Trarre lezione dal blackout elettrico dell’India.

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Durante il mese di agosto su siti e blog statunitensi hanno tenuto banco le polemiche seguite alle dichiarazioni, per lo più anonime, di minatori che denunciavano di essere stati “costretti” a partecipare nell’Ohio ad un incontro della campagna per le presidenziali USA del candidato Mitt Romney, dalla proprietà della miniera di carbone in cui lavorano. Si tratta della Murray Energy, la più grande impresa di produzione di carbone a conduzione familiare, il cui CEO è appunto Robert Murray, noto negazionista dei cambiamenti climatici e grande finanziatore delle campagne elettorali del Partito Repubblicano.

Seppure si sia tenuto lontano dalle polemiche sul global warming per non entrare in rotta di collisione con la comunità scientifica, il candidato Romney ha più volte ribadito che la differenza fra la politica energetica di Obama e quella da lui proposta sta nel fatto che l’attuale Presidente “è per le fonti energetiche che provengono al di sopra della terra, che vuol dire vento e sole, mentre io prediligo sia quelle che si trovano al di sopra che al di sotto della superficie terrestre e svilupperemo tali risorse per rendere l’America libera dalla dipendenza energetica estera”.

La lobby statunitense del carbone teme le nuove regole proposte dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) per limitare di circa il 90% le emissioni di mercurio e delle altre sostanze chimiche tossiche dalle centrali elettriche a carbone, che eviterebbero 11.000 morti premature, secondo l’Agenzia. Tant’è che 2 mesi fa una mozione al Senato del Repubblicano dell’Oklahoma James M. Inhofe, tendente all’abrogazione di tali norme che “stanno uccidendo posti di lavoro, non di salvare vite umane”, costringendo le vecchie centrali a chiudere e facendo aumentare il costo dell’elettricità, è stata respinta per pochi voti (46 contro 53). L’EPA stima che il nuovo regolamento che impone a tutte le centrali di adeguarsi in 4 anni agli standard delle centrali più pulite, farà risparmiare in termini di migliorata salute dei cittadini da tre a nove volte i costi di adeguamento, inoltre, se alcuni posti di lavoro potrebbero essere persi per la chiusura degli impianti, altri ne saranno creati per l’installazione delle apparecchiature necessarie. Il voto è stato trasversale perché i rappresentanti degli Stati produttori di carbone si sono dichiarati per lo più a favore della mozione, al di là dell’appartenenza di partito.

In seguito, alcuni giornali locali degli Stati carboniferi statunitensi, dopo il blackout elettrico che ha colpito l’India e che sarebbe stato determinato a loro dire da una produzione insufficiente e di scarsa qualità di carbone in grado di alimentare gli impianti elettrici indiani, hanno dato enfasi ad un accordo tra FJS Energy LLC e Abhijeet Group per l’esportazione di 9 milioni di tonnellate di carbone ogni anno in India per i prossimi 25 anni. Questo accordo è stato indicato come monito per quel che potrebbe avvenire anche negli USA se si proseguisse nella politica dell’Amministrazione Obama di voler far chiudere le centrali a carbone, mettendo a repentaglio la sicurezza energetica.

A nostro avviso, viceversa, il blackout verificatosi in India, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, che ha lasciato senza elettricità 600 milioni di cittadini degli stati settentrionali dell’Unione, compresi quelli della capitale New Delhi, dimostra che aver fatto affidamento su massicci investimenti per grandi impianti, alimentati prevalentemente a carbone (il 60% della produzione di energia elettrica deriva dal carbone), come ha fatto il Paese asiatico, non mette al riparo dai rischi di non riuscire a dare risposte adeguate allorché si verificano picchi di consumo, pur con tutte le differenze che sussistono ancora, in termini di reti, tra un Paese industrializzato ed uno in via di sviluppo.

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L’India di fatto sta pagando il prezzo per aver copiato dall’Occidente una rete elettrica centralizzata che non è in grado di distribuire in modo efficiente ed efficace l’energia dove e quando è necessario ed ha lasciato fuori dal sistema i più poveri.

Per ironia, mentre le aree settentrionali dell’India densamente popolate subivano “la più grave crisi energetica nella regione”, per ammissione del Ministro dell’Energia del Bengala occidentale, molti abitanti dei piccoli centri e villaggi rurali non hanno risentito direttamente degli effetti del blackout come i loro concittadini metropolitani, perché molti edifici e scuole erano già dotati di pannelli solari, a seguito del Programma National Solar Mission del Governo, che prevede la generazione entro il 2020 di 12,5% del totale di energia elettrica prodotto da fonti rinnovabili (cfr: “La rivoluzione pulita dell’India”, in Regioni&Ambiente: clicca qui per consulare l'articolo). Un’altra grossa fetta di abitanti indiani (300 milioni) non ha avuto ripercussioni per il blackout della rete elettrica di distribuzione, semplicemente perché la rete da loro non è mai arrivata.

Dalla dura esperienza, probabilmente, l’India trarrà occasione per sostenere maggiormente le fonti di energia diversificate ed alternative, anche se fintanto che la sua popolazione crescerà dell’1,4% ogni anno (secondo le stime dell’ONU diventerà lo stato più popoloso nel 2030) e la sua economia continuerà a crescere, con un PIL in doppia cifra, sarà ancora forte le pressioni di forze politiche ed economiche a fare o investimenti in nuove centrali a carbone, fonte fossile di cui l’India è al 3° posto al mondo per la produzione e al 5° per le riserve, ma anche il 3° importatore.

“L’India è pronta per un aggiornamento energetico” recita lo slogan con cui la sezione indiana di 350.org [ndr: organizzazione internazionale diretta dallo scrittore e saggista ambientalista Bill McKibben il cui obiettivo è di aumentare la consapevolezza dell’origine antropica dei cambiamenti climatici, che ha assunto il nome dal limite di 350 p.p.m. è il limite massimo di emissioni, postulato da James Hansen, per evitare il punto di non ritorno (tipping point) del clima] che ha lanciato una petizione on line, rivolta al Primo Ministro Manmohan Singh.

“Non appena fuori dal nostro pasticcio di blackout, usiamo questo momento come un campanello d’allarme per ammodernare il nostro sistema energetico. Non vogliamo più lo sporco e costoso carbone. Vogliamo un accesso pulito ed affidabile all’energia elettrica. Per favore, utilizziamo questa occasione per allontanarci dai piani di più carbone e per investire nell’efficiente e decentrata energia rinnovabile per tutti” (clicca qui per consultare il link).