Integrare il PIL con i fattori ambientali e sociali

Integrare il PIL con i fattori ambientali e sociali

Il Manifesto dei “Premi Nobel” per l’Ambiente
nobel ambiente

 

“Sogniamo un mondo senza povertà, un mondo che sia equo, un mondo che rispetti i diritti umani, un mondo che abbia maggiore e migliore comportamento etico nei confronti della povertà e delle risorse naturali, un mondo che sia ambientalmente, socialmente ed economicamente sostenibile in cui sfide come i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e l’ingiustizia sociale siano affrontate con successo. Questo mondo è realizzabile, ma l’attuale sistema è profondamente sbagliato e il nostro attuale percorso non lo attuerà”.

È questo il primo dei messaggi-chiave contenuti nell’“Environment and Development Challenges: The Imperative to Act”, il Manifesto redatto da 17 vincitori del “Blu Planet” (considerato come il Premio Nobel per l’Ambiente), che la Asahi Glass Foundation ha istituito in occasione del 1° Summit della Terra di RIO nel 1992 e che viene assegnato a persone o organizzazioni di tutto il mondo per i risultati ottenuti nell’ambito della ricerca scientifica e nelle relative applicazioni, che hanno contribuito a fornire soluzioni ambientali globali. La denominazione del Premio riprende la frase pronunciata dal primo astronauta nello spazio, il russo Yuri Gagarin che, ritornato sulla terra, riferì che da lassù “La Terra era blu”.
Tra i redattori del Report ci sono molti nomi di illustri personaggi di cui Regioni&Ambiente si è più volte occupata, conosciuti soprattutto per la loro attività divulgatrice, come James Hansen il noto climatologo della NASA che per primo denunciò il ruolo antropico nei cambiamenti climatici, Gro Harlem Bruntland l’autrice della frase più fortunata contenuta nel Rapporto che porta il suo nome e dal quale derivò la Conferenza di Rio (“Our common future”), James Lovelock, noto per la sua “teoria di Gaia”, Amory Lovins, il guru dell’ “Efficienza energetica”.

Il documento è stato presentato a Nairobi nel corso della riunione del Consiglio del Programma Ambiente delle Nazioni Unite e del Forum Globale dei Ministri dell’Ambiente (20-22 febbraio 2012), ma l’obiettivo era costituito dal contributo che la comunità scientifica offriva alle discussioni e alle decisioni che saranno intraprese alla prossima 2a Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile, nota come “RIO +20”, che avrà luogo in giugno a Rio de Janeiro.
“L’attuale sistema è al tracollo e sta portando l’umanità verso un futuro di 3-5 °C più caldo, quale la nostra specie non ha mai conosciuto distruggendo gli ecosistemi da cui dipendono la nostra salute, il nostro benessere e la conoscenza di noi stessi - ha affermato nell’occasione Bob Watson, co-autore del Rapporto e attualmente Consigliere scientifico capo del Ministero dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali (DEFRA) della Gran Bretagna - Non possiamo presumere chele soluzioni tecnologiche saranno pronte abbastanza presto. Abbiamo bisogno di soluzioni umane che, ed è una buona notizia, esistono, ma i decisori politici debbono essere pronti e lungimiranti nel saperle cogliere”.
Ecco di seguito altri messaggi-chiave del documento.

La crescita della popolazione e dei modelli di consumo sono elementi critici dei numerosi problemi di degrado ambientale e sociale che dobbiamo attualmente affrontare, in particolare il problema demografico dovrebbe essere affrontato con priorità per mezzo dell’educazione e del trasferimento di potere alle donne, compresi i diritti al lavoro, alla proprietà e all’eredità, dell’assistenza sanitaria ai bambini e agli anziani, dell’accesso ai moderni metodi contraccettivi.

C’è urgente bisogno di spezzare il legame tra produzione-consumo e degrado ambientale. Questo può comportare rischi per i livelli di vita conseguiti per un periodo tale da permetterci di superare la povertà nel mondo. La crescita materiale indefinita su un pianeta con risorse naturali limitate e spesso fragili sarà comunque insostenibile. La crescita insostenibile viene promossa da sussidi dannosi per l’ambiente come quelli per l’energia, i trasporti, l’agricoltura, che dovrebbero essere eliminati, mentre i costi ambientali e sociali dovrebbero avere un monitoraggio globale, come dovrebbero essere presi in considerazione nel processo decisionale il valore economico dei servizi e beni ecosistemici.

Gli immensi rischi ambientali, sociali ed economici che ci troviamo di fronte saranno molto più difficili da gestire se non saremo in grado di misurare gli aspetti chiave del problema. I Governi dovrebbero riconoscere i gravi limiti del PIL come misura dell’attività economica e intersecarlo con i dati delle cinque forme di capitale, costruito, finanziario, naturale, umano e sociale, cioè un indicatore del benessere che integri le dimensioni economiche, ambientali e sociali.

Il sistema energetico attuale, fortemente dipendente dai combustibili fossili, è alla base di molti dei problemi che dobbiamo affrontare oggi: esaurimento delle risorse facilmente accessibili, sicurezza dell’accesso ai combustibili e il degrado della salute e delle condizioni ambientali. L’accesso universale ai servizi energetici puliti è di vitale importanza per i poveri e la transizione verso un’economia a basse emissioni richiede una rapida evoluzione tecnologica, l’efficienza dei consumi energetici, le fonti energetiche rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio. Più aspettiamo e più rimarremo bloccati in un modello di energia ad alto tenore di carbonio, con i conseguenti danni ambientali per i sistemi ecologici e socio-economici, comprese le infrastrutture.

Le emissioni di gas serra sono una delle più grandi minacce per la nostra prosperità futura. Le emissioni mondiali (flussi) sono attualmente circa 50 MtCO2eq all’anno e sono in rapida crescita. Gli ecosistemi terrestri e oceanici non sono in grado di assorbire tutte le attuali emissioni globali, cosicché le concentrazioni (stock) di gas serra in atmosfera sono aumentate a circa 445ppm a una velocità di circa 2,5 ppm all’anno. Senza una forte azione per ridurre le emissioni, nel corso di questo secolo si aggiungerebbero almeno 300 ppm portando le concentrazioni a circa 750 ppm a fine del secolo o all’inizio del prossimo. Gli impegni attuali del mondo per ridurre le emissioni sono coerenti con un aumento di almeno 3 °C (50-50 di probabilità): una temperatura mai vista sul pianeta in circa 3 milioni di anni, con seri rischi di aumento oltre i 5 °C, temperatura che non si è registra sul Pianeta da circa 30 milioni di anni.

Se vogliamo realizzare il nostro sogno, il momento di agire è adesso, data l’inerzia del sistema socio-economico e dato che gli effetti negativi dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità non potranno essere invertiti per secoli o sono irreversibili (per esempio la perdita delle specie). Sappiamo abbastanza per agire, anche con le attuali incertezze scientifiche che ci testimoniano che siamo di fronte a un problema di gestione del rischio su una scala immensa. Se non si interverrà ne verranno impoverite le generazioni attuali e future.

“Il Manifesto dei vincitori del Premio Blue Planet costituirà una sfida per i Governi e la società nel suo complesso affinché agiscano per limitare i cambiamenti climatici indotti dall’uomo, la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici che ci garantiscono cibo, energia e acqua e, quindi, la sicurezza dell’umanità - ha affermato il Sottosegretario delle Nazioni Unite e Direttore esecutivo UNEP, Achim Steiner - Vorrei ringraziare il professor Watson e i suoi colleghi per aver eloquentemente articolato la lo visione di come possono essere affrontate le sfide-chiave per lo sviluppo, evidenziando le soluzioni, le politiche, le modifiche delle tecnologie e dei comportamenti richiesti per la crescita della green economy, per creare posti di lavoro e sconfiggere la povertà, senza spingere il mondo verso i confini planetari”.

 

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