La ricerca del Censis "Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando. Il valore sociale dell'alimento carne e le nuove disuguaglianze" offre un quadro aggiornatissimo della dieta degli italiani e delle nuove disuguaglianze a tavola ed una interpretazione dei principali trend emersi negli anni della crisi (2007-2015), evidenziando come gli alimenti, da sempre costitutivi di una dieta varia e bilanciata, sono oggetto di riduzioni più o meno significative da parte delle famiglie italiane.

Sono 16,6 milioni gli italiani che nell'ultimo anno hanno ridotto il consumo di carne, 10,6 milioni hanno diminuito il consumo di pesce, 3,6 milioni la frutta e 3,5 milioni la verdura.
Sono questi i dati che emergono dalla ricerca del Censis "Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando. Il valore sociale dell'alimento carne e le nuove disuguaglianze" presentato il 26 ottobre 201116 al Senato della Repubblica.

"Un crollo generale di alimenti base, spesso sostituiti con prodotti artefatti e iper-elaborati a basso contenuto nutrizionale minaccia la dieta mediterranea e mette a rischio la salute - ha spiegato Massimiliano Valerii, Direttore Generale del Censis - Se nell'Italia del ceto medio vinceva la dieta equilibrata dal punto di vista nutrizionale disponibile per tutti, nell'Italia delle disuguaglianze il buon cibo lo acquista solo chi può permetterselo".

La ricerca realizzata dal Censis nei mesi di settembre e ottobre 2016 offre un quadro aggiornatissimo della dieta degli italiani e delle nuove disuguaglianze sociali a tavola ed una interpretazione dei principali trend emersi negli anni della crisi (2007-2015), evidenziando come gli alimenti da sempre costitutivi di una dieta varia e bilanciata, sono oggetto di riduzioni più o meno significative da parte delle famiglie italiane. Emblematico dei trend in atto è il caso della carne e, in particolare, di quella bovina. La riduzione del consumo di carne e di altri alimenti importanti minaccia l'equilibrio nutrizionale della dieta della popolazione italiana considerata dal resto del mondo come modello unico a cui ispirarsi e fondamento del mangiar bene.

Nell'attuale contesto, la novità vera da considerare sono le nuove disuguaglianze a tavola (il Food Social Gap) che diversificano la possibilità di accedere ai prodotti tipici della dieta italiana, penalizzando le famiglie meno abbienti. I dati del Censis indicano che in un anno ha ridotto il consumo di carne il 45,8% delle famiglie a basso reddito, il 29,6% delle famiglie con un reddito medio e il 32% delle famiglie benestanti. Per la carne bovina ha ridotto il consumo il 52% delle famiglie a basso reddito, il 43,2 % di quelle medie e il 37,3% delle famiglie benestanti.

Nello stesso periodo in Europa solo i greci (-24%) hanno tagliato di più degli italiani (-23%) il consumo pro-capite annuo di carne bovina. Queste riduzioni intaccano consumi di carne che in Italia erano già inferiori agli altri Paesi europei. Infatti, gli italiani si collocano al terz'ultimo posto in Europa per consumo "apparente" (cioè al lordo delle parti non edibili) delle diverse tipologie di carne (pollo, suino, bovino, ovino) con 79 kg pro-capite annui, distanti da danesi (109,8 kg), portoghesi (101 kg), spagnoli (99,5 kg) e anche francesi (85,8 kg) e tedeschi (86 kg).

La dinamica divaricante nei consumi di famiglie abbienti e meno abbienti riguarda anche verdura, frutta e pesce, in sostanza l'insieme dei prodotti base del modello alimentare italiano.
Per la verdura, riducono il consumo il 15,9% delle famiglie a basso reddito, il 5,8 % delle famiglie con una media capacità economica, il 4,4% delle famiglie più benestanti; per la frutta, il 16,3% delle meno abbienti, il 7,3% di quelle con reddito medio e solo il 2,6% delle più ricche; per il pesce, ne ha ridotto il consumo del 35,8% i nuclei familiari meno abbienti, del 21,7% quelli con una media capacità economica e de1 2,6% i nuclei familiari più benestanti.


Fonte: Censis

Quindi, in estrema sintesi si può dire che i meno abbienti rischiano di dover rinunciare ad una dieta completa ed equilibrata con, ad esempio, una conseguente più alta esposizione alla mancanza del livello consigliato di proteine nobili e micronutrienti, importanti per una buona salute, aumentando così il rischio di patologie. I tassi di obesità sono più alti nelle regioni con redditi inferiori e con una spesa alimentare in picchiata. Nel Sud, dove il reddito è inferiore del 24,2% rispetto al valore medio nazionale e la spesa alimentare è diminuita del 16,6% nel periodo 2007-2015, gli obesi e le persone in sovrappeso sono il 49,3% della popolazione, molto più che al Nord (42,1%) e al Centro (45%), dove i redditi medi sono più alti e la spesa alimentare ha registrato nella crisi una riduzione minore.

Le differenze a tavola diventano distanze e ormai fratture: si mangia quel che ci si può permettere, e il dibattito ideologico sul valore nutritivo degli alimenti è fuorviante.