cose ordinarie
e le persone tendono a snobbarti perché
non rifulgi come i brillanti luccichii sull’acqua
o le stelle in cielo”.

Così cantava Kermit la Rana, personaggio immaginario del gruppo dei Muppet, antesignano delll green economy, nel programma televisivo educativo “Sesamo apriti” (1969).


Commenta