Dal capitolo sulle tendenze demografiche e trasformazioni sociali dell’annuale Rapporto sulla situazione del Paese è possibile cogliere il “declino” che sta attraversando il nostro Paese e le pesanti conseguenze che l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite, la emigrazione dei giovani, determineranno in termini di previdenza, sanità e assistenza.

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L’Istat ha pubblicato il 28 maggio 2014 l’annuale Rapporto sulla situazione del Paese che, come viene sottolineato, è stato presentato alla vigilia del semestre italiano di Presidenza dell’Unione europea in una fase di ripresa congiunturale, ma anche di perdurante difficoltà del “sistema paese” sotto il profilo sia economico sia sociale. In tale contesto, l'obiettivo del Rapporto è di documentare gli effetti economici e sociali della crisi e al tempo stesso di individuare le potenzialità del Paese delineando possibili scenari per il futuro.
L'attenzione è focalizzata sulle sfide con cui si dovranno confrontare l'economia e la società italiana per intraprendere il percorso di ripresa atteso a partire dal 2014. Tra queste, la correzione degli squilibri economici e sociali accumulatisi prima della crisi e di quelli resi più evidenti o sorti durante la crisi con particolare riguardo alla capacità competitiva del sistema, alla situazione del mercato del lavoro e delle famiglie, ai divari territoriali.
Alla puntuale descrizione delle dinamiche economiche e sociali si accompagna l'analisi di temi di rilievo che riguardano sia le imprese sia le famiglie.

Dei 5 Capitoli in cui si suddivide il Rapporto, giunto alla XXII edizione, ci sembra particolarmente significativo quello relativo a “Tendenze demografiche e trasformazioni sociali: nuove sfide per il sistema di welfare”, per testimoniare il “declino” che sta attraversando l’Italia. Se è vero, infatti, che la fase recessiva porta a focalizzare l’attenzione generale sulle emergenze economiche del Paese, una lettura prospettica in chiave demografica, tuttavia, mette in luce che le emergenze sociali non sono da meno e richiedono interventi che non possono essere più rimandati.

Nel 2012 la speranza di vita alla nascita è giunta a 79,6 anni per gli uomini e a 84,4 anni per le donne (rispettivamente superiore di 2,1 anni e 1,3 anni alla media europea del 2012). Allo stesso tempo il nostro Paese è caratterizzato dal persistere di livelli molto bassi di fecondità, in media 1,42 figli per donna nel 2012 (nell’UE 28 è di 1,58).
Nel 2013 si stima che saranno iscritti all'anagrafe poco meno di 515.000 bambini, 12.000 in meno rispetto al minimo storico registrato nel 1995. Negli ultimi 5 anni in Italia ci sono state ben 64.000 nascite in meno. Queste dinamiche ci fanno competere per il primato di Paese con il più alto indice di vecchiaia del mondo: al 1° gennaio 2013, nella popolazione residente, ogni 100 giovani con meno di 15 anni si contano 151,4 persone di 65 anni e oltre.

I nati da genitori entrambi stranieri, invece, sono ancora aumentati, anche se in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti (2.800 nati in più negli ultimi tre anni) e ammontano a poco meno di 80 mila nel 2012 (il 15% del totale dei nati). Se a questi si sommano anche i nati da coppie miste si ottengono poco più di 107 mila nati da almeno un genitore straniero (il 20,1% del totale delle nascite).

A completare il quadro delle dinamiche demografiche c’è la constatazione che la crisi sta frenando anche gli arrivi degli immigrati: nel 2012 gli ingressi sono stati 321.000 (-27,7% rispetto al 2007), mentre aumenta il numero di stranieri che se ne vanno (+17,9%) ed è un vero e proprio boom di italiani che cercano fortuna all'estero. Nel 2012, fa sapere l’Istat, gli emigrati erano 68.000, il 36% in più del 2011, il numero più alto in 10 anni. Le difficoltà sul mercato del lavoro spingono a cercare nuove opportunità al di là dei confini dell’Italia: nel 2012 hanno lasciato il Paese oltre 26.000 giovani tra i 15 e i 34 anni, 10 mila in più rispetto al 2008. Istat spiega che negli ultimi 5 anni, si è trattato di quasi 100.000 giovani.

Queste tendenze complessivamente delineano quel che sarà il “debito demografico” contratto dal nostro Paese nei confronti delle generazioni future, soprattutto in termini di previdenza, sanità e assistenza.
Le previsioni demografiche indicano con chiarezza come si modificherà la struttura per età della popolazione nei prossimi 30 anni. L’inasprirsi del processo di invecchiamento sarà ancora più accentuato nel Mezzogiorno dove, dal 2011 al 2041, la proporzione di ultrasessantacinquenni per 100 giovani con meno di 15 anni risulterà più che raddoppiata passando da 123 a 278. Nello stesso periodo, al Centro-Nord l’indice di vecchiaia aumenterà di oltre una volta e mezza, da 159 a 242. Alle sfide che la globalizzazione e le crisi finanziarie impongono ai “sistemi paese”, l’Italia si presenta con una struttura per età fortemente squilibrata, in termini di rapporto tra popolazione in età attiva e non, e con una dinamica demografica che non potrà che aggravare il processo di invecchiamento, a meno di politiche sociali in grado di mutare in profondità i comportamenti individuali e familiari.

Queste dinamiche possono mettere in crisi il sistema di welfare che si è tradizionalmente basato molto sul contributo delle reti di aiuto informale e in particolare delle donne nell’assistenza dei membri più fragili. La rete di aiuto informale è entrata da tempo in una crisi strutturale. L’aumento considerevole della quota di popolazione anziana e, soprattutto, di quella dei grandi anziani, determina la crescita di quanti hanno bisogno di cura e assistenza, accanto ai bambini figli delle donne che lavorano. Nello stesso tempo, è cresciuta la presenza delle donne nel mercato del lavoro, aumentando il sovraccarico del lavoro di cura a fronte di politiche di conciliazione non adeguate ad alleggerirle. Il complesso intreccio di queste trasformazioni ha generato, in particolare, una crescente difficoltà da parte delle donne - il pilastro delle reti di aiuto - a sostenere il carico di un lavoro di cura che interessa fasi della vita sempre più dilatate e il conseguente taglio delle ore dedicate alla cura stessa.

L’invecchiamento della popolazione ha conseguenze anche sulla prevalenza di patologie croniche gravi, che riguardano oltre la metà della popolazione ultrasettantacinquenne. In generale, non si tratta di un peggioramento delle condizioni di salute, ma di un incremento della popolazione esposta al rischio di ammalarsi. L’aumento della prevalenza di patologie croniche gravi è maggiore nel Mezzogiorno, dove la quota di cronici gravi, al netto degli effetti della struttura per età, si attesta al 16,1%, contro il 14,2% fatto registrare nel Nord del Paese.
Aumenta anche la disabilità, intesa come condizione della persona legata a quel ventaglio di attività di vita che subiscono serie restrizioni a causa di limitazioni funzionali, fenomeno anch’esso legato all’invecchiamento della popolazione. Nel 2012 la quota di anziani di 75 anni e oltre con problemi di limitazioni funzionali è pari al 39,8% per le donne contro il 23,8 degli uomini. Questi problemi espongono gli anziani al rischio di marginalità sociale, laddove le politiche non intervengano con adeguate strategie di aiuto e assistenza, che permettano loro di continuare a vivere in maniera autonoma e a partecipare attivamente alla vita sociale. Le reti informali, molto attive su questo fronte, sono sempre più in difficoltà.
Le evidenze appena riferite prospettano per il futuro un aumento della pressione sul Sistema Sanitario Nazionale (SSN), dovuto all’incremento di persone bisognose di cure e assistenza. Proiettando, infatti, il rischio di soffrire di almeno una patologia cronica grave sulla struttura per età della popolazione prevista per i prossimi venti anni, ci si attende una prevalenza di cronici gravi superiore al 20% nel 2024 e oltre il 22% per il 2034, attualmente tale quota è al 15%.
Continua a essere rilevante il problema delle disuguaglianze sociali nella salute. In particolare, le persone di 65 anni e oltre, con risorse economiche scarse o insufficienti, che dichiarano di stare male o molto male, sono nel 2012 il 30,2% (28,6% nel 2005), contro il 14,8% di chi dichiara risorse ottime o adeguate (16,5% nel 2005). Tra queste, sono gli anziani del Mezzogiorno il gruppo di popolazione più vulnerabile.